Lo spettacolo finale degli allievi dell’Accademia Carlo Goldoni del Teatro Stabile del Veneto debutta alla Sala dei Giganti e inaugura la stagione estiva padovana.
PADOVA – I personaggi di Shakespeare rivivono nella società contemporanea e Amleto diventa specchio e delle nevrosi di oggi. Con Amleto. Tutto ciò che vive le allieve attrici e gli allievi attori dell’Accademia Teatrale Carlo Goldoni del Teatro Stabile del Veneto, diretti dal regista Stefano Cordella, portano in scena il racconto corale di una generazione in crisi.
Con questo spettacolo, dal 3 al 15 luglio, prende il via la rassegna estiva padovana “Aperitivo con Shakespeare” che per il primo appuntamento, grazie alla collaborazione con l’Università di Padova, si sposta nella Sala dei Giganti a Palazzo Liviano, mentre il Teatro Verdi chiude solo temporaneamente al pubblico per i lavori di restauro della sala e del foyer relativi alla sostituzione dell’impianto di illuminazione e al cambio delle poltrone.
Lo spettacolo, liberamente ispirato a Amleto di William Shakespeare, è scritto da Tommaso Fermariello e vede in scena gli allievi dell’Accademia del TSV Alice Agnello, Isacco Bugatti, Matteo Di Somma, Cosimo Grilli, Silvia Luise, Marcello Luigi Orsenigo, Magdalena Soldati, Leone Tarchiani, Arianna Verzeletti, Mattia Vodopivec,che si confrontano con questo testo per l’ultimo appuntamento del loro precorso formativo prima del diploma di attori. A curare le lice è Roberto Raccagni, mentre l’allestimento scenico è di Alberto Nonnato e i costumi Lauretta Salvagnin.

I personaggi parlano il linguaggio attuale e vivono i rapporti e le problematiche della contemporaneità, grazie all’universalità delle tematiche shakespeariane. La forza di un testo come Amleto sta proprio nell’universalità dei temi che, a partire dalla crisi del protagonista, diventano specchio e cassa di risonanza delle nevrosi di oggi.
L’analisi condotta dall’autore e dal regista parte dal tentativo di comprendere cosa accade nella testa del principe di Danimarca: Amleto perde il padre all’improvviso e nel giro di qualche giorno si ritrova a dover fare delle scelte e prendersi delle responsabilità più grandi di lui. Scopre di non poter più contare neanche sulla madre, complice di un tradimento che reclama vendetta. Da qui parte il suo spaesamento.
Amleto mette in discussione tutte le sue relazioni, sentimentali e amicali, e non si fida più di nessuno. Entra in un vortice autodistruttivo di provocazione e perdita di senso che condiziona inevitabilmente le vite di chi gli gravita intorno. La morte, beffarda, aleggia per tutto lo spettacolo generando una serie di surreali cortocircuiti scenici tra chi è vivo e chi no. “Amleto. Tutto ciò che vive” diventa così un racconto corale di una generazione in crisi e senza punti di riferimento in cui dolore e incomunicabilità trovano sfogo negli atti violenti e disperati dei protagonisti.
Note di regia – Stefano Cordella

Uno dei principali segni scenici dello spettacolo Amleto-Tutto ciò che vive sono le mele. La Mela è la rappresentazione dell’archetipo della Grande Madre e dei suoi triplici aspetti di Vergine, Madre e Anziana. Può essere considerata come un simbolo universale su tutti i livelli del dare e ricevere amore, anche da un punto di vista fisico. Su un piano materiale la mela è simbolo di amore sensuale, del matrimonio che viene consumato, della bellezza, della gioventù e della fertilità; nelle cerimonie nuziali è parte dei doni che adornano la tavola imbandita. Ma la mela è anche un falso frutto che, per le sue caratteristiche, è entrato nella mitologia di vari popoli con un significato ambivalente. È spesso legato al tema del peccato originale, ma è anche strumento di vendetta della dea Eris, il “pomo della discordia” che porterà alla Guerra di Troia. Nell’antica ballata inglese Thomas the Rhymer la regina delle fate avverte il protagonista di non mangiare alcuna mela che cresca nel suo giardino, perché mangiare il cibo dei morti gli impedirebbe di tornare nel mondo dei vivi.
La storia di Amleto si muove su questo confine, tra mondo dei morti e mondo dei vivi, ed è segnata dalla perdita dell’”innocenza” iniziale: quel senso di immortalità e di fertilità tipico di alcune fasi della giovinezza (e che rimanda ai giardini dell’Eden) viene strappato via da un momento all’altro, come una mela. Da qui comincia il caos. “Cosa devo fare ora?” si chiede Amleto al funerale. Amleto è un ragazzo che perde il padre improvvisamente ed entra in una profonda crisi esistenziale: non si sente pronto ne adeguato a diventare adulto, a diventare re, ma allo stesso tempo non accetta di essere messo da parte. Nel giro di pochi giorni deve affrontare il lutto per il padre e il nuovo matrimonio della madre con lo zio. Scopre che il mondo degli adulti è meno puro di quanto immaginasse, scopre per la prima volta le fragilità di sua madre e la parte marcia di chi lo circonda. “Hanno usato lo stesso buffet del funerale per il matrimonio. Hanno dato una scaldata e via”.Si sente tradito e comincia la sua personale guerra, ha una missione da compiere: deve vendicare il padre, deve diventare re. “Devo essere crudele solo per essere puro” dice Amleto quando comincia a mettere in atto il suo piano di distruzione. Alterna alcuni momenti di grande lucidità, di analisi chirurgica e spietata della realtà, a momenti in cui è sovrastato dalle emozioni e sembra perdere il controllo fuori e dentro di se. Ha paura di diventare matto davvero. Ma sente di non poter più tornare indietro, vuole arrivare fino in fondo e pur di farlo è disposto a sacrificare tutto: Amleto diventa carnefice di chi si mette sulla sua strada e vittima di se stesso, in un gioco al massacro da cui nessuno ne uscirà vincitore.
Note di drammaturgia – Tommaso Fermariello
“Amleto” di William Shakespeare è una domanda a cui non si è mai in grado di rispondere. In questo mistero sta il fascino dell’opera shakespeariana, ogni volta che ci avviciniamo ad essa ne ci sembra di cogliere qualcosa che prima ci era sfuggito.
Nella mia riscrittura ho provato a mantenere questo carattere misterioso e misterico, ponendo la vicenda in un non-tempo che sta nel mezzo tra noi e l’epoca del Bardo. Un tempo in cui ci sono re e regine ma i personaggi parlano la nostra lingua contemporanea.
Rispetto all’opera originale, il testo inizia nel momento in cui avviene il primo grande trauma di Amleto: il funerale del padre. In quel momento, oltre al padre, Amleto perde la sua giovinezza, la sua libertà: egli deve diventare re. In questo momento di passaggio verso l’età adulta, quell’età in cui la morte è presente e la responsabilità diventa un peso che può schiacciare chiunque, Amleto si perde e inizia la sua crisi
Mentre nell’opera shakespeariana Amleto è l’assoluto protagonista, qui il racconto diventa corale. Ogni personaggio si trascina quell’inquietudine, quel dolore, quell’incapacità di capire il mondo che sono racchiuse nel personaggio di Shakespeare.
E il centro di questa riscrittura è proprio questo dolore di fronte all’ingiustizia delle vicende umane, questa incapacità dell’uomo a rassegnarsi alla grande legge della natura: tutto ciò che vive deve morire.
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