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Cardiologia

Era vecchio, trascinava il suo passo. Capelli grigi, arruffati, disordinati, come quelli d'uno scienziato pazzo al quale la vita aveva riservato solo esperimenti fallimentari, esplosivi, bocconi amari e brevetti fottuti proprio sotto il suo naso.

Era vecchio, trascinava il suo passo. Capelli grigi, arruffati, disordinati, come quelli d’uno scienziato
pazzo al quale la vita aveva riservato solo esperimenti fallimentari, esplosivi, bocconi amari e brevetti fottuti proprio sotto il suo naso. I pantaloni due taglie più grandi, il cavallo basso senza essere Hip-Hop. Un maglione blu scuro gigante, un giaccone enorme, tasche in cui sembrava avresti potuto trovare di tutto. Camminava senza avere una meta. I piedi stanchi sul linoleum consunto. Aveva come un problema di postura, si muoveva con le piante larghe ed il peso spostato sull’esterno del piede.

 

Pareti pittate di tenui colori pastello. La vernice scrostata e macchiata dagli urti di decine e decine di
cigolanti barelle. Un andata e un ritorno. Un’altra andata ed un altro ritorno. E poi ancora ed ancora.
Senza sosta, senza potersi fermare, una pena infinita e la desolazione ch’era penetrata in ogni interstizio di quel corpo piegato dai giorni.

 

“Babbo dovresti sederti, tre ore che stai camminando”. Occhi azzurri e capelli ricci, ansia e tenerezza in parti uguali. La voce che stava parlando, padre e figlio assieme in attesa dentro il corridoio d’un fottuto ospedale.
“Ragazzo non posso farlo, tua madre è là dentro e lo sai quanto sta soffrendo”. Non sarebbe servito. Dico tentare un’ardua opera di convincimento. Neanche sotto la minaccia di un’arma da fuoco o d’una mazza da baseball. Non si sarebbe seduto. C’era un vecchio pannello a led rossi che continuava a scorrere, a contare, avanzando inesorabile e placido come un mare che giorno per giorno si fregava la spiaggia. Uno di quei numeri, dieci lampadine su sfondo nero, erano nientemeno che cinquantanni di vita. Una moglie e una madre, una roccia, forte e fiero lo sguardo nonostante le difficoltà di un’esistenza che non era stata tutta quest’agiatezza.

 

La roccia aveva cominciato a mostrare segni di debolezza. Infauste previsioni di cedimento e di crollo. Ed il fatto era che nessuno se l’aspettava davvero, anche se tutti sapevano che niente è insensibile all’erosivo scorrere di una notte e poi un’altra. Negazione della realtà. Negare. Negare. Negare. Soprattutto a sé stessi. La morte non è vicina e ci sarà sempre tempo per rimediare ai propri errori. La morte, nient’altro che un affare dell’altro mondo, un pensiero lontano, irreale, per nulla concreto, potevi scacciarlo via chiudendo gli occhi e respirando profondamente.

 

Ma non era vero ed il risveglio da quel lungo abbaglio aveva colpito i presenti come un gancio ben assestato, dritto sotto il mento. Più di tutti, l’anziano signore. Più di tutti, lo scienziato pazzo. Stava poggiato con il braccio destro sul bordo angolare di una parete. Fissava il vuoto e poi quella porta che separava il reparto dalla sala d’attesa. Gli sembravano di nuovo i primi anni ottanta, le sigarette una dopo l’altra – allora si, si poteva fumare dovunque – e la visione fissa di una famiglia che di lì a poco si sarebbe allargata.

 

Si ridestò all’improvviso, scuoteva la testa senza riuscire a smettere. Si rese conto ch’erano volati più di trentanni. Si chiese dove e quando era sparito tutto quel tempo. Se ne stava poggiato con il braccio destro sul bordo angolare di quella parete. Aggrappato come un ferito di guerra alla sua dannata stampella.

 

Ignorava i richiami del figlio. Cadenzati e regolari da almeno due ore. L’ignorava perché nella sua
mente sedersi sarebbe equivalso ad un segno di resa. Restare in piedi era come continuare a
pompare, massaggio cardiaco, dalla sua forza di volontà e dalla sua resistenza sarebbero dipese le
sorti di quella giornata.

 

“Papà lo sai, non serve a niente e questa stanza si sta pure affollando”. Stava poggiato con il braccio destro sul bordo angolare di una parete. Fissava il vuoto e poi quella porta che separava il reparto dalla sala d’attesa. E poi il posto vuoto, accanto a suo figlio. Si mise le mani in tasca, frugò per qualche istante. Ne trasse fuori una caramella che poteva esser lì da cent’anni. Se la portò alla bocca ed iniziò a masticarla, lo sguardo come detestato dal gusto amaro e potente di quell’antico dolcetto. Poi, senza dire nemmeno una parola, fece tre passi, come ciabattando, e si lasciò cadere sul seggiolino accanto al ragazzo, al suo ragazzo, che nel frattempo era ormai divenuto un uomo fatto e finito.

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