ArteCittà Metropolitana di VeneziaItaliaMondoSlide-mainVenezia

Biennale di Venezia 2024: i padiglioni da non perdere ai Giardini

5 minuti di lettura

L’edizione 2024 della Biennale di Venezia “Stranieri Ovunque, Foreigners Everywhere” rivela una selezione eclettica e stimolante di padiglioni artistici nei Giardini, offrendo un’esperienza imperdibile per gli amanti dell’arte contemporanea.

VENEZIA. La 60esima edizione della Biennale Arte, intitolata “Stranieri Ovunque, Foreigners Everywhere”, riflette una visione audace e provocatoria del mondo contemporaneo.

Curata da Adriano Pedrosa, l’esposizione rompe gli schemi convenzionali e celebra la diversità culturale. Pedrosa, il primo curatore della Biennale Arte proveniente dal Sud America, seleziona artisti che non hanno mai partecipato all’esposizione, portando così nuove prospettive e punti di vista.

La mostra presenta un nucleo contemporaneo e uno storico, con una forte presenza degli artisti italiani della diaspora del XX secolo. Un punto culminante è l’intervento monumentale del collettivo artistico indigeno MAHKU sulla facciata del Padiglione Centrale.

Questa edizione della Biennale ospita opere che riflettono temi come il diverso, lo straniero, il viaggio e l’integrazione, riverberando nelle acque calme e nuove di Venezia. La città, da sempre crocevia di culture e religioni, continua a essere un luogo di scambio e di incontro.

Pedrosa ha compiuto un viaggio lungo undici mesi attraverso diversi paesi, per infine tornare a Venezia e condividere la sua personale visione della città. Il titolo “Stranieri Ovunque” riflette l’essenza stessa di Venezia, una città che accoglie e abbraccia la diversità come parte integrante della sua identità.

Ecco la nostra selezione dei Padiglioni da non perdere ai Giardini.

Fotografia a cura di Rossella Sartore

Stati Uniti d’America

Il Padiglione degli Stati Uniti presenta una mostra multidisciplinare di Jeffrey Gibson, artista conosciuto per il suo linguaggio visivo ibrido che integra colori vibranti, disegni complessi e testi per esplorare la convergenza di storia americana, indigena e queer, immaginando nuovi futuri.

La mostra, intitolata “The space in which to place me”, riunisce sculture, dipinti multimediali, dipinti su carta e video per esplorare l’identità collettiva e individuale nel corso del tempo.

“The space in which to place me” analizza le storie indigene nel contesto americano e internazionale, ampliando la gamma dei materiali e delle forme utilizzati da Gibson. La mostra incorpora testi tratti da documenti storici americani e musicali, incoraggiando gli spettatori a esaminare il passato mentre osservano il presente. La mostra rappresenta un momento significativo nella storia della Biennale, portando alla luce le complesse storie del nostro paese e dei popoli nativi.

Regno Unito

Sir John Akomfrah esplora il post-colonialismo, la devastazione ambientale e la politica dell’estetica. La sua commissione più audace e ambiziosa, “Listening All Night To the Rain”, trae ispirazione dalla poesia dell’XI secolo di Su Dongpo e esplora le storie di diaspora dei migranti in Gran Bretagna attraverso installazioni multimediali e sonore che si sovrappongono, raccontando storie globali e le esperienze delle persone diasporiche.

L’opera, curata da Tarini Malik, mette in luce le eredità del colonialismo, i movimenti di indipendenza e le devastazioni ambientali, usando l’acqua come metafora del tempo e della memoria.

Francia

La Francia ha scelto di affidare il Padiglione all’artista Julien Creuzet che presenta un’installazione immersiva e crea un dialogo tra i miti e gli immaginari fondativi delle società ibride, con particolare attenzione all’acqua come veicolo della sua visione della storia e dei movimenti umani. Il progetto di Creuzet è sostenuto dai due curatori, Céline Kopp e Cindy Sissokho.

Julien Creuzet riflette sulla complessità della storia francese e della sua identità “oltremare”. Crede che sia importante spostare le persone sia fisicamente che simbolicamente in una realtà che va al di là delle istituzioni e delle politiche culturali, anche se ciò potrebbe essere irrealistico, potrebbe contribuire a cambiare prospettive future.

Il suo progetto per il Padiglione francese ha inizio in Martinica, con l’obiettivo di stabilire un contatto profondo e poetico con il luogo che costituisce il terreno immaginativo del progetto, spostandosi così da Parigi a Martinica e da un arcipelago all’altro. Questo cambio di location riflette un’apertura verso voci multiple e un viaggio attraverso la storia e le comunità artistiche locali, evidenziando l’importanza della condivisione e dell’apertura verso diverse prospettive.

Fotografia a cura di Rossella Sartore

Paesi Nordici

L’artista Lap-See Lam trasforma il Padiglione dei Paesi Nordici alla Biennale di Venezia in una nave dragone popolata da creature mitologiche acquatiche in cerca delle proprie radici. Attraverso una vela magica – un intreccio di storie – i passeggeri della nave cercano di ritrovare i luoghi del passato.

