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Dai Romani ai galli: l’eredità del capitalocene

Se parlaste con un antico romano di ereditarietà di sicuro non vi capireste totalmente. Questo perché sebbene la parola “ereditarietà” abbia le sue radici etimologiche nel latino hereditas, i Romani non usavano il termine in uno

Se parlaste con un antico romano di ereditarietà di sicuro non vi capireste totalmente. Questo perché sebbene la parola “ereditarietà” abbia le sue radici etimologiche nel latino hereditas, i Romani non usavano il termine in uno dei modi comuni in cui noi lo utilizziamo spesso oggigiorno. Se noi ne facciamo anche uso per descrivere il processo secondo il quale ereditiamo i geni e altre parti delle nostra biologia, nella Roma antica e per molti secoli a venire era solo un termine legale che si riferiva allo stato di essere un erede. “Se siamo diventati eredi di una persona” scrive il giurista Gaius “allora le proprietà di quella persona passeranno a noi”. Se un romano benestante moriva senza testamento i suoi figli sarebbe stati gli eredi legittimi, a eccezione delle figlie sposate. Prossimo in linea sarebbero stato i suoi fratelli e i relativi figli o altrimenti la parentela più prossima. Anche se il concetto è semplice, i Romani si contendevano ferocemente sulle questioni ereditarie: nelle corti romani due conflitti su tre erano imputati a questo tipo di dispute. 

 

 

Ma quello di Roma era solo uno fra i tanti sistemi, come si legge nel libro She has her mother’s laugh del giornalista e professore americano Carl Zimmer. Tra gli Iroquois, ad esempio, un bambino avrebbe potuto avere molte madri. In alcune società del Sud America, un bambino avrebbe potuto avere più padri, dato che ogni uomo che si congiungeva carnalmente con una donna incinta era considerato imparentato al bambino ancora in pancia. In altre società, i legami di parentela aveva significato solo per la linea del padre, in altre solo per linea della madre. Le parole che le persone usavano per la loro parentela rifletteva come si organizzavano i parenti nella costellazione dell’eredità: gli indigeni originari delle Hawaii, ad esempio, avrebbe potuto usare lo stesso termine sia per le sorelle che per le cugine.

 

 

Facciamo un bel salto in avanti nella storia di Roma: è il 25 ottobre 1555 e stiamo ascoltando il Presidente del Concilio delle Fiandre annunciare che l’Imperatore del Sacro Romano Impero, ovvero Carlo V, ha riunito l’assemblea perché vuole abdicare in modo da lasciare il trono al figlio Filippo II, suo legittimo erede. Tiziano ci ha lasciato in memoria di quel momento storico un incantevole dipinto; se lo si guarda non ci sono dubbi che i due reali siano imparentati. Il figlio, così come il padre, porta un tratto tipico degli Asburgo: delle mascelle inferiori che sporgono molto in avanti, lasciando la bocca aperta. Nessuno della congregazione si oppone alla decisione di Carlo V di lasciare il suo impero al figlio; del resto chi obietterebbe che un figlio erediti dal padre? Quindi i nobili presenti nella sala sanzionano la successione. Ma nessuno di loro, proprio come i romani da cui hanno ereditato il sistema giuridico, avrebbe mai detto che “Filippo aveva ereditato la mascella dal padre”, quanto piuttosto un impero.

 

 

Questo perché bisognerà aspettare il progressivo ma lento avanzamento della disciplina genetica per dare un nuovo significato alla parola “ereditarietà”. Nel sedicesimo secolo, appunto al tempo di Carlo V, gli europei usavano ancora ricondurre la conoscenza sulla genetica agli insegnamenti degli antichi Greci e Romani. Ippocrate era persuaso che sia gli uomini che le donne producessero dei semi, e che una nuova vita si formasse quando questi due venivano combinati. Aristotele era di tutt’altra idea, dato che credeva che solo gli uomini producessero i semi e che i loro semi crescessero nel sangue mestruale della donna per poi svilupparsi in embrioni. Solo la parola “sangue” a quell’epoca dava una spiegazione biologica dell’eredità: si credeva che un bambino avesse nelle vene lo stesso sangue dei genitori, e da esso avrebbe ereditato tutto ciò che ne conseguiva, qualità comprese. Gli Asburgo furono specialmente protettivi riguardo il loro sangue reale, sposandosi sempre con altri membri della loro estesa famiglia, e proprio per questo trasmettendosi tratti genetici come la mascella o complicazioni fisiche come la gotta, di generazione in generazione.

