Vi sono esistenze che sembrano troppo brevi per poter essere raccontate e che, proprio per la loro brevità, finiscono invece per interrogare il significato stesso della vita. Quella di Chiara Badano è una di queste. Nata a Sassello, in provincia di Savona, il 29 ottobre 1971, Chiara appartiene a quella generazione di giovani che la Chiesa ha imparato a guardare non soltanto come destinataria dell’annuncio evangelico, ma come autentica protagonista della propria santità. La sua vicenda, consumatasi nell’arco di appena diciotto anni, manifesta con una singolare limpidezza una verità antica e sempre nuova del cristianesimo: la santità non dipende dalla durata dell’esistenza, ma dalla misura dell’amore con cui essa viene donata.
A nove anni Chiara entra in contatto con il Movimento dei Focolari e aderisce al gruppo Gen. Quell’incontro, apparentemente semplice, diviene progressivamente il terreno sul quale maturerà la sua vocazione cristiana. Chiara non vive la fede come una sovrastruttura aggiunta alla propria adolescenza, ma come il principio ordinatore della sua esistenza. Dio deve occupare il primo posto e ogni esperienza quotidiana diviene occasione per imparare ad amare. È una spiritualità concreta, lontana da ogni forma di evasione dal mondo: Chiara continua a essere ragazza, figlia, studentessa, amica, ma dentro queste dimensioni ordinarie impara a vivere qualcosa di straordinario.
È significativo, a questo proposito, l’episodio nel quale un’amica le domanda se, quando si trova al bar con gli amici, parli di Gesù e riesca a far passare qualcosa di Dio. Alla risposta negativa di Chiara, l’amica osserva che in questo modo rischia di lasciarsi sfuggire delle occasioni. Chiara risponde allora con una frase che condensa una vera e propria pedagogia della testimonianza cristiana: «Non conta tanto parlare di Dio, io devo dare Dio». Non è il rifiuto dell’evangelizzazione, ma la sua forma più radicale. Chiara comprende che il cristiano non è chiamato soltanto a pronunciare il nome di Dio, ma a renderne percepibile la presenza attraverso la propria vita. Prima ancora delle parole viene la testimonianza; prima dell’annuncio viene l’esistenza trasformata dall’amore.
Dopo aver terminato la prima liceo, Chiara comincia ad apparire pallida e stanca. La normalità dell’adolescenza viene improvvisamente attraversata dalla malattia. Verso la fine dell’estate del 1988 compare un intenso dolore alla spalla sinistra. Gli accertamenti conducono a una diagnosi terribile: un osteosarcoma particolarmente aggressivo, già metastatico. Chiara ha diciassette anni. Il futuro, che fino a quel momento sembrava appartenere naturalmente alla vita, allo studio, alle amicizie e ai progetti, viene improvvisamente posto davanti alla possibilità concreta della morte.
Il 7 febbraio 1989 entra nell’ospedale di Torino per il primo intervento. Al risveglio dall’operazione pronuncia parole che rappresentano il punto di svolta della sua esperienza spirituale: «Se lo vuoi, Gesù, lo voglio anch’io». In esse non vi è fatalismo, né una resa priva di coscienza. Vi è, al contrario, un atto di libertà. Chiara non sceglie la malattia; sceglie di non permettere alla malattia di sottrarle la libertà di amare. La sua preghiera diviene così una consegna: non chiede a Dio di conformarsi alla propria volontà, ma offre la propria volontà perché venga conformata a quella di Dio.
Comincia allora quella che potrebbe essere definita la sua Via Crucis. Il male progredisce, le sofferenze aumentano, le possibilità di guarigione si riducono. Chiara conosce la gravità della propria condizione e non cerca di nasconderla. Scrive alla Madonna una preghiera nella quale domanda innanzitutto il miracolo della guarigione, ma aggiunge una richiesta ancora più profonda: se la guarigione non rientra nella volontà di Dio, chiede la forza necessaria per non mollare mai. Qui appare uno dei tratti più autentici della sua spiritualità: la fede non consiste nel pretendere da Dio un determinato esito, ma nel fidarsi di Lui anche quando l’esito non coincide con quello desiderato.
La malattia diviene così il luogo di una progressiva spoliazione. Il corpo perde le proprie forze, l’autonomia diminuisce, il dolore diviene sempre più intenso; ma, contemporaneamente, la capacità di donarsi sembra crescere. Chiara non smette di occuparsi degli altri. Nel giorno di San Valentino, ormai immobilizzata a letto, desidera che i genitori escano insieme a cena e organizza lei stessa la loro serata. Prima che escano, li invita a guardarsi negli occhi e a non tornare prima di mezzanotte. Poi dice alla madre di ricordare che, prima di lei, c’era stato papà. Sono parole semplicissime e insieme vertiginose. Anche mentre la propria vita sta per concludersi, Chiara continua a preoccuparsi dell’amore degli altri e sembra voler riconsegnare i suoi genitori alla loro originaria vocazione reciproca.
È proprio nella progressiva debolezza del corpo che la sua interiorità acquista una luminosità sempre più evidente. Chi le sta accanto rimane colpito dal volto, dagli occhi, dalla serenità che riesce a trasmettere. Non si tratta di una serenità ingenua: Chiara sa che sta morendo. La sua gioia nasce dunque da una sorgente diversa da quella del semplice benessere umano. Chiara Lubich riconoscerà in lei qualcosa di più della gioia ordinaria, parlando della «luce dello Spirito». Da quel momento il nome «Luce», attribuitole nella sua esperienza spirituale, diviene quasi una chiave interpretativa della sua esistenza.
