BERGAMO – Il 10 settembre 2025 a Bergamo, in un appartamento, è stato scoperto il corpo senza vita di una donna di 101 anni, morta circa un anno fa. La notizia è diventata pubblica l’11 settembre. Non è la prima volta che si apprende che un anziano è stato trovato morto nella sua abitazione. Sono i vicini che se ne accorgono perché avvertono fastidiosi odori provenire da quel luogo. A vivere con lei c’era la figlia, una sessantenne, che per mesi ha convissuto con il cadavere della madre. La donna, ora indagata per occultamento di cadavere e ricoverata in un reparto psichiatrico, è al centro di indagini che cercheranno di stabilire non solo le cause e le motivazioni del gesto, ma anche se dietro questa decisione vi fosse il tentativo di continuare a percepire la pensione dell’anziana.
Al di là delle ipotesi investigative, ciò che più colpisce è l’immagine di una sorta di veglia prolungata: una figlia che resta accanto alla madre anche dopo la morte, in un silenzio totale, senza che nessuno – vicini o parenti lontani – si accorgesse di nulla. L’isolamento appare qui come protagonista silenzioso, una condizione che ha reso invisibili due vite, una già spenta e l’altra sospesa in un limbo.
La vicenda solleva una domanda cruciale: dove sono gli altri? È possibile che per un anno intero nessuno abbia notato l’assenza della centenaria, o che i rapporti con il vicinato fossero così inesistenti da non destare sospetti? Questa storia mette a nudo la fragilità dei legami di comunità e la diffusa indifferenza verso le persone fragili che ci vivono accanto. Viene in mente il romanzo di Harper Lee, “Il buio oltre la siepe”, in cui la vita di quartiere convive con segreti profondi, nascosti dietro le mura domestiche fino a quando non diventano impossibili da ignorare.
Altro nodo cruciale è il ruolo della psichiatria. La figlia è stata ricoverata in un reparto psichiatrico, ma resta da chiarire se vi fosse una fragilità pregressa e se questa fosse stata monitorata dai servizi territoriali. Quanto spazio ha la psichiatria nell’intercettare situazioni di solitudine estrema e abbandono sociale? Spesso queste condizioni sfuggono alle istituzioni fino a quando non esplodono in episodi drammatici.
Infine, resta la riflessione più intima e universale: il rapporto tra madre e figlia. La perdita di una madre è sempre un evento traumatico, capace di scavare un vuoto profondo. Forse il gesto della donna va letto anche in questa chiave: l’incapacità di separarsi, di accettare la fine, di vivere il lutto. Un legame così stretto da trasformarsi in prigionia, da cui la figlia non ha saputo liberarsi.
La tragedia di Bergamo è più di un fatto di cronaca. È un monito sulla solitudine, sull’indifferenza e sull’urgenza di ripensare i legami comunitari e i servizi di sostegno alle persone fragili. Perché nessuno dovrebbe essere lasciato solo, né in vita né nella morte.
Franco Garonna è psichiatra e psicoterapeuta, con una lunga esperienza clinica e formativa. Attualmente dirige la Casa di Cura Park Villa Napoleon di Preganziol
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