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Com’è vivere in un Paese libero dal Coronavirus

La stagione invernale è tornata in Nuova Zelanda. Nessuno indossa più la mascherina e le persone si incrociano l’una con l’altra senza pensarci troppo; i due metri di distanza sembrano non esserci mai stati. Le recenti restrizioni sono state abbandonate con gioia.
Le piste da sci brulicano di sciatori contenti di prendersi una pausa e commentare come sia la neve quest’anno, tanto che si direbbe che niente sia cambiato dalle stagioni precedenti. Con un’occhiata più accurata, invece, non è affatto stagione come le altre. Di turisti non se ne vede traccia: s’incontra solo gente del posto e qualche fortunato immigrato rimasto bloccato nel Paese. Sebbene il Coronavirus non sia una minaccia presente, la Nuova Zelanda è come l’unico bambino sano in una classe dove ogni altro marmocchio si è preso la varicella. E come un bambino ha bisogno di tornare in classe, il Paese sta soffrendo l’isolamento dal mercato globale. I sussidi che vengono distribuiti ogni settimana a migliaia di lavoratori che sono stati fatti ridondanti, finiranno a settembre e ci si comincia a chiedere che cosa succederà mentre, le tensioni tra governo e cittadini, immigrati e cittadini, cittadini nel paese e cittadini all’estero, cittadini e altri cittadini continua a crescere. In un certo senso la Nuova Zelanda è un Paese futuristico agli occhi del mondo: sta mostrando come una volta che ci si è liberati della malattia, la normalità non sarà alle porte. La sfida sociale a cui la pandemia ha dato vita è altrettanto complessa com’è la lotta per eliminare il virus.

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