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Cinzia

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“Cinzia per prima con i suoi begli occhi mi ha catturato”. Così esordisce il poeta latino del primo secolo Properzio nelle elegie dedicate alla sua amata Cinzia. E Cinzia incanta ancora, come lo ha sempre fatto, non solo i poeti ma tutti noi che guardiamo il cielo notturno.

Cinzia è l’aggettivo con cui era chiamata la dea Artemide, perché nata dal monte Cinto, lei la dea della luna. Ma l’aggettivo attribuito alla luna, “cinzia”, richiama anche quel cingere che compie il nostro satellite attorno alla Terra, come già gli antichi ritenevano.

Con la missione Artemis si avvia quell’inarrestabile processo che porterà dall’esplorazione alla colonizzazione dello spazio extraterrestre da parte degli umani. L’avventura spaziale non è una questione di dominio strategico, o di dimostrazione di potere tecnologico, o, come qualcuno ora sostiene, di sfruttamento commerciale. Essa è un patrimonio dell’intera umanità, chiamata a parteciparvi in misura sempre più estesa e coinvolgente.

Il vero successo di questa grande impresa sarà riuscire a portare nello spazio extraatmosferico e su altri pianeti non solo esperti scienziati o militari, ma anche comuni esseri umani, desiderosi di conoscere e di avviare una nuova generazione extraterrestre.

Per comprendere l’audacia e la grandezza di questa missione appena cominciata, è come immaginare di costruire sull’Everest un hotel di lusso dotato di ogni comfort, comprese saune e bagni termali. L’ambiente extraatmosferico è infatti inabitabile e ostile per gli esseri viventi.

Gli effetti della microgravità alterano in maniera impressionante la fisiologia, richiedono una preparazione non comune e attrezzature di tecnologia avanzata. Le temperature sono estreme: da -150 °C nelle zone d’ombra a +120 °C quando si è esposti ai raggi diretti del sole. Si è inoltre soggetti all’impatto di polveri e meteoriti, che si abbattono senza il filtro dell’atmosfera, e non si conosce ancora del tutto l’effetto dei raggi cosmici sull’organismo umano quando non è adeguatamente schermato.

L’effetto psicologico dello spazio profondo è, da un lato, incantevole e, dall’altro, confusivo: l’oscurità e il silenzio, insieme alla perdita del normale ritmo di luce che accompagna il passaggio dal giorno alla notte, alterano profondamente la percezione. Non ci sono stagioni né altri fenomeni a cui siamo abituati. E soprattutto, guardare il pianeta azzurro, la Terra, può avere un effetto depersonalizzante e quasi ipnotico.

Questa missione durerà dieci giorni, ma le successive saranno più lunghe. Quando si partirà per Marte, ci vorrà circa un anno per arrivare. “La Terra è la culla dell’umanità, ma non si può rimanere nella culla per sempre”: è la celebre frase di Konstantin Tsiolkovsky (1857-1935).

Quando nel 1903 i fratelli Wright riuscirono a far compiere pochi metri al loro Flyer per una manciata di minuti, questo sconosciuto insegnante di un villaggio russo scriveva un trattato in cui non solo ipotizzava, ma rendeva praticabile la sopravvivenza degli esseri umani nello spazio extraterrestre.

Ciò che oggi avviene, e ciò che in passato è accaduto sul nostro piccolo pianeta, conta davvero poco rispetto alla sfida che l’umanità ha saputo lanciare, nonostante costi e rischi. Ma se ci fermiamo a questi calcoli, o a considerazioni pregiudiziali verso questo o quel paese o leader, ci riduciamo meschinamente a restare con i piedi per terra, dimenticando il compito a cui siamo destinati.

In un antico papiro egiziano di quattromila anni fa fu trovata scritta questa frase: “Se ti rivolgi al futuro, esso ti risponderà”. È solo interrogando il futuro che troveremo le risposte. E allora, per qualche giorno — almeno quelli della missione spaziale Artemis — dimentichiamoci delle sventure di oggi.

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