C’è un momento, nella vita di ognuno di noi, in cui ci si guarda intorno e si scopre che il panorama è diventato familiare senza averlo mai veramente scelto. È la sorpresa del “qui ed ora”: un punto sulla mappa che non coincide con quello del certificato di nascita, ma che è diventato, per una somma di inerzie e necessità, l’unico posto possibile.
Il dubbio amletico dell’essere o non essere non sta nella forza dinamica dell’essere in alternativa al buio e alla inerzia del non essere. Esserci e basta, questa è la risposta, comunque sia. Ci troviamo così a spendere la nostra breve esistenza, tra doveri e desideri, entrambi estranei a noi e a ciò che ci troviamo a fare, forse in un luogo sbagliato, comunque un luogo che è diventato per noi sicuro e che non vogliamo per nessuna ragione abbandonare.
Soltanto a pochi fortunati è dato di scegliere dove essere sepolti. Ma anch’essi sanno — o bisogna ricordarglielo — che non sarà mai per sempre.
Spesso raccontiamo a noi stessi la favola della scelta consapevole. Diciamo di aver colto un’opportunità irrinunciabile, di aver seguito una carriera o una chiamata. Ma, a guardar bene tra le pieghe della memoria, molti di noi sono come quei soldati di leva che un tempo venivano spediti dall’altra parte della penisola con una cartolina in tasca. Un ordine, un viaggio, un incontro fortuito sotto un campanile mai visto prima, e la traiettoria di una vita cambia per sempre.
L’essere umano, pur dotato di gambe, possiede una natura sorprendentemente simile a quella delle piante. Come un seme trascinato dal vento del caso, cadiamo su un suolo sconosciuto. Inizialmente ci sentiamo estranei, quasi prigionieri di una geografia che non ci appartiene. Poi, però, accade l’innesto: un’amicizia, il primo amore, il dovere del servizio, la nascita di un ramo familiare che non era previsto nel disegno originale.
Le radici non sono un atto di volontà, sono il risultato dell’abitudine che si fa destino. Ci si forza a stare perché non c’è altro luogo dove andare, e una volta che la fibra si è intrecciata con la terra, lo strappo diventa impensabile.
Ma c’è un aspetto ancora più profondo in questo radicamento forzoso. In un mondo che corre, che si frammenta, che vede i suoi centri di potere — i nostri “Campidogli” ideali — occupati da nuove e indecifrabili barbarie, il luogo dello sradicamento diventa paradossalmente l’ultimo rifugio. Ci ritroviamo a dire, con una punta di stoica fierezza: “Qui staremo ottimamente!”. Non è la gioia di chi ha trovato il paradiso, ma la soddisfazione di chi ha costruito una trincea di normalità nel bel mezzo dell’ignoto.
È la scelta di aspettare che la tempesta passi, coltivando il proprio giardino lontano dal rumore dei conquistatori, in attesa di un soccorso che forse non arriverà mai, ma che non è più necessario.
Alla domanda “da dove vieni?”, la risposta più sincera è: “non lo so”. Non importa il punto di partenza, ma la capacità, consapevole, di aver trasformato l’accidentalità in fatto. Come i santi che lo diventano, senza averlo voluto.
Siamo tutti, in fondo, esuli che hanno imparato a chiamare “casa” la terra su cui il vento ci ha abbandonati. E in questa fedeltà al luogo presente, in questa resistenza paziente e silenziosa, risiede l’unica vera possibilità di riconquista di ciò che il tempo e la storia ci hanno tolto.
Così, “Saremo consapevoli della nostra santità”, come nei versi di Dylan Thomas, “Allora ci alzeremo su larghe ali ed entreremo nell’aria…”.
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