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“Bookabook” a Treviso: il libro che si acquista prima di essere scritto

“Bookabook” è un nuovo modo di fare editoria tutto improntato sul merito, in cui le storie – prima di tramutarsi in libri – devono superare il favore dei lettori.

Una nuova forma di editoria 4.0 rivolta soprattutto ai giovani. “Nomada” è il romanzo d’esordio della trevigiana Francesca Maria Nespolo

 

“Bookabook” è un nuovo modo di fare editoria tutto improntato sul merito, in cui le storie – prima di tramutarsi in libri – devono superare il favore dei lettori.

Dopo una prima selezione qualitativa delle proposte a cura di editor professionisti, sono proprio i lettori ad avere l’ultima parola sulla pubblicazione o meno di un libro.

 

Il meccanismo alla base di “bookabook” è molto semplice, ma altrettanto efficace: ogni storia viene caricata nel sito per un periodo limitato, con la possibilità di leggerne gratuitamente una anteprima e il riassunto. Chi desidera proseguire la lettura può pre-ordinarne una copia nel formato che preferisce, cartaceo o digitale. Al raggiungimento di un certo numero di copie di pre-ordine, il libro viene sottoposto a un minuzioso processo di editing e di correzione di bozze, terminato il quale va in stampa, coronando così il sogno di chi ha sempre avuto la storia nel cassetto da raccontare.

 

“Bookabook” è sicuramente una bella opportunità per gli scrittori più giovani, ma anche un momento in cui uno scrittore esordiente ha la possibilità di mettersi in discussione, affrontando direttamente il parere del pubblico.

 

Questo è proprio quanto successo a una giovane trevigiana, nonché nostra collaboratrice, Francesca Maria Nespolo (Treviso, 6 Agosto 1991), laureata in Scienze filosofiche presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, che pochi giorni fa ha finalmente potuto stringere tra le mani il suo romanzo d’esordio: Nomada.

 

“Se anche solo una delle persone che leggesse queste pagine si emozionasse, e basterebbe una sola volta, saprei che è valsa la pena scriverlo”, ha dichiarato l’autrice.

 

 

Nomada è la storia di una bimba venuta al mondo su un treno in corsa. Una bimba che non aveva mai osato mettere piede sulla terraferma e nessuno ne conosceva le ragioni.

Girava voce che nei favolosi anni del Novecento il mondo fosse salito a bordo di quel treno per qualcuno in particolare. Dicono che la sua storia fosse incredibile, che fosse nata su quel treno e che da lì non fosse mai scesa. Coccolata da chi si occupava di lei ogni giorno e affascinata dai racconti dei passeggeri che salivano e scendevano dal treno, Nomada è cresciuta fra storie e affetti, presentazioni e addii, in un piccolo universo ferroviario, metafora della vita, e del suo continuo incontrarsi, separarsi e, spesso, ritrovarsi.

 

Se la storia vi affascina, a questo link potete acquistarne una copia.

 

Un estratto di “Nomada”

È così che Nomada irrompe con il suo primo vagito nel mondo, ancora prima che il sole abbia il tempo di sorgere, creando un malcontento che serpeggia fino in fondo, tanto da giungere alle orecchie del capotreno. La madre, che ha appena combattuto una fatica bestiale, ha giusto il tempo di stringerla tra le braccia e di regalarle un sorriso stralunato, prima di perdere i sensi e non tornare più. Fortunatamente, dove c’è una moglie deve esserci anche un marito. Prima di rallegrarsi, si scopre che nemmeno a lui è riservato un destino migliore. Come l’uomo viene a conoscenza che la moglie è spirata dando alla luce la loro bambina, è colto da un’emozione tanto feroce prima di amore per la nascita e poi di dolore per la dipartita della sua amata, che il suo buon cuore da gallese non ce la fa, e pur essendo un uomo imponente, di quelli con il torace largo e la barba folta, il cuore virile gli si para d’impatto, e non gli rimane più un battito da vivere. Una scena tragica, due vite prese per una che si dà, tanto che la natura sembra in questo caso calco- lare male le possibilità aritmetiche di questa specie e la sua dipendenza dalla statistica. In più ora ci si preoccupa per la sorte di questa creaturina, già piena di colpa quando ancora deve posare un passo sulla terra, o per meglio dire sul pavimento del treno. Quando ecco che, se si allarga un po’ la scena e non ci si demoralizza, già si intravede una salvezza: seduta sulle ginocchia, tra le gambe della madre, in- tenta a recidere il cordone ombelicale, c’è una figura con ancora sangue e fluidi non meglio precisati sul- le mani e sulle braccia e un po’ dappertutto sull’abito – che se già era vecchio, ora è proprio da buttare – e che non sembra essere distratta dalla drammatica dipartita dei due. Pare egoistico a giudicare così su due piedi, invece tutt’altro. La sua attenzione ora è tutta per questa creatura che stringe tra le mani, e che pulsa, piange, si dimena, piange ancora più forte aprendo la bocca, gridando, e che ancora non ha aperto gli occhi ma, chiedendo il latte, ha già dei desideri e delle necessità come qualsiasi altro animale maturo. La donna lascia gli altri passeggeri a occuparsi dei corpi dei genitori, nonostante loro non ne abbiano più nessun bisogno, se non per la pace eterna, non come l’esserino di cui ora sa che c’è da occuparsi e che ancora grida, e lotta con la sua nascita.

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