Dall’illusione della guarigione alla violenza: quando le aspettative frustrate si trasformano in aggressioni contro medici e infermieri, come dimostra il recente caso all’Ospedale dell’Angelo di Mestre
ITALIA – “Bene e subito”: è ciò che oggi si pretende dalla medicina. Non solo la guarigione, ma la guarigione rapida, garantita, senza margini di incertezza. Un intervento deve riuscire, e deve riuscire in fretta, come se la salute fosse un prodotto acquistato al supermercato. Si paga – direttamente o indirettamente, attraverso il servizio sanitario – e quindi si pretende il risultato.
Ma questa è un’illusione. In natura nulla avviene “bene e subito”. I processi biologici hanno bisogno di tempo, di adattamento, di osservazione. Illudersi che la salute possa essere trattata come una merce, con garanzia immediata di successo, significa dimenticare la complessità del corpo e, soprattutto, della mente umana.
La medicina è clinica, cioè osservazione, ascolto, interpretazione dei segni. La diagnosi non è un’intuizione rapida, ma il risultato di un percorso fatto di logica, esperienza e oggi anche di strumenti digitali e intelligenza artificiale. Ma anche quando la diagnosi è corretta, l’intervento terapeutico resta limitato. I modelli animali, su cui si basano molti studi, non riproducono mai del tutto l’uomo, perché l’essere umano non è solo corpo: è anche mente. Una mente che modula il dolore, la percezione, perfino la risposta ai trattamenti.
Ed è proprio dall’illusione del “bene e subito” che nasce spesso la rabbia. Quando la medicina non risponde alle aspettative, quando la realtà si rivela più lenta, più complessa, più incerta del previsto, scatta la frustrazione. Ed è questa frustrazione a trasformarsi in collera, in aggressività, in violenza – troppo spesso diretta proprio contro chi cura.
Ma la rabbia non ha mai giustificazione. Il filosofo ci ricorda che è meglio subire un torto piuttosto che infliggerlo, perché il male, quando viene compiuto, corrompe anzitutto chi lo fa. La rabbia è un’emozione distruttiva: non ripara, non restituisce, non guarisce. Non a caso il termine evoca una malattia letale: la rabbia animale, che una volta contratta porta rapidamente alla morte. Allo stesso modo, la rabbia interiore è un morbo che infetta la mente e spegne la ragione.
Boccaccio descriveva l’ira come un moto cieco, improvviso, non frutto di pensiero, ma dell’accecamento della mente. Alla base, scriveva, c’è sempre una “tristizia”: una tristezza profonda che si trasforma in furia quando percepiamo un torto o una perdita. La collera nasce dunque non dalla forza, ma dalla fragilità, dall’incapacità di accettare i limiti.
Ecco il nodo: pretendere dalla medicina il “bene e subito” significa negare la natura stessa della vita, e quando questa finzione si infrange contro la realtà, ecco esplodere la rabbia. Ma la rabbia non costruisce, non cura, non consola. Al contrario, aggiunge violenza al dolore e distrugge il rapporto tra chi soffre e chi cerca di curare.
La vera risposta sta altrove: nel recupero della ragione, della pazienza, della fiducia. Non significa accettare passivamente gli errori o le ingiustizie, ma affrontare la fragilità umana senza cedere all’illusione del tutto e subito. Perché la medicina non è un commercio, ma un’arte che unisce scienza e umanità. E la cura, prima ancora che nel corpo, comincia proprio lì: nel rifiuto della rabbia e nel ritorno al pensiero.
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