Rosso d'Inverno

Angelica contro i mostri

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Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

Sono in cinque nella stanza. Sul tavolo, qualcuno ha stanziato per la riunione un piatto di biscotti. Il signor Lunini (terzo piano) ha un diavolo per capello, e manifesta il suo nervosismo masticando con veemenza. Ha dalla sua le deleghe di Coppi (terzo piano) e Frattoni (secondo piano) – ottenute con un paio di piazzate sulle scale in pieno mercoledì – e le regge come carte a poker, dal momento che gli infondono la vantaggiosa serenità di un full d’assi. Oltre i fogli, fissa di fronte a sé la signora Alberti, e in lei vede i suoi due fastidiosi e ululanti corgi. “Ma cosa ci trova la gente in quei cani, poi?” pensa Lunini. “Con quelle zampette così corte che la pancia sfiora il pavimento. Ecco cosa succede quando l’uomo gioca a fare Dio”. La Alberti ha dalla sua le deleghe di Cipozzi e Hassan (primo piano entrambi), e per averle ha fatto leva sulla cinofilia dei deleganti, a loro volta padroni di quadrupedi. “Ci mancava solo la confraternita del cane” pensa Lunini, con sdegno.

Alla sua destra, la Alberti invece guarda di sguincio Peppa Grimaldi (Secondo piano), soprano della filarmonica Meucci, che porta a esaurimento i biscotti in rapida successione quasi senza deglutire. “D’altra parte, il torace va conservato ampio” pensa la Alberti, le cui riflessioni vagano di palo in frasca: “La Grimaldi ha appena comprato quella ridicola auto biposto… pare inscatolata come il tonno sott’olio.” Le trapela un sorriso, soffermandosi sull’immagine del soprano tonnato.

Il donnone, intanto, deglutisce una certa massa biscottata, lanciando occhiate dardeggianti al signor Lunini, quell’ignorantone che ha sempre da ridire sui suoi esercizi vocali che talvolta debordano dall’orario consentito. Come se si potesse interrompere un’aria nel bel mezzo di una prova solo perché sono le 19 anziché le 18.30. “La lirica sopravviverà a questi inetti senz’arte né parte, poco ma sicuro” pensa Peppa Grimaldi. “E lui, allora, che lascia sempre la bicicletta nell’androne del palazzo? Cosa dà più fastidio,” vorrebbe chiedere ai presenti, “‘Soave sia il vento’ in ‘Così fan tutte’ o quella ferraglia sempre tra i piedi? Non scherziamo. Le bici arrugginiscono, Mozart è inossidabile.” L’ingozzarsi senza freni del soprano è più che mai malvisto dal dottor Pigozzi (quarto piano), nutrizionista inorridito dall’eccesso di zuccheri e carboidrati a quell’ora serale. Lui, uomo di scienza, è il solo in quella sgraziata torma popolana a palesare un dignitoso contegno di fronte ai biscotti. Fossero solo i nutrienti il problema, ci passerebbe sopra, ma tra arie liriche accompagnate da ululati canini, puzze, bambini che sfasciano piante a pallonate e ferrivecchi posteggiati fuori posto, quel condominio somiglia sempre di più a una disgraziata favela. Ma tra poco lo sentono. Sebbene sprovvisto di deleghe, farà valere le sue ragioni con l’ars oratoria appresa ai tempi del liceo classico – che ravviva a suon di letture gravi – bastevole ad ammansire a stretto giro, ne è certo, i suoi poco acculturati interlocutori. “Vi stenderò tutti con solide argomentazioni, impreziosite da citazioni aristoteliche, con incursioni nel Machiavelli e nel Beccaria!” Così pensa in piedi in un angolo, caricando la pipa e scrutando l’intera sala con occhiata ecumenica pregna di avversione.

In ultima, aggrappata al termosifone come una cozza agli scogli, la minuta Angelica (quarto piano) subisce il timore reverenziale della sua prima riunione condominiale. Ma possiamo parlare di paura. Studentessa al primo anno di lettere, si aggrappa alla fiducia nella dialettica per placare gli animi arroventati. La poverina è stata liberamente costretta a partecipare alla riunione da suo padre, il quale desidera che lei assaggi un po’ di vita reale. Sicché Angelica è lì solo per veicolare la voce paterna contro le cattive abitudini altrui, tutte appuntate con dovizia su un foglio A4. Ma suo padre non sa – per fortuna – che la sua figliola deve giocoforza starsene zitta, dopo quella festa con i compagni di corso di qualche giorno prima, che si è spinta fino alle prime luci dell’alba tra schiamazzi e musica alta, intervallata da colpi di scopa sul soffitto prima, e visite delle forze dell’ordine poi. Pertanto non avrà nulla da eccepire, e anzi, sposerà ogni battaglia altrui pur di farsi qualche amico in quell’astioso ginepraio.

