Come giustizia, perdono e pace possono guidare la fraternità e costruire un futuro più umano
MESTRE (VE). Si è svolto a Mestre l’incontro “Fraternità ferita, fraternità ritrovata” per iniziativa del Gruppo di Venezia della FCAPP, coordinato dalla referente Paola Zuliani.
Tra gli importanti relatori, Monsignor Gianni Fusco, già Assistente Nazionale della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice, torna a riflettere su tre parole chiave che attraversano il nostro tempo: giustizia, perdono e pace. Parole emerse con forza durante la serata veneziana e che oggi, più che mai, interrogano le coscienze in un mondo segnato da conflitti, solitudini e fragilità crescenti.
«Giustizia, perdono e pace sono tre parole importanti in ogni momento storico, in ogni latitudine della Terra», afferma mons. Fusco. Ma è evidente come, nella fase attuale vissuta dall’Occidente e da molte altre aree del pianeta, esse siano diventate non solo attuali, ma indispensabili. Secondo il presule, solo attraverso queste tre dimensioni è possibile andare davvero oltre le paure, le ferite e le problematiche che la guerra continua a produrre.
Parlare oggi di pace, sottolinea, non può ridursi alla richiesta di un semplice cessate il fuoco. «Occorrono passi più decisi e più lunghi», perché la pace non è mai un risultato immediato, ma un percorso che richiede responsabilità collettiva. Un impegno che coinvolge anche il tema drammatico del disarmo nucleare, a cui mons. Fusco guarda come a una delle sfide più grandi del nostro tempo. Il nucleare, osserva, resta una minaccia enorme, ma potrebbe anche essere riconvertito al servizio di finalità utili e costruttive, anziché rimanere strumento di distruzione.
Il rischio, oggi, è reale e profondo. La memoria delle tragedie legate alle radiazioni nucleari è ancora viva nella storia dell’umanità, e basta una sola “nuvola” per generare un allarme mondiale. Un’eventuale escalation renderebbe impossibile tornare indietro. «Continuare in questa direzione significherebbe suicidarci», afferma con lucidità mons. Fusco, richiamando la responsabilità morale e politica di chi detiene il potere.
Eppure, accanto alla consapevolezza del pericolo, emerge anche una visione di speranza. Mons. Fusco si dice ottimista, perché crede nella buona volontà degli uomini. Non nega l’esistenza di situazioni drammatiche, né la presenza di leadership irresponsabili, ma confida nella capacità dell’umanità di fermarsi quando si è sull’orlo del baratro. Proprio nei momenti più estremi, osserva, può nascere un sussulto di coscienza che porta a fare qualche passo indietro per poi avanzare, finalmente, tutti insieme.
Un passaggio centrale della sua riflessione riguarda anche il significato della parola “competere”, spesso intesa come contrapposizione. Mons. Fusco invita invece a riscoprirne l’origine latina, cum petere: cercare insieme. Non prevalere sull’altro, ma camminare con l’altro alla ricerca delle strade migliori per vivere in modo più autentico la nostra umanità.
L’intervista si inserisce nel solco del messaggio emerso con forza durante la serata di Zelarino: la fraternità non è un concetto astratto, ma una pratica concreta capace di ricostruire relazioni spezzate, a livello personale, sociale e istituzionale. In un mondo ferito da guerre, disuguaglianze e nuove povertà, giustizia, perdono e pace diventano così i pilastri di una fraternità possibile, tutta da ricostruire giorno dopo giorno.
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