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Compagni di banco

2 minuti di lettura

La primavera nel culto pagano era la festa più importante dell’anno, festa di gioia perché la natura, dopo il letargo invernale si risveglia, compaiono i boccioli sulle piante che diventeranno fiori e frutti, si riempiranno di insetti voraci che trasferiranno la vita da fiore in fiore, gli animali si accoppiano e partoriscono i primi cuccioli

ITALIA. Anche per noi umani succede qualcosa che avvertiamo come cambiamento. Il cristianesimo celebra la passione, la morte e la resurrezione di Cristo, è forse per questo che introduce elementi di sconforto, dolore, lutto. E’ vero che c’è la Resurrezione e la Pasqua, ma per noi comuni mortali la morte resta sempre la morte.

Forse è per questo che per molti la primavera anziché gioia produce stanchezza e malessere. Ma questo condizionamento culturale lascia comunque emergere ciò che ha sempre significato della primavera, quella traccia di festa della natura che appartiene a un passato remoto mai dimenticato. Dovevo crescere in fretta e diventare presto grande, anche se ero fisicamente minuto e insicuro. Non c’era tempo per accorgersi del casuale e dell’effimero.

L’essenziale era studiare, bruciare le tappe, cioè anticiparle se possibile, come in una gara di corsa per arrivare primo. Quando avrei potuto rallentare e anche fermarmi, la corsa era inarrestabile. Non era il successo che mi faceva correre, solo la spinta inconsapevole di non restare secondo a nessuno, almeno anagraficamente.  Diventare adulto senza esserlo ancora, un giovane già vecchio che ripeteva a sé e agli altri la frase famosa del film: “son troppo vecchio per queste ca…”.

Quando giunse l’ultima primavera della scuola superiore, il gioco a crescere in fretta si stava compiendo. Avevo 18 anni da poco compiuti ed ero finalmente adulto, prossimo alla maturità. Fu in quei giorni dell’ultima primavera, prima della fine della lezione, che guardai verso la finestra, potevo concedermi una breve distrazione. Fu in quell’attimo, controluce che vidi dei capelli scuri e ondulati in un banco non lontano. Alice si girò, non era bella ma sorrise.

Gli occhiali spessi da miope mascheravano gli occhi che intuivo essere attenti e sorpresi. Capelli raccolti a tupè, un maglione accollato e la gonna a pieghe sotto il ginocchio. Risposi al sorriso e mi accorsi che continuava a guardarmi. Mi ero accorto che lei mi guardava, e mi guardava spesso, interessata pensavo alla mia indifferenza, al broncio e al silenzio che mi appartenevano, alla mia ostentata bravura. La scuola stava per terminare e ora mi accorgevo di lei, in modo diverso da prima.

Divenne così negli ultimi mesi di scuola la mia compagna di banco.  Solo ora mi accorgo di quanto l’effimero e il casuale siano importanti, perchè sfuggono alla necessità. Mi disse che da quando era arrivata in quella classe mi aveva da subito notato e le piaceva guardarmi senza farsi accorgere. Mi considerava un ragazzo gentile. Quella finestra di primavera si era illuminata e le nostre ombre si erano avvicinate. Passammo quei mesi parlando, parlando, parlando.

Lei mi ascoltava e mi ammirava. Io le raccontavo del ritratto di Dorian Gray, quando lei mi prendeva in giro perché diceva che ero un bamboccio con qualche raro pelo di barba e il volto infantile. Le dicevo che il mio ritratto era segnato dal tempo e dal dolore come nel romanzo di Oscar Wilde, ma il mio volto sarebbe rimasto sempre come quello di un adolescente immaturo. Vennero gli esami e poi le vacanze, ma già Alice era sparita, lei per mei e io per lei.

Il ricordo non invecchia e la mia compagna di banco mi ritorna come presenza segreta e buona. Addio anima mia, ora che i ricordi intasano la memoria e ti hanno cancellato. Che il tuo viso segnato dal tempo continui a guardare quel mio ritratto malato e tu gli possa ancora sorridere come da una finestra aperta di primavera.

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