L’amministratore di condominio è in seccante ritardo e Lunini inizia a spazientirsi, perché le frasi che si è preparato nell’ultimo mese faticano a restare sulla soglia delle labbra. La sua animosità è accresciuta a mano a mano che nuove questioni si sommavano alle precedenti già elaborate, in attesa di essere sparate verso le orecchie altrui: i maleducati che non fanno la raccolta differenziata come si deve, il puzzo di fritto perenne sulle scale, il giardiniere lavativo assolutamente da sostituire, i cani della Alberti e i figli della Grimaldi che fanno ripetuti danni al giardino. Per non parlare della improcrastinabile necessità di piazzare telecamere negli spazi comuni del condominio, col fine di scongiurare non solo le cattive abitudini, ma anche gli atti vandalici. Sì, atti vandalici, anche questa gli è toccato vedere. Qualche mano meschina, giorni prima, aveva vergato il cognome “Lunini” su una delle due porte metalliche dell’ascensore, e la parola “scemo” sull’altra, sicché ogni volta che le porte si chiudevano andavano a comporre l’ingiuria. Dio solo sa con quale demoniaco colorante il teppista avesse tracciato quelle parole, perché nemmeno il più acre dei solventi era stato in grado di rimuoverle, tanto che si era dovuto ricorrere a una leggera smerigliatura. La faccenda gli era costata due notti insonni, tra pensieri, rabbia e investigazioni: aveva perfino pensato di consultare un perito grafico per stanare il colpevole con prove concrete, ma ravanando nell’immondizia cartacea non gli era riuscito di recuperare prove di scrittura di tutta la palazzina. Per quanto lo riguarda, comunque, il caso è di facile soluzione, giacché la scritta era comparsa poche ore dopo che aveva mandato la polizia a stroncare gli entusiasmi studenteschi presso l’appartamento della minuta Angelica.

E proprio lei, tutti questi problemi, le questioni irrisolte, i litigi imminenti, l’astio serpeggiante, se li vede in carne e ossa, tanto ne è spaventata. I fantasmi dell’età adulta, cui si approssima con sommo timore, sono mostri reali, ripugnanti e malvagi, che popolano spazi di tensione tra le persone e si nutrono del disprezzo reciproco. Le pare di vederli, tali mostri, incurvarsi sul suo corpicino con tutta l’intenzione di sbranarla. Suo padre saprà ogni cosa, e lei pagherà a caro prezzo questo processo. Strilla un telefono.

La suoneria della Alberti è un audace e inaspettato brano di Shakira, una ventata di leggerezza che stride col clima marziale della stanza. Una voce blatera qualcosa di non intellegibile, ma dopo poche battute la Alberti riaggancia e annuncia:
“L’amministratore ha avuto un piccolo incidente con l’auto. Niente di ché, ma la riunione è rimandata.” Angelica quasi grida per la felicità, lieta di poter frapporre altre settimane tra la sua chiassosa festa, il vandalismo dei suoi amici e la prossima riunione: il tempo, si sa, stempera gli animi come null’altro al mondo. Lunini non è dello stesso avviso, e sventola le deleghe balbettando: “Ma… ma… le telecamere e… i vandali… il giardiniere lavativo…”

“Eh, pazienza” commenta il dottore, che vede a sua volta le sue citazioni aristoteliche venire relegate in sala d’attesa.
“C’è sempre tempo per annoiarsi coi litigi, cari miei” sostiene Peppa Grimaldi. “Devo dire che sono contenta. Non per l’incidente, sia chiaro, ma perché non m’andava proprio di discutere stasera. Nelle ultime settimane ho percepito molta tensione in questa palazzina. Non trovate?”

“Sono d’accordo con lei” asserisce Alberti. “Possiamo fare a meno dell’amministratore, per oggi. Possiamo sederci intorno a un tavolo e parlare e basta, conoscerci un po’ meglio. Che ne dite di salire da me? Faccio un risotto allo zafferano che è la fine del mondo.”
“I vandali… i malanni dei bambini…” balbetta Lunini, sconvolto, sentendo svaporare la sua animosità che con tanta fatica aveva mantenuto viva per giorni.

“Mi dica” si interessa il dottor Pigozzi, “nel risotto ci mette tanto burro?”
“Quanto basta” dice la Alberti. “Ma per una sera, via, si può sgarrare.”
“Ho un’ottima bottiglia di merlot a casa” asserisce Peppa Grimaldi guadagnando la porta.
“Gli schiamazzi notturni… la musica alta…” borbotta Lunini fissando la minuta Angelica, che brilla di giovinezza sorridendo sotto gli occhi smeraldini. Niente processi per oggi. La Alberti prende sottobraccio Lunini e lo scorta verso l’uscita insieme al dottore:
“Via, sono ragazzate che abbiamo fatto tutti, ne parleremo un’altra volta.”
E i cinque abbandonano la stanza, con Angelica ultima. E spegnendo la luce vede i mostri furibondi e impotenti, gabbati e spaesati che, privati delle trame della rabbia, non detengono altre armi da intestare agli uomini.

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