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Commento vissuto al libro biografico di Lea Ypi “Libera: Diventare grandi alla fine della storia”

10 minuti di lettura

Articolo di Erida Petriti 

Breve premessa alla recensione di Arben Borshi.

Ho letto il libro “Libera – diventare grandi alla fine della storia” di Lea Ypi, perché mi è stato consigliato da un’amica italiana.

Ero entusiasta di questa pubblicazione perché l’autrice proviene da una famiglia che ha subito pesanti ingiustizie dal regime dittatoriale di Enver Hoxha in Albania: diversi suoi parenti imprigionati, il loro beni confiscati e la sua famiglia confinata.

Oltretutto, l’autrice è anche docente nelle maggiori università d’Europa, per cui avevo grandi aspettative, ero certa che sarebbe stato un bel libro.
Entusiasta, comincio a leggere, tutto d’un fiato, divoro le prime cento pagine. All’inizio resto perplessa della leggerezza quasi superficiale che adopera nel parlare di quell’epoca, ma vado avanti, con la convinzione che prima o poi avrebbe cambiato registro ma, ahimè, questo cambiamento non avviene.
Sono arrivata a fine lettura con una sensazione di vuoto dentro, un vuoto cupo dove rimbombavano le voci di chi a quell’epoca ha subito le persecuzioni, le sofferenze, le voci straziate di chi è stato ucciso, torturato, fucilato, impiccato.
Mi sono sentita tradita. Mi sono sentita male. Ho cercato persone con cui confrontarmi, qualcuno che all’epoca si è trovato come me dalla parte opposta della storia, sapere se anche lui/lei avesse avvertito lo stesso malessere, se poi gli avesse dato voce; li ho contattati e ci ho parlato. Tanti miei amici, ex perseguitati del regime, la pensavano come me, ma non entravano nei particolari. Si sa che chi subisce violenza spesso ha difficoltà a darle voce, preferisce dimenticare e nascondere, quasi fosse una cosa di cui vergognarsi.
Alla fine, in una pagina Facebook ho trovato questa recensione di Arben Borshi, che riporto anche a voi per comprendere la realtà albanese di quell’epoca, la nostra storia, quella reale, lontana anni luce da ciò che racconta questo libro.
Chi è ARBEN BORSHI?
Arben Borshi è un ex perseguitato del regime; ha avuto il nonno paterno fucilato, lo zio materno, professore, morto in prigione sotto le torture. Allo stesso Arben, a causa della sua appartenenza a una famiglia invisa al regime, venne negato il diritto di studiare.  Abbandonò il liceo all’ultimo anno perché non vedeva prospettive per poter andare all’università o trovare un lavoro confacente alle sue inclinazioni. 
Dal 1991 Arben Borshi vive in Italia.

Erida Petriti

Commento vissuto al libro biografico di Lea Ypi Libera: Diventare grandi alla fine della storia.

Sono stato spinto a leggere il testo di Lea Ypidalla curiosità, soprattutto alimentata dall’unico denominatore comune che ci unisce: la terra natia albanese. Non desidero atteggiarmi a critico letterario e, tanto meno filosofico-politico ma mi sento in diritto di esprimere le mie riflessioni su di esso, quantomeno per il fatto di aver vissuto sotto un regime dove venne applicata con crudeltà la teoria marxista della lotta di classe. Ed è proprio questa teoria che fa da “colonna portante” a questo libro.

Per riuscire a integrare utilmente il commento, proporrei di munirci di almeno altri due libri: Il sangue di Abele. Vivi per testimoniare di Frate Zef Pllumi e l’arcinoto romanzo distopico 1984, di George Orwell; aggiungerei anche i racconti autobiografici di Bedra Kaba. Questi ultimi, purtroppo non a stampa, comunque compaiono nelle pagine di FB di Jozef Radi e serviranno come riscontro, parallelo, della medesima realtà.

Di testimonianze altrettanto importanti, ma non pubblicate e che non hanno avuto l’appoggio di compiacenti associazioni e “banche amiche” per diffondersi in pubblico, ce ne sono a decine se non a centinaia. Tuttavia, l’appoggio della sinistra europea, specie in Europa, fa sì che libri come quello di Lea Ypi facciano “rumore”.  A mio avviso, infatti, il tema del marxismo (comunismo) non è stato mai affrontato con altrettanta deplorazione del nazismo o fascismo, malgrado anche recentemente si sia espresso il Parlamento Europeo, ponendoli tutti sullo stesso piano.

