Quella bambina non aveva più indossato un vestito dal giorno in cui la sua vita era stata strappata via con violenza, come si strappa una creatura indifesa dal grembo stesso dell’esistenza. Era apparsa dal nulla la mano del male, in mezzo ai campi, quando due uomini armati le avevano sbarrato il passo, puntandole un coltello al fianco e portandola via senza una parola, come si ruba una gallina da un pollaio
ITALIA. In quell’istante, a soli nove anni, la sua infanzia venne inghiottita da un abisso senza nome. La paura fu così assoluta da cancellarle la memoria: dimenticò il proprio nome, dimenticò quello di sua madre e di suo padre, dimenticò la casa, la voce, il volto dell’amore. Rimase solo il terrore, nudo come il suo corpo. Quando la dignità umana viene spezzata, il primo gesto del potere non è curare, ma rinominare. Così fecero i mercanti di schiavi arabi: non la rivestirono, ma la ribattezzarono. La chiamarono “Bakhita”, cioè “fortunata”.
Un nome che suona come una bestemmia, un atroce sberleffo pronunciato sull’innocenza violata. Era nata nel 1869 in un villaggio del Darfur, nel Sud Sudan, ed era ora ridotta a merce, trascinata da un mercato all’altro, da El Obeid a Khartoum, venduta, comprata, scambiata come un oggetto senz’anima.
Passò di padrone in padrone, ciascuno lasciando sulla sua carne una traccia di dominio, fino al giorno in cui, al servizio di un generale turco, il corpo della bambina venne inciso come una pergamena di dolore: centinaia di tagli inferti con la lama, ferite cosparse di sale perché rimanessero in rilievo, perché la sofferenza fosse permanente, visibile, indelebile. Centoquattordici cicatrici: una via crucis scritta sulla pelle.
Eppure quella creatura sopravvisse. Sopravvisse non per forza propria, ma perché una mano invisibile la sosteneva, preparandola a una redenzione che lei ancora non conosceva. Un giorno, quando l’inferno sembrava non avere fine, una fessura di luce squarciò l’oscurità. Un uomo italiano, Callisto Legnani, agente consolare a Khartoum, la acquistò dai trafficanti. Per la prima volta dopo dieci anni, Bakhita indossò un vestito. Per la prima volta entrò in una casa. Per la prima volta una porta si chiuse non per imprigionarla, ma per proteggerla. Tutta la brutalità vissuta rimase sulla soglia, come un incubo che non poteva più reclamarla. Quell’oasi durò due anni, anni di rispetto e di affetto, fino a quando la rivoluzione mahdista costrinse il funzionario a rientrare in Italia. Fu allora che Bakhita osò chiedere.
Osò desiderare. “Osai pregarlo di condurmi in Italia con sé”, dirà più tardi. E quell’uomo accettò. Nel 1884, la piccola ex schiava mise piede in Europa, ignara che stava entrando non solo in una nuova terra, ma in una nuova storia della salvezza. Venne accolta dalla famiglia Michieli a Zianigo, nel Veneto, come bambinaia della loro figlia Alice. Ma il vero cambiamento non avvenne subito nel corpo: avvenne lentamente nell’anima. Nel 1888, quando i Michieli partirono per l’Africa, Bakhita e la bambina vennero affidate alle Suore Canossiane di Venezia.
Fu lì che iniziò la seconda liberazione, quella più profonda. Se il primo riscatto l’aveva sottratta alla schiavitù degli uomini, il secondo la introdusse nella libertà dei figli di Dio. Conobbe Gesù Cristo, imparò il catechismo, scoprì che esisteva un Padre che non rapisce, un Signore che non umilia, un Dio che si lascia crocifiggere per amore. Il 9 gennaio 1890 ricevette il Battesimo, la Cresima e la Prima Comunione, assumendo il nome di Giuseppina Margherita Fortunata.
Fortunata davvero, ma non come il mondo intende la fortuna. Nel 1893 entrò nel noviziato delle Canossiane e tre anni dopo pronunciò i voti. Per quarantacinque anni visse una santità nascosta, quotidiana, silenziosa: cuoca, sacrestana, portinaia nel convento di Schio. Lì imparò a incontrare le persone una per una, e le persone impararono a riconoscere in lei qualcosa che non si insegna: un sorriso disarmato, una bontà senza risentimento, una fede che non accusava mai.
La chiamavano “la moretta”, con affetto, e i bambini la cercavano come si cerca una dolcezza sicura, arrivando a dire che era “la suora di cioccolata”. Quando morì l’8 febbraio 1947, tutta Schio si fermò. Era morta una donna che aveva conosciuto il fondo dell’abiezione umana e ne era uscita senza odio. Ed è qui che la sua testimonianza diventa Vangelo puro. Disse: “Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani, perché, se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana e religiosa”.
Non è una frase sentimentale: è teologia vissuta. È la vittoria della grazia sul male, la dimostrazione che Dio sa scrivere diritto anche sulle righe più storte della storia. Santa Giuseppina Bakhita non è solo una santa della compassione: è una prova vivente che nessuna catena è più forte dell’amore di Cristo, che nessuna ferita è inutile se consegnata a Dio, e che persino la schiavitù può diventare luogo di resurrezione. La sua vita non grida vendetta, ma misericordia. E per questo, ancora oggi, parla al mondo con una voce che nessuna violenza ha potuto spegnere.
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