Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!
Il tempo nella casa per anziani suonava male dicendo “di riposo” perché richiamava l’eterno. Crono aveva divorato i decenni di quegli ospiti, rimanevano le briciole dei ricordi. Angela vedova ottantacinquenne, spavalda, ironica quanto basta, conversava con i nipoti che venivano a trovarla. Con il diciottenne Andrea scherzava quando la chiamava “boomer Angela”. La prima volta che aveva sentito questo neologismo si era informata sul suo significato. Da ex insegnante di lettere la volta seguente così lo accolse:” Ciao Andrea generazione Z. La zeta non è l’ultima lettera dell’alfabeto? Spero che tu non sia ultimo nella vita che hai davanti. Sei un nativo digitale. Quando sei nato hai emesso un urlo. Forse eri preoccupato di toccare il tasto sbagliato!”.
Andrea preso alla sprovvista non rispose. Angela dopo un sorriso malizioso con l’affettuosità dei nonni si mise a conversare. Il nipote raccontava di come i compagni usavano le furbizie per non farsi interrogare: il senso di mancamento o l’impreparazione per un lutto in famiglia; era morto il cane. Angela sogghignava per come erano cambiati i costumi. Quando insegnava nessuno fiatava: solo quand’era interrogato. Con le nuove tecnologie informatiche i rapporti si erano modificati.
Salutò Andrea dicendo: “Dammi una risposta a quello che ti ho chiesto”. La settimana seguente tutti i nipoti vennero a farle visita. Nella sua stanzetta c’erano Andrea, Carlo, suo fratello sedicenne, i cugini Claudio e Michela, gemelli diciassettenni.
Angela esordì: ”Andrea cosa mi dici!”. “A che proposito?”. “Non fare il furbo, non sei a scuola, ho la memoria buona”. I nipoti si misero a ridere per il commento mordace della nonna. “Beh”, soggiunse Andrea “noi siamo la generazione Z, quelli che lasciano il segno come Zorro”. Angela scoppiò in una sonora risata che si propagò fra i nipoti. “Cari generazione Z sono sicura che conoscete l’alfabeto, siete allenati a digitare vocali e consonanti sul telefonino. Quando mandate messaggi fate attenzione le parole pesano più del dito premuto, possono farvi fessi: inetti o spaccati in due. Compito per casa: il cellulare. Ora raccontatevi”. Dopo un’ora i nipoti uscendo commentavano: “Abbiamo una nonna tosta non è mai scesa dalla cattedra”. Il sabato successivo ritornarono. “Buon giorno nonna” salutarono in coro. “Sembrate tanti tifosi” rispose ridendo. “Ditemi come state e poi il compito richiesto”. Prese la parola Michela: ”Ci teniamo informati, siamo collegati alla rete Wi-fi, e …” “Scusa se ti interrompo”, interviene Angela, “vuoi dirmi che siete tanti pesci dentro una rete”. Scoppia una fragorosa risata: “Sei una boomer simpatica, ma non sei aggiornata. La tecnologia va alla velocità della luce e siamo connessi a queste trasformazioni”.
Una smorfia di disappunto segnò il volto di Angela. Michela riprese il discorso: “Ti spieghiamo cos’è un cellulare. È un telefonino portatile collegato ad una rete fissa di “celle” radio, con ripetitori disposti ad una precisa distanza per mantenere costante il segnale. Ecco perché i telefoni usando una rete senza fili sono stati chiamati telefoni cellulari: semplice”. Angela chiese: “Condividete questa spiegazione?”. “Si” risposero, “abbiamo eseguito bene il compito”. “Cari nipotini ascoltate”.
Quando nonna iniziava un discorso con quel vezzeggiativo lasciava intendere che qualcosa non quadrava. “Avete svolto i compiti come dei bachi da seta che mangiano la foglia, nella metamorfosi si trasformano in falene, escono dal bozzolo, ma non basta”. “Siamo informati sulle conquiste tecnologiche” ribadirono. “Si, ma non formati. La parola cellulare un tempo era il furgone della Polizia Penitenziaria per il trasporto dei detenuti. Michela ha nominato le celle. Le celle sono piccole stanze destinate ai carcerati nelle prigioni. Il rischio della vostra generazione Z è di essere sempre attaccati ai telefonini divenendo detenuti dell’informazione. Questo è il peso delle parole che vivete quando le digitate”. Squillò il cellulare di Claudio. “Questo ne è l’esempio; siete in libertà vigilata sottoposta a degli obblighi”. “Non voglio terrorizzarvi, ci tengo che pensiate con la vostra testa. Quando digitate riflettete sulle parole che inviate”. Gli adolescenti si guardavano negli occhi con lo stupore nello sguardo per quella lezione di vita. “Che ne pensate”, disse Michela sull’autobus che li portava a casa. “Non è facile soppesare le parole quando i messaggi sono veloci” rispose Carlo. “Non conosciamo tutti i significati delle parole” aggiunse Claudio.
