Sono la passione dell’estate per genitori e figli. Passione ovviamente intesa non come grande desiderio, ma come necessaria sventura. Agosto è il mese di riposo per chi lavora e un rituale da esternare per chi non lavora perché se lo può permettere. Ma c’è una cosa che accomuna nella disgrazia tutti: “i compiti a casa”.
Bambini e ragazzi vorrebbero non fare nulla e divertirsi, senza pensare alla scuola, alle alzatacce del mattino, alla disciplina, alle cose da ascoltare, alle interrogazioni, ai voti, agli esami e a tutto ciò che c’è di male al mondo. Lo stesso vale per i genitori, con l’affanno di accompagnare in orario i figli a scuola, riempire i loro pomeriggi con attività pur di non averli tra i piedi, le feste di compleanno, le recite, le convocazioni degli insegnanti e — quando sono molto sfortunati — i danni che i figli provocano a scuola e fuori, che fanno tanto arrabbiare la gente “per bene”. Ma l’incubo peggiore sono i compiti per le vacanze. Molti chiedono di abolirli perché non servono se non a rendere la vita ancora più complicata a studenti e famiglie. Perché i compiti a casa, quando sono già sufficienti i dieci mesi di scuola e le cinque ore giornaliere per imparare ciò che serve a vivere?
Si dice che i compiti servano ai ragazzi per non perdere ciò che hanno assimilato durante l’anno e per prepararsi a ciò che li attende dopo la lunga pausa estiva: una specie di allenamento per non dover ripartire da zero. Ma chi si allena sa che non si riparte mai davvero da zero. Anche i muscoli hanno memoria, e non sono certo le pause di inattività ad annullare ciò che si è costruito prima. E allora perché insistere?
Bisogna dire che i compiti sembrano ormai una sorta di inveterata abitudine, sempre meno applicata dagli stessi insegnanti (che non sono certo colpevoli di ciò che hanno sempre appreso o che sono obbligati a fare). La scuola è un lavoro, e i ragazzi devono avvertirla come tale, con tutto ciò che c’è di bene e di male nel lavoro. Ci tocca! Meglio affrontarlo con pazienza e, se possibile, trarne vantaggio.
La scuola è un esercizio del sapere. Insegnare vuol dire trasmettere il gusto e il piacere di conoscere: sapere che ci sono spiegazioni alle cose e agli eventi che ci circondano; comprendere la difficoltà, ma anche la necessità, di comunicare ciò che sappiamo e non sappiamo; indurci a farci domande, aprire la mente al dubbio e alla curiosità. Sapere che il mondo è fatto di persone come noi con cui dobbiamo relazionarci — e da questo trarre piacere, così come imparare a sopportare l’indifferenza o la cattiveria. Guardare dal basso gli adulti, che non sono solo i nostri genitori, ma persone più grandi che, a torto o a ragione, ci chiedono di essere ascoltati e rispettati. Sapere, relazione, rispetto, pazienza: tutto questo alimenterà la memoria del nostro futuro.
I compiti per le vacanze sono come riprendere un libro che si è letto tanto tempo fa e di cui si vorrebbe ritrovare un nuovo significato. Come rileggere a settant’anni l’Eneide o I promessi sposi: ci sembrano libri diversi semplicemente perché siamo cambiati noi, ma non per questo inutili. Quello che pensavamo quando ci insegnavano la metrica di Catullo o di Orazio, la matematica o la geometria, oggi ci appare sotto una luce nuova, e possiamo trarne quel piacere che allora non avevamo provato.
Il sacrificio dei compiti delle vacanze sapremo, un giorno, che non è stato inutile. Parola di anziano.
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