Rosso d'Inverno

Bagaglio a mano leggero nella cappelliera in cabina

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Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

– Signore…Signore!…Piano, per favore…non spinga troppo forte, così sfonda la fusoliera…Non vede che il suo trolley non ci sta? Dia a me, cerco io un posto libero…No, non si preoccupi, nessuno le tocca nulla…Sì, stia tranquillo, terrò personalmente sotto controllo il suo bagaglio…Adesso si accomodi, la prego, tra poco decolliamo…Come?…Sì, quando saremo in quota serviremo da mangiare…Certamente, anche da bere, glielo confermo, anche da bere…

L’omino nervoso e corpulento si accascia poco convinto nel suo 12-C, lato corridoio, la camicia fuori dai pantaloni, la fronte imperlata di sudore e lo sguardo cupo verso lo spazio della cappelliera dove la hostess ha riposto il suo bagaglio. Gli altri passeggeri lo guardano con odio, è salito in ritardo e per colpa sua l’aereo ha perso la precedenza sulla via di rullaggio. Lo vorrebbero in stiva col suo bagaglio, a mano e non, a congelare per le successive otto ore. Solo dopo un lunghissimo quarto d’ora i motori del Boeing 777 iniziano a spostare il corpaccione di metallo sulla pista, poi lo stomaco improvvisamente ti implode dentro e alla fine senti che, sotto i piedi, si allontana tutto. Ecco, adesso siamo in balia dell’aria e delle sue divinità. Lo Xanax non aiuta: se non mi addormento subito serve solo a rendermi intontito per tutto il viaggio, senza però togliermi la paura del volo. No, mi correggo: non del volo, perché io non ho paura di volare. Io ho paura di cadere.

Non so se essere contento o meno di non avere nessuno seduto accanto. Da un lato potrebbe essere una fonte di distrazione; dall’altro, di imbarazzo. Stringo forte i braccioli finché l’aereo non inizia ad assumere una posizione orizzontale e i motori smettono di ringhiare per addolcirsi nel ronzio che ci accompagnerà per tutto il resto della tratta.

– Va tutto bene?

Non l’avevo notata. Si deve essere seduta nel posto libero quando avevo gli occhi chiusi. Ma quando? In fase di decollo? E poi, come? Passando nello spazio disumano tra il sedile di fronte e le mie gambe? Oppure c’è sempre stata ma la paura, oltre a fare novanta, forse fa pure Samantha, o Maria, o Elena, o comunque si chiami questa donna apparsa dal nulla.

– Giovanotto, mi sente?

Sembra uscita da un film degli anni sessanta: veste un tailleur bouclé color ocra di lana con delle perline sui bottoncini; un cappello cloche di paglia blu sotto il quale campeggiano due maxi orecchini a bottone; le scarpe décolleté sembrano marroncine, in tinta con le calze a rete spesse e raggrinzite ai bordi della calzatura. Anche il viso è raggrinzito, ma raggrinzito bene, con rughe sottili e dolci un po’ dappertutto, capaci di dare al sorriso una cornice affabile e rassicurante. La vedo pallido, mi dice, Vuole un bicchiere d’acqua? O preferisce un vermut? Magari la tira su…

– Su? In tutta onestà, signora, preferirei essere giù. In aeroporto, in albergo, a piedi per strada, in taxi…ovunque tranne che…scusi la finezza…col culo per aria!

Lei non si scompone alla mia villaneria da panico, Non si preoccupi, mi risponde cortese, Le chiedo solo se può gentilmente restituirmi la mano: comincia a non affluirmi più il sangue alle dita. Guardo in basso, mi accorgo che le sto praticamente stritolando il polso, sento nel palmo il profilo duro del suo orologio. Lascio subito la stretta, mi scuso imbarazzato, Non amo troppo volare, farfuglio, Soprattutto non amo il decollo, ho sempre la sensazione di dover essere io a spingere l’aereo col pensiero, che non ce la farà mai ad arrivare in quota…Ma non mi ascolti, sto blaterando: so che è una fobia irrazionale, chi non ce l’ha non può capire. Un’hostess appare improvvisamente e mi porge un bicchiere di vermut con sotto un tovagliolino, Sta meglio, signore?, mi domanda. Io vorrei chiedere a Miss Marple se è stata lei a ordinarlo per me, invece sto zitto e trangugio il drink.

