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Civita Giuliana, gli schiavi meglio nutriti dei liberi: le nuove scoperte che riscrivono la quotidianità romana

3 minuti di lettura

Dalle anfore di fave ai cesti di frutta: gli scavi rivelano una nutrizione avanzata nel quartiere servile della grande villa romana

POMPEI (NA). Nuove e sorprendenti scoperte emergono dagli scavi della villa romana di Civita Giuliana, nei pressi dell’area archeologica di Pompei. Le recenti indagini archeologiche rivelano un quadro inedito e, per certi versi, paradossale: alcuni lavoratori schiavizzati godevano di un’alimentazione migliore rispetto a quella di molti cittadini formalmente liberi dell’epoca.

Il dato, noto finora solo attraverso le fonti scritte, trova oggi una conferma concreta grazie a un progetto finanziato con 140mila euro nell’ambito della “Campagna nazionale di scavi a Pompei e in altri parchi archeologici”, sostenuta dalla Legge di Bilancio 2024 su proposta del Ministero della Cultura. I risultati sono stati pubblicati sull’E-Journal degli Scavi di Pompei.

Una dieta insospettabilmente ricca

Nel quartiere servile della grande villa, in uno degli ambienti al primo piano, sono state rinvenute diverse anfore contenenti fave – una delle quali ancora semivuota – insieme a un grande cesto di frutta, tra cui pere, mele o sorbe. Si tratta di alimenti di grande valore nutrizionale: le fave fornivano proteine, mentre la frutta garantiva un importante apporto di vitamine.

Gli schiavi vivevano in celle di circa 16 metri quadrati, ciascuna con fino a tre letti, in condizioni certamente dure. Tuttavia, in quanto “strumenti di produzione” – l’instrumentum vocale della cultura romana – rappresentavano un investimento economico considerevole, dal valore di migliaia di sesterzi. Per questo motivo, il padrone della villa aveva tutto l’interesse a mantenerli in buona salute, integrando la dieta a base di grano con cibi più nutrienti.

Controllo, razionamento e difesa dai parassiti

La conservazione delle scorte al primo piano rispondeva probabilmente a una duplice esigenza. Da un lato, proteggeva i viveri da roditori e parassiti: già dal 2023, infatti, erano stati rinvenuti resti di topi e ratti negli ambienti del pianterreno, che disponevano soltanto di un battuto di terra e non di un vero pavimento. Dall’altro, la posizione elevata permetteva un controllo più efficace delle razioni, che verosimilmente venivano distribuite in modo differenziato per età, sesso e mansione.

È plausibile che proprio al primo piano risiedessero i servi più fidati del padrone, incaricati di sorvegliare gli altri secondo un sistema gerarchico già ricostruito dagli archeologi negli anni precedenti.

Numeri impressionanti per il fabbisogno alimentare

Le stime parlano chiaro: per sostenere un gruppo di circa cinquanta lavoratori – la capienza stimata del quartiere servile di Civita Giuliana, uno dei più grandi dell’area pompeiana – erano necessari circa 18.500 chilogrammi di grano all’anno. Per produrre tale quantità occorrevano almeno 25 ettari di terreno coltivato.

Una dieta basata esclusivamente sul grano avrebbe però provocato gravi carenze nutrizionali e malattie. L’integrazione con legumi e frutta era dunque essenziale per garantire la piena efficienza degli schiavi. Un paradosso storico emerge con forza: in un’epoca segnata da profonde disuguaglianze, alcuni schiavi delle ville agricole potevano essere meglio nutriti di molti cittadini liberi, costretti spesso a sopravvivere grazie all’elemosina dei notabili.

Porte, attrezzi e ambienti superiori

Le indagini del 2023-2024 si sono concentrate nel settore nord del quartiere servile, sotto l’attuale Via Giuliana, riportando alla luce le strutture murarie dei piani superiori della villa e quattro ambienti separati da tramezzi in opus craticium.

Tra i ritrovamenti più significativi figurano il calco di un’anta di porta a doppio battente, completa delle borchie in ferro, e quello di un grande attrezzo agricolo, forse un aratro o una stegola. Un terzo calco, interpretato come un grande portone, potrebbe essere stato in fase di riparazione al momento dell’eruzione del Vesuvio.

“L’assurdità del sistema schiavistico”

«Sono casi come questo in cui l’assurdità del sistema schiavistico antico diventa palese», ha commentato il Direttore del Parco Archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel. «Esseri umani vengono trattati come attrezzi, come macchine, ma l’umanità non si può cancellare così facilmente. Schiavi e liberi respirano la stessa aria e mangiano le stesse cose, a volte gli schiavi persino meglio».

Un ragionamento che richiama le riflessioni di pensatori come Seneca o San Paolo, per i quali la schiavitù non era solo una condizione giuridica, ma anche una realtà esistenziale. Una tematica, sottolinea Zuchtriegel, drammaticamente attuale: oggi, secondo alcune stime, oltre 30 milioni di persone nel mondo vivrebbero ancora in condizioni riconducibili a forme moderne di schiavitù.

Scavi, tutela e valorizzazione

La villa di Civita Giuliana è al centro di una lunga operazione di recupero avviata nel 2017, in collaborazione con la Procura della Repubblica di Torre Annunziata, per fermare il saccheggio sistematico che per anni aveva devastato l’area. Il Protocollo d’intesa, sottoscritto nel 2019 e più volte rinnovato, ha reso possibile la tutela del sito e l’avvio di nuove indagini scientifiche.

È attualmente in corso il progetto “Demolizione, scavo e valorizzazione in località Civita Giuliana”, finanziato con fondi ordinari del Parco. L’intervento prevede la demolizione di due edifici moderni che insistono sul quartiere servile e l’ampliamento delle ricerche archeologiche, con l’obiettivo di ricostruire in modo più completo l’organizzazione della villa e migliorare le strategie di conservazione e valorizzazione dell’intera area.

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