Quando muore un campione resta il sapore di tutta la bellezza che ci ha regalato ma anche un senso di smarrimento, figlio di quella incredulità con cui dovrai fare i conti
Mi chiamo Evaristo, scusate se insisto. Un motto indispensabile per accompagnare il numero 10 che non solo accarezzava il pallone ma lo rendeva poetico, romantico e inarrivabile. Da Brescia a Milano è un’ora di strada e l’Evaristo nel 79 la percorre velocemente, una maglia nerazzurra lo attende e San Siro pure, con i suoi meravigliosi tifosi, con l’eco della grande Inter che rimbomba ancora, fragoroso, a tratti ingombrante e una presidenza paterna che di nome fa Fraizzoli. Il tempo di accasarsi, tanto si sposerà presto, quando arriva subito lo scudetto targato Bersellini, con l’Evaristo che nel frattempo aveva ricevuto visite da Brescia, vedi un certo Alessandro Altobelli, un centravanti con cui formerà un binomio imprescindibile. Quell’Inter, allenata come detto dal sergente di ferro di Borgotaro, uno che in allenamento ti dilaniava, per poi farti arrivare fulmineo in campo la domenica e a tavola razionava parecchio, Bini un giorno raccontò di alcune minestre al prezzemolo e il pizzaiolo che arrivava di notte ad Appiano portando capricciose e diavole per sfamare la truppa. Ma l’Eugenio ebbe ragione, in effetti la squadra era un bijoux, assortita e gagliarda, con l’Evaristo che illuminava negli ultimi 25 metri e gente come il Pirata Marini, Gondrand Pasinato, Oriali che iniziava la sua vita da mediano, Bordon, Bini, Canuti, Mozzini, Baresi, Occhipinti, Pancheri, Ambu. Per non parlare del Mimmo Caso che della fascia fece un presidio e di Altobelli in coppia con Carletto Muraro. Tutti volevano emulare Beccalossi, anche forse nella sua simpatica indolenza, quando sembrava nascondersi per poi sorprendere l’avversario. Il repertorio era immenso, dal tunnel di esterno al doppio dribbling, al servizio di prima nel corridoio per il compagno, e poi e poi e poi. I riccioli neri al vento quasi a voler anticipare la direzione che doveva accompagnare la sfera, sempre incollata al piede, e poi le reti famose, su tutte forse la doppietta al Milan all’andata nell’anno dello scudetto, con il primo gol di piatto che disarma Albertosi, ma nella sua perfetta sregolatezza da purosangue anche il doppio rigore sbagliato in una serata di Coppa, e poi la mancata chiamata da parte di Bearzot nel 1982, un cruccio che il tempo ha avuto il gusto di lenire. Ma certamente è solo una parte di tutto quello che l’Evaristo è stato capace di regalare, con il suo talento, il suo genio e la sua sensibilità, fino all’ultimo tunnel. E noi vogliamo credere che abbia atteso oggi per non disturbare domenica.
Photo Credit by Wikipedia
Instacult di Mauro Lama
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