Prendere il taxi a Roma è cosa insolita, perché è difficile trovarlo e perché appena lo trovi l’autista ti riempie di domande. Lo fa per curiosità, per interrompere un silenzio imbarazzante o chissà perché, forse solo per parlare.
Roberto era appena sceso dal treno su cui era salito a Udine. Da oltre 20 anni lavorava al centro di salute mentale e mancavano pochi anni alla pensione. Sarebbe tornato a Roma perché in Friuli non aveva più motivo di restare. Divorziato, i figli grandi e sposati. Lui era rimasto solo nel piccolo appartamento in affitto a poche centinaia di metri dal lavoro.
“Che ce fai dottò a Roma”
“Sono venuto per un convegno …”.
“Ah, e dechè se parla”
“E’ un convegno di psichiatri”.
“Ah dottò”, disse contento il tassista “ho capito, ce vonno co quello che succede, e forse me serve …”
Rise con ironia.
“Ma che pissichiatri siete?”
“Siamo psichiatri!”
Roberto era infastidito dalle domande ma l’accento romanesco gli piaceva sentirlo. Si, gli piaceva perché gli ricordava la scuola, il suo liceo, i suoi compagni, e poi l’università, Medicina … si fece cupo e guardò fuori dal finestrino lo scorrere della gente, dei palazzi ottocenteschi, dei grandi alberghi, i monumenti …
E poi via, via da Roma, una città grigia senza speranza. Questo pensava Roberto mentre il tassista gli chiedeva della pissichiatria.
“Ma che fanno dottò li pissichiatri ?”
“Si occupano dei malati mentali”, rispose Roberto.
“Che vor dì, dottò, intendi li pazzi?
Roberto colse nella frase un accento non proprio romano, burino pensò. Solo chi è romano sa cogliere la differenza, e considera chi sta dentro e chi sta fuori le mura, quelle che l’imperatore Aureliano fece costruire contro i barbari.
“Si, i matti” rispose infastidito.
Ora era proprio scocciato, come quando la gente comune gli chiedeva del suo lavoro. Volevano sapere di storie dei “matti”, e a nessuno veniva in mente che erano malati come gli altri.
No, per la gente comune, “i matti” non sono malati come gli altri, forse non sono neanche malati, sono solo strani, altrochè malati, fanno paura e fanno divertire come i clowns del circo.
Non sono malati perché non sembrano soffrire come i veri malati ma sono solo capaci di dire e fare “cose da matti”, cioè cose stupide e spesso pericolose!
A Roberto pareva che il tassista, come tante altre persone ignoranti e non, pensasse che la sua professione fosse qualcosa di misterioso, a volte anche divertente semmai, ma sicuramente inutile.
Perché “i matti” restano tali, non si curano perché non possono guarire, bisogna tenerli a bada e distanti, oppure avvicinarli per compassione, ma solo per poco, altrimenti ti danno fastidio.
A Roberto allora venne in mente, come una folgorazione, di rispondere con una battuta alla domanda “Ma che fanno li pissichiatri “, una battuta in dialetto romanesco:
“LI FANNO STA’ BONI!”.
Roberto lo disse con voce decisa e seria, da vero dottore.
“A càpo” aggiunse Roberto ”che te pare che fanno i psichiatri ai matti, li fanno stà bòni”.
Il tassista fece finta di non capire e subito ribattè, “Ma che vor dì, come fanno a falli sta boni?”
“Li fanno sta boni co e medicine, l’elettrosciok, la conversazione, insomma li convincono a sta boni perchè è meglio pe loro e pe tutti!”.
Il tassista si voltò di scatto e disse:
“Ho capito dottò, ma mò te chiedo na cosa, tu che sei dottore medico. Io, la sera me sento svenì, me prende un cerchio alla capoccia”, indicando la nuca, “Proprio qui, poi me gira de sotto, e me tira davanti fino alla panza che se gonfia come se avesse un groppo, che male dottò!”.
Roberto disse tranquillo con tono pacato e persuasivo “Lo vedi che pure te sei matto, e te devi curà!”.
Il taxi era arrivato all’hotel dove Roberto era stato prenotato. Pagò senza salutare, aveva altro a cui pensare che a un poveretto che stava male e chiedeva un consulto. Non era quello né il modo né il luogo né il tempo.
Ma mentre il taxi era ancora fermo, fece due passi indietro, si avvicinò al finestrino e disse “Aò, grazie eh, cùrate!, mi raccomando, perché i matti prima o poi guariscono”.
Lasciò il suo biglietto da visita e gli sorrise.
Dopo tanti anni aveva parlato in dialetto e pensò a tutto ciò che aveva detto e scritto nella sua lunga carriera e nella sua vita, sapeva bene a che serve la psichiatria.
Ma quella frase buttata lì per scherzo o per dispetto “Serve a falli stà boni!” gli pareva che avesse per lui un significato profondo, qualcosa che gli stava dentro da sempre, e che non aveva dimenticato perché era l’unica cosa importante, per tutto ciò che era stato nella sua vita e per quello che aveva detto e fatto, per le tante persone che aveva incontrato e aiutato.
Vivere è come scrivere, consolazione e dolore.
Si è matti quando si vive e non si lasciano andare le cose che non devono più tornare.
E’ così per tutti ed era anche per lui, consolazione e dolore.
Da quella volta che, in una giornata d’autunno, mentre iniziava il primo anno di medicina, nel giardino dell’istituto di biologia, Roberto con il previdente ombrello e lei, sconosciuta e imprevista, lo aveva preso sottobraccio per ripararsi dalla pioggia.
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