– Come fa a essere così tranquilla?

Veda, mi risponde, Potrei dirle che alla mia età non ha troppo senso preoccuparsi di vivere ancora un giorno, un mese o un anno in più, ma sarebbe una solenne stupidaggine filosofica. Ridacchia chioccia di gola, poi continua: Del resto credo che chiunque farebbe qualsiasi cosa a qualsiasi età, pur di tirare un respiro in più, non trova? Non è questo il punto. E’ più una questione di…leggerezza, mi capisce?

– Leggerezza? Di cosa, l’aereo?

Ma quale aereo, giovanotto?!, mi sfotte, Forse non regge il vermut? Si concentri!, mi strappa il bicchiere quasi vuoto di mano e lo passa all’hostess che ancora una volta appare dal nulla al momento opportuno. Sembra sbucata da qualche tunnel spazio-temporale, solo ora mi accorgo che ha una divisa decisamente demodè: il cappellino a bustina messo di lato, la camicetta azzurra stretta in vita con ampi baveri e una scollatura discreta appena velata da un foularino di seta; una minigonna su calze a rete nere che terminano in un paio di scarpe bianche con tacco alto. Un vuoto d’aria mi riporta al presente e a più casti pensieri. La leggerezza d’animo!, prosegue la vicina.

– Certo, certo…l’animo…

Balbetto distrattamente qualche parola, ripetendo a pappagallo ma, Non faccia finta di aver capito!, mi riprende subito, E’ chiaro come il sole che ha la testa altrove, giovanotto! Lei è bolso.

– Bolso?

Bolso, mi ripete, Pesante, greve! Si trascina dietro troppi pensieri, ha l’anima di piombo. Si vede benissimo, sa?, gli occhi le diventano due spilli conficcati nei miei, io mi scruto, guardo lei, mi scruto ancora, E non si guardi la camicia!, insiste, E’ tutto dentro di lei: competizione, preoccupazioni, attaccamento…tutta roba che la appesantisce, che la riempie della paura di perdere tutto, le genera fobie. Come quella del volo…

– Io non ho paura del volo…

Ha paura di cadere, questo l’ho capito!, grida quasi, Non sottilizzi! Lei…come dire?…Ecco: lei deve svuotare il suo bagaglio a mano di quanto di inutile si porta dietro. Mi capisce? Tutto quello che ha paura di perdere, come quel tizio!, alza la voce indicando l’omino del 12-C che si guarda intorno sospettoso sprizzando sudore. Lo guardano tutti, anche io mi giro e nel frattempo rispondo: D’accordo, signora, è tutto giusto…Ma mi sa anche dire come dovrei svuotare il mio…Signora?…Signora!

Nel posto accanto al mio non c’è più nessuno, come anche nel resto della cabina. Le luci si sono improvvisamente spente, mi sembra di essere caduto in un incubo buio. Si sente uno strappo leggero, come due fogli di carta velina che si separano con un soffio, due diversi tempi che hanno convissuto per qualche istante. Forse mi sveglio.

Sul Boeing 777 diretto a New York appena staccatosi dalla pista di Malpensa, mi sveglio di soprassalto con la spiacevole sensazione di essermi rovesciato addosso un bicchiere pieno. Dall’odore speziato si direbbe vermut.

Nello stesso momento, sessant’anni prima e grosso modo nello stesso ritaglio di cielo, su un DC-8 Alitalia in fase di decollo nel marzo del 1964, la settantenne Elena Tucchi, stretta nel suo tailleur bouclé color ocra, dorme un sonno agitato e ogni tanto sembra borbottare, con tono stizzito: Giovanotto!

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