È il grido di protesta del boss nel film “Gli intoccabili”. Lasciando da parte il film e il contesto in cui la frase è stata pronunciata, è comunque interessante notare l’accostamento tra due significati: la fatuità e il valore. Per dirla in altro modo, il fascino del distintivo: ciò che appare, e ciò che ha un significato intimo e profondo.
Vediamo assai spesso affiorare dal bavero di una giacca o sul foulard che riveste il collo un piccolo segno che chiamiamo distintivo. Si tratta di una ostentata manifestazione di un’idea, oppure di qualcosa che ci è stata donata o assegnata per meriti o carriera. È ciò che vogliamo per essere distinti da altri che non ce l’hanno. Per l’appunto, il distintivo: ideologia, onorificenza, valore.
Il distintivo ci ricorda, ma soprattutto evidenzia, ciò che pensiamo e siamo, o siamo stati. Oggetto di scarso valore di per sé, ma di significato importante. Così dovrebbe essere. A volte, però, è solo un segno di conformismo: serve a far credere che si pensi in un certo modo, anche quando non è davvero così.
Questo piccolo oggetto appuntato come una spilla deve notarsi, altrimenti a che servirebbe? Racchiude in sé una sintesi del nostro Io: ciò che gli altri devono sapere di noi e come, conseguentemente, devono giudicarci. È una scorciatoia comunicativa, una forma condensata della nostra identità esposta al pubblico.
Abbiamo anche altri segni, nascosti o visibili: calze di un certo colore, cravatte di una certa marca, pochette a una, due o tre punte. Sono come tatuaggi simbolici che ricordano, prima a noi stessi che agli altri, chi siamo, cosa facciamo e come vogliamo differenziarci oppure uniformarci a un gruppo. Simboli di vanità effimeri, ma per noi essenziali.
Segni invisibili e occulti, simboli di qualcosa che soltanto noi sappiamo decifrare, ma che possono incuriosire il prossimo. L’Ego, in un segno, nasconde la vanità del distinguersi. Ed è proprio qui che si annida l’ambiguità.
Se da un lato il distintivo dovrebbe essere la sintesi orgogliosa di un percorso, dall’altro scivola spesso nel conformismo di facciata. Diventa il “passaporto” per un gruppo, un segnale lanciato al mondo per dire: “Tranquilli, la penso come voi”, anche quando l’intimo convincimento vacilla. Quel piccolo punto luce sul petto serve a farci giudicare prima ancora di aver aperto bocca.
In un’epoca di immagini sbandierate, il distintivo resta l’ultimo baluardo di un’appartenenza che cerca visibilità. Ma resta una domanda: quanto di quel valore appartiene davvero all’uomo e quanto, invece, è solo il riflesso del metallo sulla giacca?
Alla necessità di distinguersi si oppone il bisogno di anonimato. “L’abito non fa il monaco”, così recita il proverbio. E “chi predica razzola male” richiama l’ipocrisia dell’apparenza. Vestire casual può essere più distintivo di benessere e ricchezza che indossare giacca e cravatta acquistati in un grande magazzino. Toppe e strappi sui pantaloni possono indicare trascuratezza e miseria, oppure una moda raffinata e ricercata.
In tutte queste operazioni di camuffamento si fa fatica a distinguersi e a distinguere. Diventa allora preferibile la non riconoscibilità: il desiderio di nascondersi e di preferire all’apparente visibilità l’anonimato. Mi travesto da persona qualunque per evitare il riflettore, ma anche per sentirmi più libero, più aperto e disponibile all’incontro con l’altro.
“Vivi nascostamente”, insegna Epicuro. Per vedere com’è il mondo, il Budda deve uscire dal suo palazzo regale: solo così può conoscere la realtà, sentire la gioia e il dolore, coglierne il sapore e l’orrore.
Nessuno può entrare nel tuo giardino segreto, così come tu non puoi introdurti senza invito in quello degli altri. Alle password indifese e indifendibili è forse da preferire una trasparenza digitale, che ci espone di più al rischio di essere truffati nella nostra identità.
Ma nessuno sarà mai così abile da rubarci quella vera, che nessun distintivo potrebbe rappresentare. La nostra identità non è scritta su una carta, né può essere davvero espressa attraverso una vanitosa ostentazione di sé, a volte ridicola e patetica.
Il mio account non ha una password. Non ce n’è bisogno: è comunque inaccessibile ai noti o ignoti “disturbatori patologici”, perché necessita del mio assenso vivente.
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