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Bianchi Giovanni

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Bianchi Giovanni classe ’54. Era nato nel quartiere Casette di Reggio Emilia. Case INA, appartamento di tre stanze. Figlio di emigrati dal Sud. Primo di due, una sorella più giovane. Vita da quartiere periferico che negli anni ’60 prometteva ancora un certo sviluppo. Ma per fare la spesa bisognava andare in bicicletta verso il centro.

Giovanni doveva studiare e diventare professore o avvocato. Questo era quello che volevano i suoi: madre a casa e padre operaio. Volevano questo perché i figli non devono arrancare come il padre, far quadrare i conti a fine mese, pagare la pigione e guardare al lavoro come a una benedetta maledizione. Certo, era meglio che fare il contadino e rosicchiare a una terra piena di sassi e sterpi un piccolo campo da fare grano e poi frutta e pomodori d’estate, da vendere al mercato.

Ora a Reggio la domenica si poteva riposare. Studio Uno il sabato sera e le vacanze al mare. Ma a Giovanni non andava di studiare: preferiva andare in parrocchia a giocare con gli amici, e i compiti erano un’ossessione dei professori e di Giovanni che non li voleva fare.

Così, dopo la terza media, i professori consigliarono papà e mamma di affrettare gli studi per Giovanni: una scuola di avviamento poteva già bastare per lavorare. Perché Giovanni amava lavorare, usare le mani, aiutare gli amici nei cantieri in costruzione. Questo sì: era pieno di buona volontà e soprattutto gli volevano bene gli amici, quelli con cui usciva a fumare, di nascosto, le cinque sigarette sfuse che faceva comprare dal più grande ai tabacchi.

Era destino che anche Giovanni emigrasse, un po’ più a nord. Cercavano giovani disponibili a lavorare come infermieri negli istituti del Veneto. Giovanni non ebbe dubbi: partì, anche lui come il padre e la madre, per andare al Nord. Lavorare subito, anche come infermiere.

Infermiere si sentiva lui, ma non ne aveva i titoli, né gli andava di tornare ancora a studiare. Sì, lui diceva a casa che lavorava come infermiere, ma era soltanto un portantino. Si trovò in un istituto per handicappati: ragazzi storpi e difficili, alcuni del tutto scemi, che non parlavano o quasi, e soprattutto, quando si arrabbiavano, urlavano come animali e sfasciavano tutto.

Era comunque lavorare, e i soldi la domenica, quando tornava a Reggio, li portava.
«Guarda papà, ho preso più di te!»

Le ragazze venete erano belle, alte e bionde e Giovanni le guardava. E come le guardava! Così, uscendo dall’istituto, conobbe in un bar dove si fermavano i dipendenti una piccola ragazza mora. Non era timido Giovanni e fu semplice l’approccio. La piccola veneta era incuriosita da questo foresto dal dialetto del Sud, e iniziò una storia. Una breve storia, e poi ce ne fu un’altra, comunque breve.

Quando si è giovani non si pensa al futuro, ma le ragazze sì: loro ci pensano. E Giovanni al futuro non ci poteva pensare. Era presto, diceva a casa, e poi non so se mi piace questo lavoro.

C’era in istituto un bambino: avrà avuto dieci anni. Giovanni si accorse di Luca perché non stava mai fermo e le assistenti lo mettevano in castigo per tutti i malanni che combinava. Luca non parlava, si muoveva a fatica, non tratteneva i bisogni. Era sporco e le assistenti dovevano lavarlo spesso e cambiarlo altrettanto spesso. Si mordeva le mani e muggiva come un bue quando era arrabbiato.

Era inavvicinabile e, quando stava con gli altri, non stava mai fermo e impediva loro di disegnare o giocare. Giovanni vedeva Luca che stava più fuori che dentro lo stanzone delle attività. Dovevano separarlo dagli altri perché era stupido e cattivo.

Chiese chi fosse quel bambino e un’assistente gli disse che Luca era nato in manicomio, figlio di due malati mentali. Vissuto in orfanotrofio i primi anni, era stato adottato, ma restituito all’orfanotrofio dopo due anni perché chi lo aveva preso non riusciva a gestirlo, nonostante tutta la buona volontà.

