Il prossimo incontro tra Donald Trump e Vladimir Putin si terrà ad Anchorage, in Alaska, lontanissimo dai campi di battaglia ucraini e dai palazzi del potere europeo. Non si parlerà certo della vecchia vendita del territorio agli Stati Uniti nel 1867 ma di un possibile scambio ben più delicato: concessioni territoriali in Ucraina in cambio di un cessate il fuoco.
ALASKA. Per Putin, sarà anche l’occasione di discutere direttamente con la Casa Bianca di sanzioni, rapporti economici e limiti all’espansione della NATO — temi che, nelle sue priorità, pesano almeno quanto la guerra.
La scelta dell’Alaska come sede dell’incontro non è un vezzo geografico, sebbene lo stretto di Bering separi Russia e Stati Uniti di appena 55 miglia. È un luogo logisticamente scomodo per entrambi — nove ore di volo da Mosca, quasi otto da Washington — e proprio questa “mutua scomodità” suggerisce che il fattore simbolico conti più di quanto sembri.
Per il Cremlino, l’obiettivo non è discutere solo di Ucraina. Il vero bottino sta altrove: rivedere il regime delle sanzioni, ridiscutere le relazioni commerciali e circoscrivere l’influenza della NATO in Europa. Kiev rischia di essere un capitolo minore, o comunque subordinato a un più ampio scambio geopolitico. Non è un caso che la presenza del Presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy resti ipotetica: Trump potrebbe accettare di invitarlo ma Putin difficilmente lo accoglierebbe a un tavolo che intende dominare a due.
L’Alaska offre a Putin anche una protezione strategica. Dal marzo 2023 pende su di lui un mandato di arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra, che lo rende persona non gradita in numerosi paesi. Washington, come Mosca, non riconosce la giurisdizione della CPI: un dettaglio che trasforma Anchorage in territorio sicuro. Il percorso aereo “dal Polo” evita spazi aerei ostili e l’imbarazzo di eventuali complicazioni diplomatiche in rotta.
Non è la prima volta che i leader di Mosca e Washington si incontrano in climi rigidi. Helsinki, 2018: Trump, a sorpresa, disse di fidarsi di Putin più che dei suoi stessi servizi segreti sul tema delle interferenze elettorali. Reykjavik, 1986: Reagan e Gorbaciov sfiorarono un accordo sul disarmo nucleare, naufragato sulla “Star Wars” americana. Persino Birmingham, nel 1998, accolse un vertice Clinton-Yeltsin in piena euforia post-guerra fredda. Ma quelle erano epoche di aperture, non di blocchi e guerre attive.
Oggi la cooperazione del vecchio G8 è un ricordo sbiadito; il disarmo nucleare non è nemmeno all’ordine del giorno. Il vertice in Alaska sarà solo il quarto incontro bilaterale di alto livello dal 2010. In teoria, potrebbe diventare la piattaforma per avviare una tregua. In pratica, la guerra prosegue con intensità brutale: le linee del fronte in Ucraina sono instabili, le città subiscono bombardamenti regolari e la distanza fra le visioni di Mosca e Washington resta abissale.
La scelta dell’Alaska è più che un compromesso geografico: è scenografia e messaggio. È un terreno neutro ma non troppo, sicuro ma non ospitale, lontano dall’Europa e dal cuore della crisi. Un luogo che, come la relazione tra le due potenze, è freddo, distante e ostile. Se la storia insegna qualcosa, è che non sempre i vertici “ai confini del mondo” producono risultati concreti. Ma in diplomazia, il luogo è parte della negoziazione: e l’Alaska, con i suoi spazi immensi e il gelo pungente, sembra fatta apposta per ricordare quanto sia arduo trovare un punto di incontro tra Mosca e Washington.
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