Autoreference, termine questo poco usato, ma molto presente, grazie anche alla strumentazione digitale. Vuol dire fare qualcosa non perché sia utile o popolare, ma solo per migliorare la propria visibilità. Si consolida così il curriculum, e da nessuno si può diventare qualcuno. Il poeta Montale diceva in un’intervista che è meglio essere analfabeti ma saper fare qualcosa, che essere intellettuali e non sapere far niente. Certamente estremista e provocatoria questa frase, ma profetica.
L’era digitale e i nuovi strumenti che stanno avanzando, come l’intelligenza artificiale, ci consente oggi di lavorare a casa e gestire multinazionali da luoghi lontani, senza mai incontrarsi, organizzare meeting ed eventi a distanza, che, se ben orchestrati, possono avere anche una numerosa partecipazione.
Bastano anche pochi secondi e già gli attori di questo processo, acquisiscono una certa credibilità. Sono valutati per i minuti che riescono ad essere attrattivi, indipendentemente da ciò che dicono o fanno. E’ sufficiente che la gente si colleghi. Così si diventa opinion leaders e si può aspirare a entrare nei salotti buoni mediatici, politici, economici etc. Molti giovani utilizzano questa metodologia dell’autoreferenzialità, inventandosi un lavoro e sentendosi occupati. Ma il lavoro non produce nulla e non dà neanche guadagni. E’ solo un pretesto per non socializzare, soprattutto quando la fobia sociale è un fatto patologico.
L’autonomia vantata o cercata è solo un evitamento dal preoccupante significato patrologico. L’induzione all’autoreferenzialità è la grande illusione e il grande peccato della modernità. Si sfugge al giudizio e alla critica, e si resta intrappolati in una realtà virtuale inconsistente, arida, senza senso. Oggi, entrati in questa deriva esistenziale, l’unica terapia sta nel silenzio digitale. Tornare alla posta recapitata a mano, alla scrittura penna e calamaio, alle fotografie da sviluppare e al teatro.
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