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Rosso d'Inverno

Con garbo, leggiadramente!

5 minuti di lettura

Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

Anni fa, durante una gita a Bordeaux, ho tentato con garbata diplomazia di convincere gli amici francesi che un tempo l’Adda funzionava quasi meglio della Garonna quanto a traffico di vino e che lungo le sue sponde si stagliavano vigneti rigogliosissimi, prima che il flagello della filossera modificasse la storia del vino europeo dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri. A dirla tutta, la storia dell’enologia lungo il fiume ha inizio nel Quattrocento: la coltura delle viti in Lombardia s’intensifica allorquando la “vile mercatura” viene preclusa ai nobili, cui non resta che investire in poderi. Dalle uve coltivate in piano si ricavano vini bianchi, perlopiù fruttati e fragranti, due qualità che li rendono graditi anche oltre i confini della Penisola. Il Passito di Castelbarco, roccaforte viscontea nei pressi del Naviglio Martesana, ma anche il Moscatello d’Adda inebriano di frizzante anidride le corti europee. Nel 1800, Giovanni Rajberti, autore de L’Arte di ben convitare, osanna inoltre il rosso invecchiato di Busnago, piccolo borgo dell’attuale Brianza e storico feudo, noto ai tempi per l’allevamento del baco da seta. Sebbene suoni curioso al non autoctono o al moderno avventore di queste zone acquitrinose, il vino della Bassa Padana scintillava allora nei calici dei signori. Gli archivi cittadini ci restituiscono i nomi delle viti, innestate su selvatica, che si coltivavano con ingente soddisfazione di mercato: la Bell’Uno, dal grappolo sodo e succoso e la Ze Bel Milan, dagli acini allungati. La storia narra che quando si sottraeva al bosco un nuovo terrazzamento, bisognava pulirlo, scavarvi un fossato, colmarlo di sterpi e coprirlo di terra. Qui si piantavano le barbatelle. Solo al terzo anno la pianta fruttificava. A settembre si ammucchiavano i grappoli sul pavimento dei casotti, coperto di sacchi in juta. Si pigiava tutti insieme, come in un rituale sacro, a piedi nudi e il colore dell’uva aveva tanta presa da tatuare, sui polpacci dei vignaioli, veri e propri stivali rossastri, che scolorivano dopo mesi di lavaggi e intense insaponature a spugna grezza. Il mosto fermentava per settimane nei tini coperti, soprattutto se il freddo autunnale incalzava. Giornalmente ci si immergevano le vinacce, perché cedessero zucchero al mosto, a cui si aggiungeva anche quello di barbabietola per irrobustire la gradazione. Nel frattempo, si saggiavano le botti, di rovere e castagno. Due giorni prima di versarvi il vino nostrano, la botte veniva colmata d’acqua per avvicinarne, dilatandole, le doghe. E la si rotolava con una catena che ne ripulisse il tartaro. Con l’ausilio di capienti secchi di rame si travasava allora il liquido nelle botti, dove la fermentazione proseguiva per almeno un mese e mezzo. Se ne potevano levare i primi bicchieri già a San Martino, che si festeggia l’undici novembre, celebrando la miracolosa estate e raccontando ai bambini la leggenda del mantello e del mendicante. A febbraio il vino era trasfuso in altra botte, perché il fondo riprendeva a muoversi. In effetti, parlare di tralci in questi territori intervallati da rogge e fontanili sortisce una certa diffidenza, eppure sappiamo per certo dai reperti arrivati fino a noi che furono addirittura gli Etruschi, nel corso della loro fase espansionistica da sud a nord verso il VI secolo a.C., a importare la coltura della vite in Pianura Padana, con l’introduzione della vitis sativa. Si suppone che i metodi di coltivazione fossero all’epoca due: quello di tradizione greca, a ceppo basso e con sostegno morto, e quello etrusco, con potatura lunga e su sostegno vivo. Attraverso quest’ultimo, gli Etruschi valorizzarono e ingentilirono le specie selvatiche locali, operando una selezione dei vitigni. E procedendo ancora lungo la linea temporale, una felice testimonianza ci giunge dallo storico greco Strabone, passato tra il Lodigiano e l’Oltrepò attorno al 40 a.C. al seguito delle truppe romane, che così descrisse quella landa verdeggiante: “vino buono, popolo ospitale e botti di legno molto grandi”. Ciò premesso, lo stesso vino celebrato dal Medioevo e snobbato in seguito dall’Umanesimo, ha subito nel corso dei secoli anche qualche seria resistenza. Lungo i nostri argini, avvolti in autunno da fitte nebbie da irraggiamento, pare si sia spinto un giorno Monsignor Giovanni Della Casa, il quale nel suo famoso Galateo non solo deplorò gli eccessi del bere, ma fu particolarmente intransigente verso la moda del brindare, che emergeva proprio in quel periodo come importazione dall’estero. Esortava così gli uomini dabbene e le oneste dame ad un educato boicottaggio: «Lo invitare a bere è verso di sé biasimevole, e nelle nostre contrade non è ancora venuto in uso, siché egli non si dee fare. E se altri inviterà te, potrai agevolmente non accettar lo ’nvito, e dire che tu ti arrendi per vinto, ringraziandolo, o pure assaggiando il vino per cortesia, senza altramente bere». Eppure, nelle corti cinquecentesche se ne consumava in abbondanza e con grande leggerezza, tanto che il termine “brindisi” sembra sia entrato nell’idioma locale proprio in questo periodo. Forse di matrice germanica – bring dir’s, cioè lo offro a te – nasce probabilmente come un saluto, una forma di augurio per onorare qualcuno levando i calici, talvolta toccandoli reciprocamente prima di degustare. Le classi privilegiate, si ritrovavano a brindare a suon di coppe di vino rosso in onore di noti personaggi pubblici, arrivando talvolta all’ubriacatura, alla perdita dei sensi e, molto spesso, anche del pudore. L’usanza, già esistente nella forma, ora veniva ufficializzata dal termine, modificando di conseguenza il modo di concepire la condivisione del rito sociale e l’approccio con l’ospite. Tuttavia, come accade ogniqualvolta vi sia un disequilibrio, ecco che a ripristinare la morigeratezza dei costumi sopraggiunsero le leggi suntuarie, disincentivando severamente lo sfoggio di ricchezza e ogni forma di eccesso che risultasse socialmente rimarchevole. Si cominciò così a legiferare un po’ ovunque per limitare il numero di invitati ai banchetti e si intervenne presto anche sulle bevande. A Milano si proibì di sfumare la selvaggina con vini prestigiosi, mentre nella Bologna cinquecentesca le restrizioni disposero di servire non più di un fiasco ogni due persone, addirittura decretando in alcune località il divieto assoluto di offrire dolci a base di vino a chiusura di cena. E guai a superare in fasto i banchetti dei nobili di rango superiore: insidiare il potere, anche solo a tavola, era considerato un audace sgarro che difficilmente sarebbe stato perdonato. Lungo tutta la Pianura operavano implacabili ispettori che compivano incursioni punitive nelle cucine e nelle cantine per verificare che le cose venissero fatte secondo la legge. Si imponevano in lungo e in largo diffusa continenza e, neanche a dirlo, esemplare sobrietà. Ma compitezza e moderazione, come sappiamo, sono virtù solo per coloro che sanno di avere un’alternativa: la regola veniva puntualmente disattesa e rifusa con ingenti quantità di denaro e contravvenirvi faceva parte di quel piacere atavico e leggiadro che ogni oggetto di proibizione tende ad ingenerare. Per i trasgressori si poteva andare dall’arresto alla deportazione nelle galee, le lunghe navi militari dove i prigionieri incatenati erano obbligati a remare. Osti e i ristoratori non erano gli unici a finire nel mirino degli ispettori, poiché anche sui maestri di cerimonia gravava la responsabilità di eseguire l’allestimento dei ricevimenti a regola d’arte, nel rispetto dei limiti imposti dall’alto.

Insomma, sebbene la magnanimità del borghese potesse essere vista come un’occasione di scalata, il potere costituito si rivelò ben approntato ad impedire con ogni mezzo la mobilità sociale.

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