“Raccontiamo questo ai nostri amici vediamo come reagiscono” conclusero. L’indomani i figli di Angela assieme alle mogli le fecero visita. “I ragazzi ci hanno raccontato che sei ancora attiva nel provocarli. Ci ricorda quando eravamo ragazzi e ci spronavi severamente a studiare per crescere nelle conoscenze. “Cari boomer, rispose, “la visita dei miei nipoti è per me vitale. Loro sono il futuro come lo siete stati voi per la mia generazione”. Salutati i familiari si tuffò nell’ennesimo libro di letteratura consapevole che la parola sostituiva le medicine. Dopo un paio di settimane vennero i nipoti. “Abbiamo riflettuto sui tuoi ultimi discorsi. Abbiamo parlato dei tuoi argomenti ai nostri compagni; erano all’oscuro del significato del cellulare.
Alcuni hanno chiesto se possono venirti a trovare”. Angela con gli occhi lucidi per l’emozione annuì. “Sabato pomeriggio veniamo a prenderti, andiamo in una saletta del bar qui vicino”. Quel tempo d’attesa era per Angela il rivivere la leggerezza profonda di quando si recava alla sua scuola vissuta come una famiglia. Venne il giorno. Accompagnata dai nipoti si trovò di fronte ad una decina di adolescenti. Si alzarono in piedi con un senso di rispetto. “Mettetevi seduti e grazie per essere venuti”.
“A costo di essere antipatica spegnete i telefonini. Sapete gli anziani e i bambini vengono perdonati per quello che dicono”. Un sorriso di tenerezza disegnò i volti dei presenti. “Sono una persona stagionata come un prodotto che acquista maggiore qualità. Oggi per me è una giornata di festa, è suonata la scolastica campanella. Mi esprimo con voi come una famiglia allargata: siete tutti miei nipoti”. Un applauso accolse quest’affermazione. Fissando negli occhi i giovani esordì a spron battuto: “Non fatevi infinocchiare da chi ha il potere di gestire le comunicazioni altrimenti ne diverrete schiavi. Ai miei nipoti ho detto di pesare le parole prima di dirle perché rimangiarsele ti fa mal di stomaco. Ho usato “infinocchiare” sapendone il significato d’imbrogliare. Se un oste voleva far fessi i clienti dando un vino di scarsa qualità portava prima del finocchio. È come le notizie che vi giungono, possono infinocchiarvi ovvero ingannarvi su conclusioni date per vere. Prima di connettervi riflettete per conto vostro, parlate fra voi, approfondite le questioni con la leggerezza della creatività, ascoltatevi.
L’ascolto però vuole silenzio. Fatevi sempre delle domande. Interrogarsi non fa mai male. Io stessa m’interrogo su cosa succede nel mondo: non sempre ho una risposta. Mi sono interrogata sulla piattaforma informatica chiamata TikTok e i videoclip: sono antiquata, questi nomi tecnologici mi fanno ridere. Sono delle onomatopee, parole che imitano suoni o rumori: tic-toc sono i battiti del cuore, tic tac il battito dell’orologio; clip assomiglia al clic rumore di uno scatto metallico. Alcune le avete trovate anche nei fumetti. Erano usate dal movimento culturale dei futuristi agli inizi del Novecento.
Erano dei giovani che volevano rinnovare il mondo usando come elemento innovativo la velocità. Volevano tagliare con il passato per concentrarsi nel presente. Come finì? Innovarono si il mondo culturale ma pervennero a forme di violenza e successivamente alla guerra e al fascismo. I giovani nel Sessantotto fecero la contestazione, chiamavano gli anziani per idee superate “matusa”.
Negli anni Settanta con le ideologie estreme di destra e sinistra fu lotta armata con morti e stragi. Le nuove generazioni devono progredire non eliminando il passato perché tutto ritorna. Angela smise di parlare, c’era un gran silenzio come non succedeva da tempo. Giunse uno scrosciante applauso. Intervenne una ragazza:” Noi giovani abbiamo idee di cambiamento ma abbiamo paura del mondo degli adulti”. “Hai ragione essere adulti ha un peso. Diviene leggero se si ama la realtà con la capacità dell’immaginazione che attiva la conoscenza. Amate gli altri per giungere alla libertà. Non siate schiavi dell’apparire fatto di immagini, dovete essere voi stessi. Godetevi il vuoto che c’è fra un impegno ed un altro.
Ripensate alla giornata trascorsa, al ricordo di un libro che è vostro. Se siete sempre iperconnessi diventate fessi, ovvero spaccati”. I giovani si alzarono in piedi come tifosi da stadio inneggiando: “Angela, Angela”. Nonna Angela si congedò dalla generazione Z da boomer sapiente rientrando alla struttura per anziani.
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