 

 

Nel diciassettesimo secolo le conoscenze sulla genetica iniziarono ad avanzare, anche se agli occhi degli Asburgo la magnificenza della lana Merino avrebbe potuto essere solo un mistero. Esso si doveva all’intraprendenza di pochi pionieri, come ad esempio Robert Bakewell, al quale una duchessa una volta si riferì dicendo “è stato Mr. Bakewell a inventare la pecora”. Fu Bakewell del resto a creare la famosissima razza delle Merino, selezionando accuratamente le  pecore secondo le caratteristiche che voleva trasmettessero alla generazione successiva, e facendole accoppiare tra di loro. Anche se Bakewell fu un precursore nel suo campo, le pecore non sono state certo l’unica specie animale a essere modellata, ma solo una delle molteplici.

 

 

Il rapporto tra esseri umani e e il resto della natura, come ci racconta nell’articolo “Il pollo capitalista” lo scrittore indiano Raj Patel, è dominato dal sistema capitalistico, che non è solo un sistema economico, bensì un modo di organizzare questa relazione. Ecco perché Patel ha ribattezzato quest’era capitalocene. Questo modello economico ha reso il mondo moderno com’è basandosi su sette cose economiche, o a buon mercato: natura, centri, lavoro, assistenza, cibo, energia e vite. E qui arriviamo ad un altro esempio di una specie modellata geneticamente dall’uomo: il più comune uccello al mondo, il Gallus Gallus domesticus. Basti pensare alle ossa di pollo trovate nei reperti fossili che traccia la relazione tra gli uomini e il pollame fino a migliaia di anni fa, anche se il pollo che mangiamo oggi è decisamente diverso da quello che veniva consumato anche solo un secolo fa. Il pollame di oggi è stato incrociato per essere il più lucroso possibile: cammina a stento, raggiunge la maturità in poche settimane, ha un petto esagerato ed è allevato e macellato in quantità geologicamente significative (più di sessanta miliardi di esemplari all’anno). È una specie modificata sulla base dei nostri bisogni.  

 

 

Ecco cosa intende Patel quando afferma che il simbolo dell’era moderna non è l’automobile o lo smartphone quanto piuttosto il Chicken McNugget. Potete notare in questo rapporto tra uomo e pollo il simbolo della natura a buon mercato. Per questa produzione intensa è richiesta manodopera a buon mercato, di conseguenza i dipendenti degli allevamenti di pollame sono pagati un’inezia. Negli Stati Uniti alcuni allevatori usano addirittura la manodopera carceraria che viene remunerata con soli miseri venticinque centesimi all’ora, che per un lavoro che nel 86% dei casi crea disturbi patologici per il gesto di mutilare i volatili è meno di niente. Il cibo prodotto da questo settore riesce a riempire le pance e a tenere il malcontento al minimo solo per via dei prezzi minimi con cui lo ci si può procurare.

 

 

Per tante persone è più difficile immaginare la fine del pianeta che non quella del capitalismo, o l’anarchia che non quella del sistema nazionalistico. E se potessimo andare oltre alle categorie che ci stanno guidando e che rendono questo mondo, e la vita – che sia degli esseri umani o degli animali – così cheap? C’è necessità di una transizione di stato intellettuale che accompagni la nostra epoca, e che trasformi anche la nostra relazione con gli altri esseri viventi, a partire dal sistema alimentare.

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