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Crans-Montana, il lutto e il dito puntato

Oggi la Svizzera si ferma. Le campane suonano a lutto in tutto il Paese, un minuto di silenzio unisce cantoni e città mentre a Martigny si svolge la commemorazione ufficiale per i quaranta ragazzi morti nel rogo del bar Le Consellation a Crans-Montana, nella notte di Capodanno. È un dolore che supera i confini nazionali: alla cerimonia partecipano capi di Stato e di governo, mentre la giustizia avanza il suo passo necessario e severo

SVIZZERA. I proprietari del locale, Jacques e Jessica Moretti, sono stati interrogati per la prima volta come indagati dalla Procura del Canton Vallese, che ipotizza omicidio colposo, lesioni colpose e incendio colposo. Un’inchiesta parallela è stata aperta anche dalla Procura di Roma, competente per le vittime italiane. I magistrati faranno ciò che spetta loro: ricostruire fatti, omissioni, responsabilità.

Ma fuori dai tribunali, in queste ore, se ne celebra un altro, più rapido e spietato: il processo dell’opinione pubblica.

Basta scorrere commenti e reazioni per accorgersene. Si discute non tanto di ciò che è accaduto, quanto di ciò che — secondo alcuni — le vittime avrebbero dovuto fare. Si riscrivono le ultime ore di quei ragazzi con la presunzione di chi osserva la tragedia da una posizione sicura, a distanza, con il senno di poi. Si evocano genitori distratti, scelte sbagliate, fughe mancate.

Non è razionalità. È un riflesso di autodifesa.

Di fronte a una catastrofe improvvisa, ingiusta, priva di senso apparente, molte persone cercano disperatamente una spiegazione che le rassicuri. Attribuire colpe alle vittime serve a questo: a costruire una barriera mentale tra “noi” e “loro”. Se l’errore è loro, allora noi siamo al sicuro. Se c’è una colpa, allora il caos è domabile.

È una consolazione fragile, ma potente.

Il punto è che la realtà non funziona così. Le emergenze non sono film a rallentatore. La paura paralizza. Le reazioni non sono sempre lucide. I genitori non possono controllare ogni istante della vita dei figli. Il rischio, per quanto si cerchi di ridurlo, non può essere eliminato del tutto.

Accettarlo significa riconoscere una verità scomoda: la vulnerabilità è parte della condizione umana. E non tutti riescono a sostenerla.

Così si preferisce giudicare. Perché giudicare crea distanza. Sentire, invece, obbliga a immedesimarsi e immedesimarsi fa paura.

La giustizia deve individuare responsabilità concrete, senza sconti e senza clamori ma trasformare il dolore in un esercizio di cinismo non rende la società più matura, solo più arida.

Quando perdiamo la capacità di distinguere tra l’analisi dei fatti e la colpevolizzazione del dolore, smettiamo di spiegare il mondo e iniziamo soltanto a difenderci da esso.

Se per sentirci al sicuro abbiamo bisogno di puntare il dito contro ragazzi che non ci sono più e famiglie che non torneranno mai come prima, allora la tragedia non è solo quella di Crans-Montana. È anche quella di una comunità che fatica a riconoscere il limite, il caso, e l’innocenza della sofferenza.

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