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Che cosa sta succedendo agli uccelli nel mondo

3 minuti di lettura

L’epidemia di H5N1 colpisce milioni di uccelli selvatici e si diffonde tra specie diverse, minacciando biodiversità ed ecosistemi globali

La scorsa settimana, mentre lavoravo in una clinica veterinaria ad Auckland, ho assistito a una scena apparentemente banale ma rivelatrice del momento storico che stiamo vivendo. Un gabbiano ferito era stato portato d’urgenza dal pubblico, e il veterinario di turno, dopo averne constatato la salute precaria, ha immediatamente contattato l’MPI — il Ministry for Primary Industries, l’ente governativo neozelandese responsabile della biosicurezza, della sicurezza alimentare e della gestione delle malattie animali. Quello che non tornava al veterinario era l’aspetto salutare del gabbiano e quello che sembrava un improvviso declino del sistema respiratorio.

La domanda, per chi non vive immerso nel mondo veterinario, sorge spontanea: perché il governo della Nuova Zelanda dovrebbe essere interessato al cadavere di un comune uccello selvatico? La risposta è che l’influenza aviaria ad alta patogenicità, conosciuta come H5N1, è diventata la più grave epidemia animale mai registrata. In pochi anni ha trasformato un virus un tempo confinato negli allevamenti di pollame in una minaccia globale per la fauna selvatica e, potenzialmente, per la salute pubblica. Quello che sta accadendo non ha precedenti nella storia recente delle malattie infettive.

Tradizionalmente l’HPAI era considerato un problema zootecnico: un patogeno aggressivo, sì, ma quasi esclusivamente legato al pollame. Le popolazioni di uccelli selvatici, pur potendo talvolta infettarsi, non fungevano da motore di diffusione. Questa volta, invece, è accaduto qualcosa di totalmente diverso. La variante di H5N1 emersa attorno al 2020 ha acquisito la capacità di stabilirsi in uccelli migratori e in colonie di uccelli marini, trasformandosi in un passeggero indesiderato delle grandi rotte migratorie globali.

Da quel momento la sua espansione è diventata inarrestabile: Europa, Africa, Asia, Americhe e persino l’Antartide, dove la diffusione tra pinguini e foche rappresenta un rischio ecologico enorme per specie che non hanno alcuna difesa adattativa contro questo tipo di virus.

Gli effetti si misurano in milioni di animali morti, ma le stime reali sono probabilmente molto più alte: molte carcasse scompaiono in mare, o in zone remote non raggiunte dai monitoraggi. Le specie coloniali — come sule, gabbiani, sterne e albatros — sono le più vulnerabili, perché vivono e nidificano strette le une alle altre, facilitando una trasmissione esplosiva. Anche i rapaci sono stati colpiti duramente, contagiati da prede infette: l’aquila calva negli Stati Uniti, il condor della California, falchi, gufi e nibbi in molte parti del mondo.

La perdita di così tanti predatori, scavenger e uccelli marini avrà ripercussioni sugli ecosistemi per anni, forse decenni.

A complicare ulteriormente la situazione, negli ultimi mesi il virus ha cominciato a circolare anche tra bovini da latte. Non era mai accaduto su questa scala. Le vacche colpite possono manifestare calo della produzione di latte, febbre e sintomi respiratori, ma il vero problema è che il virus sta dimostrando un’inaspettata flessibilità biologica. Ogni nuovo serbatoio animale rappresenta una possibilità in più per il virus di cambiare, adattarsi, migliorare le proprie capacità di trasmissione.

Finora le infezioni umane sono state pochissime, tutte legate a un contatto molto stretto con animali infetti o ambienti contaminati — come allevamenti avicoli o, più recentemente, mandrie di bovini. Tuttavia, la mortalità osservata nei casi umani finora registrati è stata estremamente alta. Non c’è, al momento, alcuna evidenza di trasmissione sostenuta da persona a persona, ed è questo che mantiene il rischio generale basso.

Il timore degli epidemiologi, però, è chiaro: che il virus possa acquisire, a forza di tentativi, le mutazioni necessarie per diffondersi efficientemente tra le persone, come accadde con il virus della pandemia del 1918 o, in tempi recenti, con il SARS-CoV-2

La difesa principale rimane la prevenzione. Le autorità sanitarie raccomandano di evitare il contatto con uccelli malati o morti e di segnalare tempestivamente qualsiasi ritrovamento sospetto a linee dedicate — come l’Emergency Animal Disease Hotline in Australia — o tramite applicazioni di citizen science, come BirdTrack nel Regno Unito.

Sebbene per ora il rischio per la popolazione generale rimanga basso, la situazione richiede un monitoraggio costante: l’H5N1 è uno dei virus più letali mai identificati e la sua diffusione massiva nella fauna selvatica crea un ambiente evolutivo imprevedibile.

L’epidemia di H5N1 non è solo una storia di animali malati: è un caso emblematico di quanto fragili siano gli equilibri tra natura, allevamenti e salute pubblica. Virginie Courtier, virologa francese, l’ha definita “la più grande crisi per gli uccelli selvatici degli ultimi secoli”.

Con il virus che continua a muoversi tra specie diverse, dagli uccelli ai mammiferi marini fino alle mucche, diventa sempre più evidente che la protezione della biodiversità e la salute umana sono profondamente interconnesse.

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