“La sola cosa che gli esseri umani vogliono si chiama libertà e i talebani ce l’hanno tolta. Non possiamo studiare, non possiamo fare sport, non possiamo uscire di casa, non possiamo amare come vogliamo e inseguire i nostri sogni…”.
Sono le parole di una giovane atleta della squadra di calcio femminile afghana. Nel maggio 2021, con la fuga degli americani ed alleati e il ritorno dei Talebani al potere, 23 ragazze sono state costrette a rifugiarsi all’estero per continuare a vivere al sicuro e praticare lo sport che amano. In pochi giorni, tutto ciò che era stato costruito in anni di occupazione e che si sperava potesse trasformare un territorio primitivo e violento in una nazione libera e democratica, si era letteralmente volatilizzato. L’occidente si ritirava in malo modo lasciando che la gente tornasse a vivere come prima, come se niente fosse successo.
Oggi, dopo una lotta durata alcuni anni, la FIFA ha finalmente autorizzato la squadra a gareggiare sotto la bandiera dell’Afghanistan, pur senza rappresentare il regime attuale. L’Occidente, che le aveva abbandonate, ne ha infine riconosciuto la dignità accogliendo le loro petizioni. Un passo avanti contro la decadenza culturale, a dimostrazione che la sete di libertà va oltre la politica istituzionale.
Eppure, mentre la gente ricerca valori ideali ed è disposta a sacrificare tutto pur di sentirsi libera, gli Stati si ostinano a occuparsi quasi esclusivamente di finanza, economia e potere.
Ciò che è avvenuto a Ceuta, enclave spagnola in terra d’Africa, il 31 luglio 2026 non sarà dimenticato. Oltre cinquantamila persone provenienti dal Marocco si sono riversate in territorio europeo in un evento di proporzioni storiche. Si discute sulle responsabilità, si parla di emergenza, ma la percezione è che nessuno voglia davvero affrontare la radice del problema. L’opinione pubblica viene distratta sulle vacanze estive, rituale collettivo a cui nessuno si vuole sottrarre, compresi coloro che dovrebbero sostenere tutto il peso che la vicenda comporta e adottare rimedi non solo temporanei.
La vicenda di Ceuta non è solo un fatto di cronaca o di gestione dei confini: è una pesante e complessa sollecitazione a riflettere sul colonialismo e sul neocolonialismo, sull’esportazione di modelli di vita azzerati sul consumo vistoso e inutile. Ci impone di interrogarci sull’integrazione culturale ed etnica, sul benessere diffuso contro i privilegi di pochi, e sul diritto fondamentale di desiderare una vita sotto un cielo diverso. In ultima analisi, è un banco di prova sui valori e sui disvalori di un occidente di cui stiamo raccontando la prevedibile, e forse inevitabile, decadenza.
Come nel 2021 così nel 2026 l’opinione pubblica non è affatto sollecitata, piuttosto distratta a restare indifferente, rispetto a fatti ritenuti “inevitabili”, senza alcun tentativo di comprensibilità storica e culturale. Si sostengono slogans e polemiche di stampo elettorale, ma non si trova il modo di far capire che il nostro mondo è destinato a cambiare, e che dobbiamo difendere ciò che siamo stati e vogliamo ancora essere.
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