Le dimensioni spaventose dei crimini perpetrati nei paesi che applicarono la teoria marxista della “lotta di classe” ci inducono ad una riflessione seria. Come può un essere umano coscienzioso mostrare ammirazione e sostenere che la teoria marxista, responsabile di più di 100 milioni di morti nel mondo, sia stata “interpretata erroneamente” nei paesi comunisti e che invece, applicata alla virgola, porterebbe la società ad un livello sociale del tipo di quello descritto nell’Utopia di Tommaso Moro?

Torniamo al romanzo cosiddetto biografico: All’inizio, Ypi ci fa rivivere il periodo anni ’80, cioè come la realtà viene vissuta dentro la sua famiglia e in società. Realtà, questa, che in qualche modo lascia enormi strascichi nella coscienza della bambina di appena 7-8 anni. L’appuntamento con la statua di Stalin (n.d.r.: non so quanto veritiera sia la scena, dato che nella cittadina dove viveva la Ypi una statua di questo mostro disumano, sulla cui coscienza pendevano più di 30 milioni di vittime russe, ci offre una lettura sulla psicologia della bambina, bombardata com’era dalle menzogne della propria maestra Nora.

Questa insegnante è il prototipo di una ligia feticista, come parecchi altri suoi colleghi dell’epoca: indottrinava le menti dei bambini con le menzogne del partito comunista, inducendo una distorsione cognitiva della realtà nelle menti innocenti dei ragazzini. Inoltre, l’autrice del libro ci fa assistere ad un discorso assai filosofico, inverosimile, tra la maestra e la bambina Ypi. Se ne ricava un’impressione deformata, come di trovarci in presenza di una bambina “sovrasviluppata intellettualmente”, mentre realisticamente all’età di 8-9 anni di certo non si possono immaginare, nemmeno come personaggi, figure come quelle di Hegel e Marx. Leggendo queste pagine, tutto invece ti fa pensare di essere davanti ad un genio di bambina.

L’abbraccio alle gambe della statua di Stalin, che per l’autrice assicura sicurezza a questa fanciulla, avviene addirittura in un momento in cui sulle strade, per la prima volta, i manifestanti inneggiano al pluralismo politico in Albania, con slogan come: ” Libertà, Democrazia; Libertà, Democrazia”. Siamo all’inizio del 1990. Questo è il primo approccio coatto con la realtà della fanciulla Ypi!

È opportuno che lasciamo un momento questo romanzo, per riferirci parallelamente ai racconti di Bedra Kaba, e cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

Trovo utile l’esempio pubblicato sulle pagine Fb di Jozef Radi, perché vivono tutte e due la medesima realtà, ma le divide un approccio filosofico-politico diametralmente opposto. Come lei e anche più di lei a patire le sofferenze, i maltrattamenti, le torture fisiche e psicologiche, furono centinaia, decine di migliaia di uomini, donne, ragazzi e soprattutto bambini innocenti che non videro mai più la luce del sole e morirono di malnutrizione, di malattie indotte dalla noncuranza nei gulag albanesi.

Deduco che il racconto, distorcente, di Lea Ypi sia stato scritto per un pubblico estero disinformato con spiccate tendenze di sinistra, il quale non conoscendo la realtà albanese prenda per oro colato ciò che legge.

Chi è Bedra Kaba?

Bedra Kaba è una delle tante ragazze che, al contrario di Lea Ypi, ha vissuto la maggior parte della sua vita nei campi d’internamento, frutto dell’ideologia comunista ispirata alla “lotta di classe” di Marx . I gulag albanesi furono campi di concentramento dove venivano deportati tutti i cosiddetti “nemici del popolo”, marchiati dal partito. Persone normali, colpevoli di pensare liberamente, provenienti anche da nobili famiglie, con genitori colti e istruiti anche all’estero, esattamente quanto quelli di Lea, se non di più.

Nel suo racconto, Bedra, come tutte le ragazze e i ragazzi adolescenti (compreso me stesso), aveva un sogno: studiare e poi lavorare nel settore per il quale aveva studiato e un giorno creare una famiglia con la persona giusta. Le sarebbe bastato riuscire ad abbandonare quel maledetto campo di Saver (cosi si chiama il paesetto dove vennero deportate, applicando la teoria marxista della “lotta di classe”, migliaia di famiglie innocenti che lavoravano i campi di grano e di cotone).

Ma riprendiamo il libro di Lea Ypi. Metaforicamente, all’inizio del racconto  ci spiega il “dilemma” di scegliere se prendere la strada “di destra, quella centrale o di sinistra” per tornare a casa. Il “dilemma” ideologico viene risolto, alquanto inverosimilmente per una ragazzina di 10-11 anni: la Ypi ci dice che “ignora l’aroma irresistibile di biscotti” per tirare dritto! La scelta della strada di ritorno a casa, assume il valore falsato dell’essere libera, oppure no. Altro che il dilemma amletico: essere o non essere!