Così la destinazione di Luca non poteva che essere l’istituto. Ma quale, visto che nessuno riusciva a tenerlo e ci volevano tre assistenti solo per lui?

Una mattina, mentre Luca si aggirava in giardino, perché nello stanzone non lo volevano, Giovanni si avvicinò. Luca lo guardò e sorrise. Giovanni lo accompagnò nello stanzone e chiese di stargli vicino. Avrebbe lui pensato a Luca. Lui da solo, rispetto ai tre assistenti di prima. Così il direttore fu d’accordo.

Giovanni doveva stare vicino a Luca per tutto il suo tempo di lavoro e fargli da scudo e da assistente. Doveva pulirlo e cambiarlo, accompagnarlo nelle passeggiate. Trascorsero alcune settimane. Giovanni chiese al direttore di portare fuori Luca da solo. Il direttore accettò: ormai tutti si erano accorti che tra i due si era stabilita una buona relazione.

Trascorsero due anni, e le uscite di Luca accompagnato da Giovanni si erano fatte più frequenti. Giovanni aveva portato Luca anche a casa dai suoi a Reggio per trascorrere alcuni giorni e, in seguito, i giorni di vacanza a Natale e Pasqua.

Nel frattempo i genitori di Luca, dimessi dal manicomio, avevano trovato sistemazione in un appartamento protetto messo a disposizione dal Centro di Salute Mentale. Così Giovanni decise, accordandosi con le strutture interessate, di accompagnare Luca dai suoi genitori.

La famiglia di Luca era così al completo, e Giovanni si faceva garante con i servizi di prendersi cura dei tre. Per cinque anni la situazione andò avanti più che bene. Secondo Giovanni, i comportamenti di Luca, molto gravosi per l’assistenza quando era in istituto, si attenuavano quando era a casa con i suoi genitori.

Ecco che Giovanni chiese all’istituto di lasciare Luca a casa. Lui si impegnava a seguirli, trasferendosi a casa loro. I servizi fecero una grande resistenza rispetto a questo progetto. Per tutti sarebbe fallito e si sarebbe dovuto tornare indietro con un aggravamento della situazione.

Si tentò lo stesso, con molta sfiducia sugli esiti. Sono trascorsi più di dieci anni e Luca vive con i suoi genitori, e Giovanni che si occupa di questa famiglia, di cui anche lui fa parte.

Ho raccontato questa storia perché qualche giorno fa si erano presentati Luca e Giovanni per la consueta visita di controllo. Giovanni mi faceva notare i progressi fatti da Luca nei comportamenti e anche nella comprensione, a volte con aspetti sorprendenti.

Io mi misi a disquisire sull’intelligenza e le funzioni mentali, la cui complessità, seppure molto studiata, è difficile sintetizzare in ristrette categorie o secondo modelli che restano ipotetici. Giovanni aveva al collo una vistosa kefiah bianca e rossa. Così mi venne in mente, per associazione, la Palestina e la nascita di quel Bambino da cui tutto ebbe inizio: il Natale.

Fu allora che chiesi a Giovanni di raccontarmi la storia dell’incontro con Luca. Il racconto che ne è nato è centrato su quel sorriso rivolto a Giovanni, del loro primo incontro. Feci notare che era stato Luca a scegliere Giovanni e non viceversa.

Mi occupo, nel mio lavoro medico e psicoterapico, di giovani adottati, dei loro disagi e talvolta delle loro patologie. Nei racconti dei genitori che adottano c’è un tratto comune che riguarda l’incontro col piccolo bambino o bambina che si apprestano ad adottare. Sentono di essere stati chiamati a scegliere da quel viso o da quel gesto che il piccolo rivolge loro. È lui che li sceglie.

Come è avvenuto per Luca, che ha scelto Giovanni.

Lo sguardo è il nostro quadro di comando, il pannello di controllo dove vanno a sfociare tutti i meccanismi del corpo: la digestione, la vista, l’udito, la respirazione, e anche la mente con le emozioni e il pensiero.

Nella vita pensiamo noi di scegliere gli altri, ma sono gli altri che scelgono noi. C’è un piccolo ponticello su cui passare e che permette di unire le nostre anime. Quando ci sono abissi, dirupi, fiumi tumultuosi, la paura ce lo impedisce e non riusciamo mai a incontrarci.

Buon Natale.

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