È il titolo del racconto con cui la giovanissima moglianese Letizia Marton ha conquistato il secondo posto al Concorso Letterario Nazionale Rosso d’Inverno promosso dal Comune di Casier: a soli 15 anni Letizia con il suo Come Fiamme “sbaraglia” la concorrenza degli adulti. Ma non finisce qui, perché la moglianese si è aggiudicata anche il Premio Speciale Giovani Scrittori Under 18.
Faceva male. Era come se qualcuno avesse acceso un fiammifero e lo avesse messo là, sul suo braccio. Come se la fiamma gli avesse consumato la pelle, la carne, fino ad arrivare all’osso. Bruciava. Abbassò la testa e cercò di guardarsi la ferita, strizzando gli occhi nella penombra. L’unica cosa che riusciva a vedere era la neve sotto di lui, e delle gocce più scure che, a intervalli regolari, cadevano nel candore quasi luminoso. Con i denti stretti contro il dolore, rivolse lo sguardo tutt’attorno a sé. Un vecchio era seduto accanto a lui, appoggiato con la schiena alla parete, gli occhi chiusi, il volto scuro di fumo. Di fronte, un ragazzo e una ragazza si tenevano per mano. Con quella libera, lei stava premendo un pezzo di stoffa contro il petto del giovane, un amore disperato nello sguardo, con cui gli implorava di resistere. Lentamente una macchia si allargava tra i fili bianchi, finemente intrecciati. Più lontano, qualcuno si dimenava sulla terra fredda. Una donna aveva perso una gamba, gli ultimi movimenti febbrili le scuotevano tutto il corpo. Il silenzio rendeva la situazione ancora più irreale. Nessuna parola, anche le lacrime scendevano tra singhiozzi soffocati. Ed era proprio l’assenza di rumore ad atterrire ancora di più quelle persone, per la consapevolezza che tutti stavano tendendo l’orecchio in attesa di quel rumore, del rombo degli aerei americani. Le bombe non erano ancora finite, per quella notte.
Luca cercava di tamponarsi il taglio. Sulle mani sentiva il calore del sangue. Un pezzo di vetro di una finestra rotta dalle esplosioni gli era caduto dritto sull’avambraccio, mentre stava correndo verso il rifugio. La mamma gli aveva detto di sbrigarsi, di non voltarsi mai, e di trovarsi un posto in mezzo alle altre persone. Ce ne sarebbero state tante, aveva aggiunto. E di aspettare là, lei sarebbe arrivata. Luca stava fermo, in attesa. Le aveva anche tenuto un posto accanto a sé, per quando lo avrebbe raggiunto, perché lui le manteneva, le promesse.
Aveva guardato il cielo. Il nero, punteggiato di stelle, era falciato da uno spicchio di luna. “Gobba a levante, luna calante”. Era così bianca, e di questo candore faceva brillare l’ultima neve, che contrastava col nero delle macerie e col rosso degli incendi. Se ne stava ferma, silenziosa ed eterna testimone del dolore che non avrebbe mai potuto provare. Lei, invulnerabile, distante da tutto, ma che conosceva tutto. Ogni nascita, ogni morte, ogni sorriso, ogni lacrima le erano passate davanti dall’inizio del mondo, e fino alla sua fine lei ne sarebbe stata spettatrice. Senza poter fare niente, neanche contro quella guerra. Proprio come Luca, che se ne stava seduto a guardare la luna. Ma lui, alla guerra, ci era dentro. E faceva male. Non solo il taglio. Si era immaginato di poter volare e raggiungerla, la luna. Sedersi sopra uno dei suoi crateri e annoiarsi insieme a lei. Perché la vita della luna doveva essere una noia. Anche lui che aveva soltanto undici anni si era annoiato tante volte e si stava annoiando anche in quel momento. Ma lui, alla guerra, ci era dentro.
“Ragazzo, la zuppa”. Tre parole veloci, aveva sussultato. Sì, lui ci era dentro. Un soldato gli stava porgendo una lattina di alluminio. Luca l’aveva afferrata col braccio sano, e aveva bevuto alcuni sorsi del contenuto. Aveva fame e freddo, e quella cosa era calda, anche se forse si trattava solo di acqua sporca. Degli uomini in uniforme la stavano distribuendo a chi si trovava nel rifugio. Se fosse stato a casa sua, quella sera avrebbe di sicuro mangiato la zuppa al radicchio. La mamma la faceva così buona! E poi, quando si trattava degli ultimi radicchi dell’anno, te la godevi ancora di più. Fino a poche settimane prima aveva aiutato la madre a raccoglierne alcuni cespi nel campo accanto a casa, poco fuori città. Avevano fatto la semina a luglio, in un giorno di luna calante proprio come quello. Così lei gli aveva insegnato: la condizione per seminare gli ortaggi a foglia perché non facciano i semi è il calar di luna. Con la luna crescente tutte le cose crescono di più, anche le unghie. Luca si era poi preso cura di quelle piante per tutto l’autunno e l’inverno, fino a quel momento.
