Nel momento esatto in cui Venezia torna a essere baricentro simbolico e reale dell’arte globale, pochi giorni prima dell’apertura della 61ª Biennale, si inserisce con forza un progetto che rifiuta l’idea stessa di cornice istituzionale per farsi esperienza immersiva, politica e sensoriale. “We Travel To Know Our Own Geography”, ideato e curato da Kuboraum, giunge alla sua terza edizione confermandosi come uno degli interventi più lucidi nel ripensare il ruolo del corpo, del suono e dell’identità nel contemporaneo
VENEZIA. Ospitato negli spazi della scuola Pier Fortunato Calvi, nel sestiere di Castello, e sviluppato in collaborazione con la School for Curatorial Studies Venice, il festival si inserisce nel programma pubblico della mostra One Touch of Nature Makes the Whole World Kin, ma ne espande radicalmente i presupposti teorici. Qui il viaggio non è semplice attraversamento geografico, ma una pratica di esposizione all’alterità, un dispositivo critico capace di mettere in crisi la rigidità delle identità contemporanee. Il manifesto di Kuboraum, da cui il progetto prende forma, invita a superare i confini dell’epidermide per costruire una propria geografia, intesa come territorio instabile, stratificato e in continua negoziazione.
In un presente culturale dominato da ipermediazione, standardizzazione e polarizzazione, il festival assume una posizione netta: difendere la complessità. Laddove la società tende a semplificare, a classificare e a ridurre le soggettività a categorie leggibili e consumabili, We Travel To Know Our Own Geography oppone un’estetica dell’ambiguità e della contaminazione. Le opere non si lasciano inscrivere in generi definiti, ma si muovono tra performance, musica, arti visive e ritualità, costruendo spazi in cui il confine tra discipline si dissolve. Questa ibridazione non è un vezzo formale, ma una presa di posizione politica: rifiutare le gerarchie significa anche rifiutare le strutture di potere che le sostengono.
All’interno di questo quadro, la scelta di Venezia assume un valore quasi paradigmatico. Città costruita sull’acqua e sull’instabilità, storicamente crocevia di scambi tra Oriente e Occidente, la laguna incarna un’identità mai fissa, sempre in trasformazione. La sua storia di contaminazioni culturali risuona profondamente con la visione di Kuboraum: laddove l’omologazione produce impoverimento, la differenza diventa condizione di ricchezza. Venezia non è dunque semplice sfondo, ma dispositivo narrativo, spazio che amplifica e riflette le tensioni del festival.
Il cuore pulsante dell’edizione 2026 è affidato al collettivo ASIANDOPEBOYS, fondato dall’artista Tianzhuo Chen, figura chiave nel ridefinire il linguaggio della performance contemporanea attraverso l’intreccio di cultura club, iconografie spirituali e ritualità. Il collettivo si presenta come un organismo mutante, in cui identità, simboli e temporalità non sono mai stabili ma continuamente rinegoziati. A Venezia, in collaborazione con il coreografo indonesiano Siko Setyanto, portano Moyang 先祖 & Seaman 漁師, un progetto che si sviluppa attorno a Ocean Cage, struttura scenografica che è al tempo stesso palco, installazione e architettura concettuale dell’intero festival.
Ispirato al teatro Nō e alle mitologie oceaniche ancestrali, Ocean Cage si configura come uno spazio rituale in cui il tempo lineare viene sospeso. I movimenti meditativi di Setyanto, attraversati da stati di trance e improvvisazione, dialogano con il paesaggio sonoro denso e stratificato dei musicisti coinvolti, generando un’esperienza che è insieme corporea e spirituale. Il lavoro non si limita a essere osservato: invita a essere attraversato, mettendo in crisi la separazione tra performer e spettatore.
Questa tensione tra memoria e presenza attraversa anche il lavoro dell’artista filippino Joshua Serafin, che presenta Relics: An Eye Once Blind insieme a Görkem Şen e Pierre Bayet. Il progetto, primo capitolo di una ricerca più ampia sulle genealogie perdute, prende avvio dalla storia personale dell’artista per interrogare questioni più ampie legate alla memoria coloniale, alla migrazione e alla trasmissione intergenerazionale del trauma. Attraverso il corpo, inteso come archivio vivente, Serafin tenta di riattivare ciò che è stato dimenticato o rimosso, costruendo un linguaggio che intreccia ritualità, cosmologie speculative e politiche queer.
La dimensione rituale e trasformativa emerge con forza anche in De Brujas y Fantasmas, firmato da Kianí del Valle insieme alla producer Ziúr. Qui la figura della strega viene sottratta agli stereotipi per diventare archivio di saperi ancestrali e dispositivo di guarigione. Attraversando immaginari che vanno dall’America Latina all’Europa, la performance costruisce uno spazio in cui visibile e invisibile si intrecciano, dando forma a una presenza ambivalente, al tempo stesso oscura e generativa.
Il suono, nel festival, non accompagna ma costruisce lo spazio. Lo si percepisce con chiarezza in McArthur, progetto live di FRANKIE (Franziska Aigner) e Kelman Duran, nato da un incontro fortuito in una chiesa berlinese e sviluppato come esplorazione condivisa tra voce, atmosfera e improvvisazione. La performance si muove tra intimità e tensione, lasciando emergere una dimensione sospesa, mai completamente risolta, in cui il suono diventa materia emotiva.
A questa riflessione sull’identità e sull’appartenenza si lega Home, lavoro di Ziúr e Sandi Home, con la partecipazione di Martina Bertoni e Sara Persico. Qui il concetto di “casa” viene smontato e ricostruito attraverso una trama di voci, elettronica e strumenti dal vivo, rivelandosi come costruzione instabile, continuamente ridefinita dalle esperienze individuali e collettive.
Nel lavoro di Emiliano Maggi, Estasy Live, questa instabilità si traduce in un immaginario visivo e performativo in cui corpo umano e animale si fondono, dando vita a figure ambigue, sospese tra fiaba e perturbante. La presenza del coro amplifica la dimensione rituale, trasformando la performance in un’esperienza quasi liturgica, dove il confine tra estetica e spiritualità si assottiglia.
A completare il programma, le traiettorie sonore di Romain Azzaro e Cosimo Damiano attraversano territori musicali fluidi, in cui generi e temporalità si sovrappongono. Dalla chitarra cinematica di Azzaro alle architetture elettroniche di Damiano, emerge una ricerca comune: costruire paesaggi sonori capaci di attivare l’inconscio e immaginare possibilità altre, “futuri perduti” che tornano a vibrare nel presente.
Gratuito e aperto al pubblico su prenotazione, il festival si configura non solo come evento, ma come piattaforma di incontro e produzione, strettamente connessa a Kuboraum Editions, dove molte delle opere trovano una prosecuzione in forma fisica. In questo senso, We Travel To Know Our Own Geography non si esaurisce nei quattro giorni veneziani, ma si estende nel tempo, continuando a generare connessioni, dialoghi e possibilità.
In un’epoca che tende a ridurre la complessità a linguaggi semplificati e consumabili, Kuboraum costruisce uno spazio di resistenza. Qui la contraddizione non è errore, ma risorsa; l’ambiguità non è limite, ma apertura. E Venezia, ancora una volta, si conferma il luogo ideale per accogliere questa tensione: una città che, da secoli, esiste proprio nel continuo attraversamento tra identità, culture e immaginari.
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