Nella descrizione della Ypi i dimostranti che avevano riempito le strade, in rivolta contro il partito comunista, con tanto di slogan: “Libertà,Democrazia” vengono definiti dal padre “hooligans”. L’autrice gli fa aggiungere una nota che caratterizza sgradevolmente il carattere ideologico del racconto, in linea con i termini usati dal telegiornale del partito comunista: “e dato che l’Albania non stava né con l’Ovest e né con l’Est, da noi erano spuntati solo di recente”.

Lo stravolgimento della realtà, menzognero, era volto ad evitare che la ragazzina tradisse ingenuamente la famiglia, commentando i fatti con le amiche.

Contiene una pretesa assurda. Una ragazzina “doveva difendere la libertà”, esattamente come la maestra che aveva stretto la mano di “zio Enver” e non l’aveva lavata per una settimana: perché da quella mano prendeva la forza e il coraggio per combattere.  La stessa ragazzina plagiata, secondo l’autrice, aveva cercato di immedesimarsi con la maestra per proteggere il socialismo che a sua volta “ci aveva dato la libertà”!

Sfido chiunque a dimostrare che, per quanto matura, una ragazzina, allora di 11 anni, potesse aver chiaro il senso filosofico della “libertà”. Tutti siamo stati ragazzini e sappiamo che questo concetto è un tema arduo da concepire, a quell’età.

La Libertà è il primo dono che Dio regalò agli uomini”, dice la dottrina cattolica! E non si tratta del pane terrestre, ma di quello celeste. Che vuol dire? Vuol dire che l’uomo nasce libero, in tutti i sensi. Dopo diventa schiavo, abbandona le libertà ai piedi delle autorità, in cambio del pane terrestre.

Il racconto di Dostojevski, Il grande inquisitore, nel romanzo I fratelli Karamazov, ci fa capire meglio la natura umana e il problema delle libertà dell’uomo. Il fratello maggiore Ivan, l’ateo, narra al fratellino Aljosha, il credente, la storia immaginata nel XV secolo nella città di Siviglia, dove la natura profonda del potere della corona di Spagna saldava in sé il potere dell’Inquisizione cattolica. Ma questo è tema che andrà affrontato in altra sede.

Ora, il padre di Lea non si limita a dissentire dai manifestanti, ma li squalifica con: “quelli non erano dimostranti ma hooligans!”

E questo è un’altro “chiodo” che viene fissato nella mente della bambina Lea.

–
“Nexhmije Hoxha, all’epoca moglie del dittatore Hoxha, durante il plenum di partito a Valona nel giugno del 1979, recitò letteralmente: “Noi perseguiteremo i figli dei nemici del popolo fino alla settima generazione, negheremo loro ogni diritto allo studio, impediremo a molti di loro di sposarsi e avere figli: è così che annienteremo tutti i nemici del popolo, quel che ne rimane e i loro eredi.”

Nelle citazioni si evince qual è stato il risultato dell’applicazione della teoria marxista della “lotta di classe” e del trionfo del comunismo nella società albanese. In matematica si dice che: “Il risultato in pratica è la consacrazione della teoria”, visto che questa materia tanto piace alla “professoressa” Lea. E la teoria marxista, ove è stata applicata, ha prodotto i suoi macabri frutti!

In questo libro, non mancano le intuizioni dell’autrice, ma riguardano più la sfera affettiva e interiore personale di Lea che non la rappresentazione della verità storica. La dottrina ideologica che abbozza “la professoressa” è piuttosto schematica, per non dire semplicistica.

Da qui, sarà lecito chiedersi:  come può una ragazza adolescente, in più appartenente ad una famiglia “con biografia non allineata” al regime, sostenere posizioni opposte alla verità storica, verità celata intenzionalmente dal regime comunista, dopo che i fatti reali sono emersi con obiettive documentazioni?

Come si può confrontare un libro apologetico di tale ideologia aberrante, con quello di frate Zef Pllumi, in cui emerge, in tutta la sua forma abominevole, l’applicazione dell’odio politico-ideologico nutrito dall’ideologia marxista contro i cosiddetti “nemici del partito?

Alla pedagogia marxista dell’odio fra le classi, cioè classe operaia da una parte e borghesia dall’altra, Stalin aveva aggiunto la pedagogia del mistero; il segreto più assoluto circondava gli arresti, le accuse, le condanne, la sorte delle vittime. Misteri e segreti strettamente uniti alla pratica del terrore, alimentavano un’opprimente angoscia in tutto l’insieme del paese.

