“La mia vita è quella di un ignoto che soffrì. Ricordate quella sera che Cristiano vi parlò sotto il balcone? Ebbene, che io volessi o no, mentre restavo in basso ad inventare gloria, erano altri a cogliere il bacio della vittoria”. Avatar è un termine molto usato dopo il celebre film di James Cameron del 2009
ITALIA. Deriva dalla religione induista. Vuol dire la materializzazione visibile dello spirito di una divinità. Lo spirito per rendersi visibile agli umani necessita di abitare un corpo vivente. A questo punto lo spirito parla e si muove nella realtà mondana come qualsiasi essere vivente.
Ciò che conta non è l’apparenza del corpo ma la presenza operante dello spirito racchiuso in esso. La figura dell’avatar ci riporta alla possibilità di conservare in un corpo artificiale tridimensionale tutto ciò che può appartenere alla nostra coscienza e al nostro pensiero. In una realtà virtuale rendiamo così la nostra essenza mentale perenne e possiamo ben dire di aver costruito la nostra immortalità.
Se lo spirito degli antichi cercava un corpo per farsi carne e agire nella storia, noi stiamo cercando un corpo artificiale per fuggire dalla storia e dalla nostra stessa fine. La sfida del secolo non sarà quanto fedele sarà l’avatar alla nostra immagine, ma quanto di “umano” rimarrà in quello spirito una volta reciso il legame con la fragilità della carne. Avatar ci mette in discussione il concetto di realtà rendendo ogni fenomeno potenzialmente virtuale.
Quando Cirano per rendere attrattivo il suo discorso d’amore suggerisce ad a un altro le parole. Altro più di lui fisicamente attraente e quindi più’ convincente dello stesso Cirano innamorato. Cirano non fa che inventare un suo Avatar. In Psicologia interpersonale parlare con le parole di qualcun altro è un fenomeno molto frequente quando vogliamo apparire ciò che non siamo o non vogliamo essere o anche il contrario. Parliamo con le parole di qualcuno che ha avuto influenza su di noi, mascherando ciò che siamo davvero oppure nascondendoci dietro una maschera per non essere capiti oppure per essere capiti nel modo che non desideriamo. In questo gioco di doppia finzione, la realtà si dissolve in un tourbillon di mascheramenti fittizi che possono avere delle conseguenze reali. Indossiamo maschere verbali per apparire ciò che non siamo, o al contrario, ci nascondiamo dietro il linguaggio di un altro per proteggere la nostra vulnerabilità.
L’Avatar diventa uno scudo e un’arma. Ci permette di essere capiti come desideriamo, ma al prezzo di non essere mai davvero visti. Il rischio di questo tourbillon di mascheramenti fittizi è che le conseguenze, alla fine, restano tragicamente reali: a forza di abitare i nostri Avatar, potremmo ritrovarci incapaci di riconoscere il suono della nostra vera voce quando il sipario digitale finalmente cala. Avatar non muore mai. Qui sta il vero inganno, in questa apparente vittoria sul tempo e la sua inutilità.
E’ nella “perennità” dell’Avatar che si annida la sua inutilità. Solo nella morte che è un evento concreto e irreversibile riusciamo a percepire il limite, la sua necessità e la sua utilità. Il patrimonio ci rende ricchi solo quando chi lo possiede muore e ce lo lascia a noi. Il patrimonio non è solo economico ma anche spirituale.
Senza la fine, non esiste dono. Senza la morte, non c’è valore. La fine dell’avatar è la fine di una illusione, che a nulla conduce e non fa che perpetuare solo la finzione di ciò che siamo, che è sempre pur meglio di ciò che vogliamo essere. È un teatro antico quanto l’uomo. Lo abbiamo visto con Cirano de Bergerac, che suggerendo parole d’amore a un altro più attraente di lui, inventava il primo Avatar. È la psicologia della maschera: parliamo con le parole di altri per apparire ciò che non siamo o per nasconderci. La commedia di Edmond Rostand (1897) è in grado di darci altre suggestioni e ci aiuta in modo lirico a riportarci nel concreto di chi siamo. Senza la fine, non esiste dono. Senza la morte, non c’è valore.
Così nelle parole finali di Cirano, ucciso su inganno, come lui aveva cercato di ingannare chi amava. La fine dell’Avatar non è una perdita, ma la liberazione da un inganno: perché solo quando il simulacro si spegne, l’uomo torna finalmente a esistere. La rinascita di Cirano sta nei suoi ripetuti “No grazie!” a tutto ciò che è falsità, arroganza, assenza di dignità pur di salire le scale del successo e del potere.
Ci riporta alla certezza dei sentimenti e alla ricerca della verità: “cantare, sognare, passare il tempo, essere libero, aver l’occhio capace di guardare e la voce vibrante, mettersi, quando piaccia, il feltro di traverso, per un sì, per un no battersi o comporre un verso! Lavorare, senza curarsi della gloria”. E ancora: “Non scrivere mai nulla che non provenga da se stessi, ma dire di sé modestamente. Sentirsi soddisfatti dei fiori, dei frutti e delle stesse foglie, purché siano raccolti nel tuo giardino! non salire, troppo in alto, ma salire… senza altro aiuto!”.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui
