“La taglio?“ Era la frase lampo per arrivare in paradiso, con quella fetta di anguria ghiacciata e dolcissima
Con un carretto trainato da un cavallo marrone, il signor Caio era facile da intravedere anche da molto lontano, ma soprattutto avrebbe fornito una garanzia nell’ascoltare quella sua frase, che per noi bambini significava il perfetto quarto d’ora a tarda sera dove sollazzare la gola, ma non solo per noi. Anche signore di mezza età accompagnate da incanutiti mariti, erano soliti avvicinarsi al carretto, con intenzioni serie e voraci.
“A tajo?“, che di interrogativo ne aveva abbastanza, ma sotto sotto intendeva una preferenza assoluta, con il cocomero ghiacciato, rosso e zuccheroso che si scomponeva in tante piccole grandi fette. E quella scorza verde, che faceva da trampolino di lancio e da base verso il gusto, scansando i piccoli semi neri, fetta dopo fetta.

“La taglio?”Che si era alla fine trasformata in una filastrocca piacevole, dove il taglio significava la ricerca della dolce merenda estiva, quando il sole, trastullandosi con le le ore, allungava il tramonto, che appariva sempre molto lontano, una vera manna dal cielo per noi. Che significava giochi all’aperto e amicizie, in perfetta antitesi con l’eterno generale inverno, lungo e accidioso. Grigio e freddo. Senza il piacevole rito del taglio.
Ma l’estate era arrivata, e il carretto pure, che si sarebbe trascinato carico di angurie fino ai primi di settembre, ma nelle belle stagioni anche oltre, fino a quando l’orizzonte sarebbe apparso vuoto, senza se e senza taglio. Senza zucchero.
E forse il vuoto del “taglio” avrebbe rappresentato l’abbrivio dell’estate e la ricerca di qualcosa d’altro, conservando la cartolina di una strada da cui in fondo un cavallo trainava un carretto carico di sogni, sussulti e angurie rosse di felicità.
Instacult di Mauro Lama
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