Riceviamo e volentieri pubblichiamo un nuovo intervento a firma di Luigi Giovannini in tema di processi e giustizia
Giustizia. Dovrebbe essere un argomento assolutamente pacifico perché i processi si risolvono con un’assoluzione o una condanna, ma in Italia da molto tempo si è fatta strada una terza via che vede nella prescrizione il porto più sicuro per molti discutibili personaggi che, negli ultimi 30 anni, hanno affidato a specifiche leggi e a precise scelte processuali dei loro legali, il mezzo più sicuro per sfuggire alle conseguenze delle loro azioni e responsabilità.
Il problema di fondo della giustizia italiana è chiaramente la vicinanza tra politica, classe dirigente e malaffare, e ricordo che per il premio Nobel Joseph Stiglitz (2001 economia) il rispetto della legge “impedisce ai pochi di rubare ai molti”.
Detto questo, la nostra situazione giudiziaria è praticamente insostenibile, tant’è che la Corte europea ha emesso nei nostri confronti 1.202 condanne per violazione della ragionevole durata del processo (la Turchia è seconda con 608 sentenze, la metà circa).
È anche incontrovertibile che l’Organo anticorruzione del Consiglio d’Europa ha più volte richiamato l’Italia per l’alto numero di prescrizioni, ma questo secondo imbarazzante traguardo è decisamente conseguente al primo.
In questo quadro si è mossa la Cartabia, con una riforma complessiva – prescrizione compresa – che vede nell’ improcedibilità processuale il cardine migliorativo del sistema, con limiti temporali all’Appello e in Cassazione superati i quali il processo, e non il reato, si estingue.
Per raggiungere il risultato, la riforma è intervenuta in varie fasi dell’iter processuale, regolando per esempio i tempi delle indagini, l’uso delle videoregistrazioni per gli interrogatori, inasprendo le regole per il rinvio a giudizio e poi più magistrati, cancellieri e personale tecnico, maggiore uso della tecnologia e varie altre misure incisive.
Se però nella fase attuativa del progetto qualcosa s’inceppa (difetti di strategia, incapacità di uno o più operatori, burocrazia, incuria, etc.) la riforma non prevede alcuna norma transitoria con allungamento dei termini applicativi, per cui i possibili colpevoli potranno usufruire di qualsiasi e possibile manchevolezza operativa.
Inoltre, non tutti i processi dovranno rispettare le nuove regole temporali, ma le deroghe sancite non riguardano l’insieme dei giudizi di mafia, terrorismo e corruzione e anche queste incredibili lacune hanno fatto reagire una parte della classe politica e registrato puntuali critiche da parte di alcuni magistrati.
Particolare rumore hanno poi sollevato i primi rilievi del Csm (Mattarella presidente) per le drammatiche ricadute dell’innovazione sui processi in corso (analisi ancora parziale), ma il governo ha comunque deciso di chiedere la fiducia, per cui paradossalmente al Parlamento verrà chiesta una decisione prima che lo stesso Parlamento (e l’opinione pubblica) conosca – con ragionevole e meditato preavviso – il parere sull’improcedibilità che la commissione del Csm sta elaborando.
Sono poi sbalorditive tutte le polemiche concentrate sulla prescrizione, la cui efficacia processuale è stata anche utilizzata da papa Francesco nella sua assoluta battaglia per la protezione dei minori, inserendo, nelle procedure vaticane, termini prescrittivi di “venti anni a decorrere, in caso di offesa ad un minore, dal compimento del suo diciottesimo anno d’età”.
Papa Francesco ha conoscenze giuridiche sicuramente inferiori alla Cartabia, ma di fronte a un grosso problema di giustizia, politicamente non ha permesso il possibile inquinamento del risultato e ha decisamente allungato i tempi della prescrizione.
Era la logica Buonafede e il confronto della riforma Cartabia con le regole pontificie mi sembra del tutto improponibile.
Luigi Giovannini
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