Le conclusioni sono evidenti. Quanto di vero c’è nel racconto di Lea? Chi non ha vissuto in Albania in quegli anni, potrebbe semplicemente fidarsi di ciò che legge, con l’appoggio dell’ala “liberal-chic”, che ha favorito la diffusione del libro, con tanto di commenti benevoli nei giornali espressamente allineati all’ala sinistra dei “mainstream” internazionali.

Ma chi ha vissuto e subito quel maledetto regime terroristico, frutto dell’applicazione ottusa e rigida della “lotta di classe” marxista, lo trova semplicemente abominevole. La sua è una aberrazione cognitiva della realtà. In tutto questo dimostra un narcisismo ed una falsa superiorità intellettuale alimentata da delirio di notorietà!

Parlando con alcuni parenti dell’autrice, ho avuto conferma che la verità degli episodi e dei personaggi, loro comuni, è tutt’altro che quella della narrazione di Ypi. Trattandosi di un testo con pretesa di testimonianza, qui non c’entra più la libera interpretazione fantastica dello scrittore. Naturalmente, lungi da me pretendere di esercitare una censura nei suoi riguardi o di chiunque altro esprima dei punti di vista anche diametralmente contrari ai miei: conosco bene la censura, quindi la deploro.

In piena libertà mi limito a esprimere il mio punto di vista su un racconto che giudico “fantafilosofico-politico” di una autrice che considero viziata.

Nel romanzo di Kundera,” L’insostenibile leggerezza dell’essere” c’è una frase che in qualche modo ci fornisce una visione reale dell’applicazione della teoria marxista della dittatura del proletariato e della lotta di classe:

“Chi pensa che i regimi comunisti dell’Europa Centrale siano esclusivamente opera di criminali, si lascia sfuggire una verità fondamentale: i regimi criminali non furono creati da criminali ma da entusiasti, convinti di aver scoperto l’unica strada per il paradiso. Essi difesero con coraggio quella strada, giustiziando per questo molte persone. In seguito, fu chiaro che il paradiso non esisteva e che gli entusiasti erano quindi degli assassini. Allora tutti cominciarono a inveire contro i comunisti: siete responsabili delle sventure del paese (è impoverito e ridotto in rovina), della perdita della sua indipendenza (è caduto in mano alla Russia) siete degli assassini giudiziari! Coloro che venivano accusati rispondevano: Noi non sapevamo! Siamo stati ingannati! Noi ci credevamo!  Nel profondo del cuore siamo innocenti! La discussione si riduceva a questa domanda: Davvero loro non sapevano? Oppure facevano solo finta di non aver saputo nulla?”

Proprio verso la conclusione del suo libro, l’autrice Lea Ypi scrive:

“Sarebbe troppo sostenere che il giorno in cui abbracciai Stalin fu quello in cui diventai adulta, in cui mi resi conto che era mio compito dare un senso alla mia vita. Ma non sarebbe esagerato dire che quel giorno persi l’innocenza dell’infanzia. Per la prima volta mi era sorto il dubbio che libertà e democrazia non fossero la realtà in cui vivevamo, ma una condizione futura.”

Che uno abbracci la statua della Pietà di Michelangelo, posso pure capirlo, oppure la statua di Newton, nonché di Socrate e Aristotele. Ma abbracciare Stalin, uno dei maggiori assassini riconosciuti di tutti i tempi, e dichiarare per iscritto quanto sopra, certamente suscita preoccupazione sul grado di intendere e volere dell’autrice, o sulla sua malafede e di chi la plaude.

Ho fatto riferimento anche al celebre romanzo di Orwell, 1984 all’inizio per semplice fatto di una somiglianza sorprendente della realtà vissuta in Albania. Gli stessi slogan per il ”condottiero” Enver Hoxha, gli stessi metodi della “psicopolizia”, le stesse torture inflitte ai detenuti politici attraverso l’applicazione della corrente elettrica ed altro. La stessa ideologia basata sulla menzogna e deformazione.  La stessa manipolazione mentale con tanto di lavaggio del cervello. Eppure, ancora oggi stiamo discutendo se la teoria marxista era buona o cattiva.

Mi ricordo un detto, che sentii parecchi anni fa in un dibattito TV tra esponenti politici contrapposti: L’inferno è lastricato con le buone intenzioni!” Penso che si addica molto alle idee marxiste!

Articolo di Erida Petriti 

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