Si era sempre meravigliato della forza con cui il radicchio tardivo sfida il gelo. La mamma gli raccontava sempre che quando nasce è bianco come la neve dell’inverno, durante il quale cresce amaro nella lotta contro il freddo, e negli sforzi di batterlo. Ma è bianco in un bianco molto più grande, che lo sconfigge. Lui poi riprende a combattere, ancora più ostinato, ancora più amaro, per non lasciarsi sopraffare. Seconda brinata, seconda sconfitta. Questa volta però è così determinato a vincere che il bianco lo batte. Diventa una fiamma rossa contro il freddo, contro l’inverno, amara come la battaglia da cui è uscito vincitore. Il dolore rende diversi, diceva la mamma, lascia dei segni per ricordare che lo si ha sconfitto e per essere pronti a rifarlo, se si presenta di nuovo. “Guarda queste piante, sembrano fuoco. Il freddo non potrà mai più avere la meglio, contro di loro”.
Mamma. Perché non era ancora arrivata? Luca guardò lo spazio vuoto accanto a sé. Aveva paura. Troppi brutti pensieri si stavano facendo strada nella sua mente, contro la sua piccola e tenace speranza. Non proveniva più alcun rumore dalla donna senza una gamba. Il volto del ragazzo davanti a lui stava diventando sempre più color della neve, la stoffa contro il suo petto sempre più scura. I soldati erano andati via, era tornato il silenzio, il silenzio dei morti e dei vivi in attesa della morte. La zuppa aveva attenuato per poco tempo la fame che gli divorava lo stomaco, il gelo che gli arrivava alle ossa come il taglio da cui continuava a fuoriuscire sangue. Faceva male. Aveva di nuovo sollevato lo sguardo alla luna, con invidia. Perché tutto quel dolore a lui? A tutti quelle persone senza speranza nel rifugio, a tutti gli esseri umani? A che scopo vivere una vita così breve se è fatta solo di sopportazioni? E a che scopo una vita infinita e così tranquilla, così perfetta? Uno spicchio bianco, tagliente, l’unica piccola fetta ancora illuminata dalla luce del sole, che rifletteva e donava alla terra. Già l’indomani quella falce si sarebbe ridotta ancora di più, ancora di più l’oscurità avrebbe ricoperto la superficie costellata di crateri.
Forse anche la luna soffriva. Forse anche lei provava dolore quando la luce l’abbandonava, fino a renderla nera in un nero ancora più grande. E dato che soffriva non riusciva ad occuparsi della terra, così da far crescere bene ogni cosa. Ma poi riusciva anche lei, luna nuova, a sconfiggere il nero. Ridiventava pian piano tutta bianca, sempre più forte di vittoria, e donava un po’ di quella forza alle piante, alle unghie, prima di venire lentamente ricoperta dall’oscurità. Una battaglia eterna come la sua vita, un’infinita sconfitta, ripresa e vittoria.
E forse stava proprio qua la differenza, tra la vita della luna e la sua. Per Luca quella guerra, quel dolore sarebbero passati, e lo avrebbero cambiato. Per sempre. Segni sulla pelle, il taglio sarebbe diventato una cicatrice. Segni nell’anima, anche dentro Luca non sarebbe stato più lo stesso. Perché il dolore rende diversi, la mamma glielo aveva sempre detto. La sofferenza lo avrebbe cambiato, la vittoria lo avrebbe reso più forte e gli avrebbe così permesso di batterlo subito, il dolore, se gli fosse capitato di affrontarlo una seconda volta. Luca avrebbe avuto le armi giuste, sarebbe stato pronto. La luna no. La luna viveva per sempre, ma la lotta contro la sofferenza e il successo non l’avrebbero resa diversa e definitivamente più forte. Trionfando sull’oscurità lei sarebbe tornata sempre bianca come prima della battaglia. Avrebbe avuto un po’ di forza in più, sì, ma non sarebbe mai stata pronta a sconfiggere subito il nero, quando avrebbe ricominciato a coprirla, perché non avrebbe avuto le armi giuste con cui manifestarla, quella forza. Quindi, mentre cominciava a scomparire di nuovo nel buio, la donava tutta alla terra, al radicchio, anche se era poca perché stava cominciando di nuovo a soffrire. Anche se era meno di quella che aveva potuto dare alle unghie quando era crescente, quando stava vincendo.
Ma lei non aveva bisogno di essere definitivamente diversa, dopo la aver vinto, definitivamente più forte, lei avrebbe potuto perdere in eterno, e in eterno vincere ancora, perché lei era eterna. E in questa infinita battaglia lei stava là, ferma, in cielo, per ricordare agli uomini che invece loro non vivevano
per sempre. Che loro avevano bisogno di un “definitivamente”, perché la loro vita sarebbe finita. Lei che illuminava la neve che aveva fatto diventare fiamme rosse le piante che lei aveva cresciuto con la poca forza rimastale dalla vittoria. Lingue di fuoco come quelle che, in quel momento, stavano cadendo dal nero del cielo. E facevano male.
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