La struttura di bambù lunga 38 metri, che si estende oltre i confini del Padiglione, è adornata da una grande testa di drago all’avanguardia e una coda ornamentale, simboli di un viaggio che va dall’arcipelago di Stoccolma fino alla Laguna di Venezia. L’opera, intitolata The Altersea Opera, realizzata in collaborazione con artisti norvegesi, finlandesi e svedesi, esplora poeticamente le implicazioni esistenziali dello spostamento e dell’appartenenza attraverso la storia di Lo Ting, figura mitologica metà uomo e metà pesce, che cerca di ritrovare la sua casa di Hong Kong, trasformata nel tempo.

Fotografia a cura di Rossella Sartore

Giappone

La pratica di Yuko Mohri è caratterizzata dalla natura trasformativa degli oggetti ordinari e delle situazioni comuni. La sua installazione Moré Moré (Leaky) è ispirata agli sforzi ad hoc visti nelle stazioni della metropolitana di Tokyo per fermare le perdite d’acqua.

Mohri crea artificialmente perdite e poi cerca di ripararle, improvvisando con oggetti comuni che trova nei negozi di antiquariato e nei mercatini nelle vicinanze del sito della Biennale. L’acqua viene deviata in diversi passaggi e circolata da pompe, trasformando le perdite in liquidi contenuti che compongono una grande scultura cinetica.

L’opera abbraccia il soffitto aperto, caratteristica distintiva dell’architettura del Padiglione del Giappone, consentendo alle gocce di pioggia di entrare nello spazio quando piove. La mostra chiede cosa significhi per le persone essere e lavorare insieme in un mondo minacciato da divisioni, conflitti e crisi globali multiple.

Fotografia a cura di Rossella Sartore

Australia

L’artista delle Prime Nazioni, Archie Moore, trasforma il Padiglione dell’Australia con un vasto diagramma genealogico disegnato a mano, le sue connessioni aborigene si estendono per oltre 2.400 generazioni e 65.000 anni. L’opera, intitolata “Kith and Kin”, affronta le eredità in corso della storia coloniale dell’Australia, con un focus sull’eccessiva carcerazione delle popolazioni delle Prime Nazioni.

Al centro della presentazione c’è una comprensione delle Prime Nazioni australiane del tempo, in cui passato, presente e futuro coesistono. “Kith and Kin” rappresenta l’espansività della storia delle Prime Nazioni australiane, mentre parla dell’universalità della famiglia umana.

Il diagramma riflette le uniche strutture familiari delle Prime Nazioni australiane, che includono tutti gli esseri viventi, e conferma il loro status di alcune delle culture viventi più longeve al mondo. La mostra affronta anche il declino delle lingue e dei dialetti delle Prime Nazioni australiane sotto la colonizzazione

Ungheria

Il progetto “Techno Zen” di Márton Nemes è stato progettato come un ambiente immersivo basato sulla pittura. Negli ultimi anni, l’espansione del genere pittorico, la sua estensione ad altri media e il superamento dei suoi confini attraverso l’incorporazione degli effetti di coppie complementari ma apparentemente contrastanti sono diventati centrali nella pratica dell’artista.

I suoi dipinti, influenzati dalle sottoculture techno, evocano atmosfere visive e illuminazioni dei nightclub moderni, con un carattere distintivo e psichedelico. Le opere di Nemes combinano elementi pittorici e scultorei, creando una dinamica spaziale ipnotica che trasporta lo spettatore in un campo di colore fluido e vertiginoso.

Questo progetto segna una svolta rispetto al suo approccio precedente alla cultura rave, trasformando la vivacità della techno in una resonanza zen. Nello specifico, il termine “techno” fa riferimento anche alla techne e all’arte tecnologica. La fusione di diverse tecnologie industriali e materiali nel dominio della pittura dà vita a oggetti pittorici, installazioni e ambienti pittorici mobili.

L’installazione diventa multisensoriale: il suo contenuto ottico, acustico e aptico si dispiega attraverso gli effetti combinati di luce e colore, movimento di oggetti e luce, suono e lunghezza d’onda, nonché flusso d’aria. L’ambiente, mediante un’installazione immersiva che sfrutta le proprietà spaziali e acustiche dell’edificio, generando un effetto di stimolazione e rilassamento alternati attraverso l’attivazione e l’oscuramento a intervalli prestabiliti.

Fotografia a cura di Rossella Sartore

Foto copertina a cura di Rossella Sartore

Articoli correlati
NewsSlide-mainVeneto

Preso Fleximan, ma è lui o non è lui?

1 minuti di lettura
I Carabinieri di Adria (Rovigo) e il Nucleo operativo radiomobile hanno denunciato il presunto responsabile di alcuni danneggiamenti ad autovelox situati in provincia…
AmbienteAnimaliMeteo in VenetoSlide-mainTutela del Cittadino

"Non andate a passeggiare lungo i fossi"

3 minuti di lettura
Questa mattina, venerdì 17 maggio, il Presidente del Veneto Luca Zaia ha fatto il punto sulla situazione drammatica, creatasi in seguito alle…
ArteIntervisteSlide-mainVeneziaVideo

L'importanza di mettersi alla prova: intervista al Direttore Riccardo Caldura

1 minuti di lettura
VENEZIA – In occasione della cerimonia di premiazione del bozzetto vincitore del Trofeo della Giuria Popolare del Premio Mestre di Pittura, abbiamo intervistato Riccardo…