La luce cristiana, però, non è assenza di tenebra. È Cristo presente dentro la tenebra. Chiara non è luminosa perché non soffre; è luminosa perché, mentre soffre, non cessa di amare. È qui che la sua esperienza assume un autentico significato teologico. La Croce non viene aggirata, ma accolta come luogo della comunione con Cristo. Il suo «sì» non elimina il dramma della morte, ma lo trasfigura. Nella sua esistenza si può intravedere quella logica pasquale secondo la quale il dono di sé, apparentemente perdente agli occhi del mondo, diviene invece il principio della vera fecondità.
Il 7 ottobre 1990, memoria liturgica della Beata Vergine Maria del Rosario, Chiara conclude la propria esistenza terrena. Ha appena diciotto anni. Poco prima di morire, alla madre che le sta accanto dice: «Mamma, sii felice, perché anch’io lo sono. Ciao». È difficile immaginare una conclusione più radicalmente evangelica. Chiara non lascia alla madre una parola di disperazione, ma una consegna di gioia. Non nega il dolore della separazione, ma lo attraversa con la certezza che la morte non costituisce l’ultima pagina della vita.
La Chiesa riconoscerà progressivamente in questa giovane donna una testimonianza autentica di santità. Il 3 luglio 2008 Benedetto XVI autorizza la promulgazione del decreto sulle virtù eroiche di Chiara Badano, riconoscendola Venerabile. Il 19 dicembre 2009 viene promulgato il decreto relativo a un miracolo attribuito alla sua intercessione. Il 25 settembre 2010, nel Santuario del Divino Amore a Roma, Chiara Badano viene proclamata Beata, alla presenza di una folla immensa e soprattutto di moltissimi giovani. La sua beatificazione non rappresenta la semplice celebrazione di una ragazza morta prematuramente, ma il riconoscimento ecclesiale di una vita nella quale la fede, la speranza e la carità hanno raggiunto una maturità eroica nel breve arco della giovinezza.
La sua santità possiede una caratteristica particolarmente importante per il nostro tempo: non è una santità separata dalla vita ordinaria. Chiara non è stata monaca, religiosa o missionaria nel senso tradizionale. È stata una giovane cristiana immersa nella realtà quotidiana. Ha studiato, ha avuto amici, ha conosciuto le normali difficoltà dell’adolescenza, ha desiderato vivere e ha sofferto profondamente quando ha compreso che la sua vita terrena sarebbe stata breve. Proprio per questo la sua testimonianza assume una forza particolare. Essa dimostra che il Vangelo può essere vissuto integralmente anche nel cuore della giovinezza e che la santità non comincia quando terminano le esperienze umane, ma quando ogni esperienza umana viene abitata dall’amore di Dio.
Chiara Luce è dunque una santa della normalità trasfigurata. La sua grandezza non risiede nell’aver compiuto imprese straordinarie secondo i criteri del mondo, ma nell’aver trasformato ogni istante in un atto di amore. Persino la malattia, che avrebbe potuto rinchiuderla nell’angoscia della propria sofferenza, diviene occasione di dono. Il suo corpo si indebolisce, ma la sua capacità di amare si dilata. La vita si accorcia, ma il suo significato si approfondisce.
Forse è proprio questo il mistero più affascinante della Beata Chiara Luce Badano: ella ci mostra che la santità non consiste nel non essere attraversati dalla notte, ma nel non permettere alla notte di spegnere la luce. Il mondo le stava togliendo progressivamente il futuro, ma Cristo le donava un presente colmo di eternità. La malattia le sottraeva le forze, ma la grazia le insegnava a donarsi. La morte si avvicinava, ma la speranza diventava più luminosa. E quando, alla fine, Chiara poté dire alla propria madre «sii felice, perché anch’io lo sono», quella giovane vita aveva già pronunciato la sua ultima e più grande professione di fede.
Chiara Luce non ci lascia semplicemente il ricordo di una ragazza buona e coraggiosa. Ci lascia una domanda. Che cosa facciamo della vita che ci è stata donata? Perché vivere molti anni non significa necessariamente vivere molto, mentre un’esistenza consegnata all’amore può diventare immensamente feconda anche quando dura soltanto diciotto anni. In Chiara la Chiesa contempla una giovane che ha imparato a guardare oltre la morte senza disprezzare la vita, ad amare senza possedere, a soffrire senza odiare e a sperare senza pretendere. La sua luce non appartiene soltanto alla memoria del passato: è una luce per il presente, soprattutto per una generazione spesso smarrita davanti alla fragilità, alla sofferenza e al senso dell’esistenza.
E forse il vero significato del suo nome spirituale è proprio questo: Chiara Luce non è stata una luce che ha cancellato la notte, ma una luce che ha mostrato come attraversarla. Una luce ricevuta da Cristo e restituita agli altri. Una luce che è passata attraverso la Croce e, proprio per questo, ha assunto il colore della Pasqua.
«Dare Dio» fu la sua intuizione; donarsi fino alla fine fu la sua risposta; la gioia nell’ora della morte fu il sigillo della sua fede. In lei si compie, con la discrezione propria dei santi, una delle più profonde promesse del Vangelo: chi perde la propria vita per amore di Cristo non la perde, ma la consegna all’eternità. E così Chiara, che aveva appena diciotto anni quando lasciò questa terra, continua ancora oggi a vivere nella Chiesa come una giovane luce accesa nella notte del mondo, perché quanti la incontrano possano comprendere che la santità non è una fuga dalla vita, ma il suo compimento nell’amore.
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