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Attaccarsi

2 minuti di lettura

È segno di fragilità. Così il bere, un esercizio di solitudine.

Noi umani siamo figli dell’abitudine. Organizziamo la vita secondo schemi abituali perché questo ci dà sicurezza. Ogni cambiamento, anche minimo, dello spazio e del tempo intorno a noi ci rende nervosi.

Vorremmo cambiare le abitudini per non restarne schiavi, ma anche i cambiamenti diventano abitudine, e portano a ciò che chiamiamo dipendenza o addiction, che possiamo tradurre come attaccamento. È la paura di perdere che ci porta alle necessarie abitudini.

Quello che si chiama coazione a ripetere, forma nevrotica direbbe lo psichiatra, è la difficoltà ad imparare dagli errori. Noi umani no, facciamo fatica ad imparare dagli errori, e ci fidiamo più della nostra coscienza che della verità.

Quando vogliamo tradurre la verità in realtà, entriamo in un conflitto distruttivo in cui l’unico rimedio resta il bere. Ma questo bere è pura oralità, è affogare nella nostra solitudine. Perché anche quando si beve in compagnia, in realtà si è soli.

Il contesto e le circostanze fanno da sfondo ma restiamo comunque soli. Ma in questo rapporto con noi stessi e l’intolleranza alla solitudine, c’è la chimica, cioè la sostanza che chiamiamo alcol.

Solo da alcuni decenni sappiamo che nel bere che ci dà benessere c’è qualcosa di materiale, una sostanza chiamata alcol. Le sue proprietà sono miracolose, direbbe il chimico: ottimo disinfettante, conservante, incendiario ed esplosivo.

Il farmacista aggiungerebbe anche le proprietà digestive, analgesiche ed anestetiche. E ancora, utile nell’igiene dell’ambiente e del corpo, quando si accompagna ad essenze, che sterilizzano e rendono gradevole all’olfatto ogni essere animale e l’ambiente.

Ma alcol non è bere. Noi beviamo la natura che ci dà prodotti come il vino, o assumiamo altre sostanze per immergerci nella natura e ritrovare quelle qualità spirituali che nascondiamo o trascuriamo, ma che ci sono in noi.

Il potere e la gioia della creatività. L’estasi che non riusciamo a cogliere nell’ordinario affannarci. Il riposo e la quiete nella solitudine, che temiamo e cerchiamo. Tutto questo ci aiuta a vivere. Non possiamo negarlo.

Nei secoli passati i santi si cingevano del cilicio per mortificare i sensi e la carne, ma non si privavano della gioia del bere e del cibo.

La negazione del piacere si chiama sublimazione in psicologia. Questa è una forma di deviazione psichica che permette a chi riesce a realizzarla un super-a-mento. Ho scomposto la parola in tre parti perché sublimazione è andare oltre (super) senza (a-privativo) la ragione (mente).

Ciò può avvenire con l’aiuto di sostanze naturali o chimiche, nelle esperienze psichedeliche. Ma si ottiene anche attraverso rituali ripetitivi, le addiction comportamentali, quali il gioco, il sesso, e tutto ciò che eccede l’ordinario.

Distinguere l’abitudine dalla dipendenza, cioè dall’attaccamento fragile e insicuro, ma appunto per questo necessario, non è corretto. Scivolare dalla abitudine nella dipendenza è facile, non sempre pericoloso, soprattutto quando esiste il controllo, quella attitudine personale che ci suggerisce di fermarci, per non perdere ciò a cui siamo legati.

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