Cristian Mungiu, con una pellicola che trasuda empatia e spirito di inclusione, non solo sbanca Cannes, ma ci consegna una storia immersa nell’incontaminata natura norvegese, potente e capace di lasciare un segno profondo
Fiord, ovvero un lungometraggio ispiratissimo, non solo capace di mettere tutti d’accordo, o quasi, sulla croisette, ma pronto a convincere la giuria con la scommessa aperta anche per il mainstream. Perchè la storia di Mihai e Lisbet, rispettivamente intrpretati da Sebastian Stan e Renate Reinsve, una coppia pronta a fare un triplo salto mortale carpiato, trasferendosi con i propri cinque figli dentro i ghiacci e la natura estrema di uno sperduto villaggio norvegese, è in grado di fare rumore, consegnando un plot narrativo di una storia che arride al cambiamento. Ma sopra ogni cosa la transizione culturale, tutto quello che siamo e vorremmo esportare. Frammenti utopici in società radicalizzate e frammentate, poco inclini ai cambiamenti, al nuovo che incute timore in quanto ignoto. Ispirato a diversi fatti recenti, il film esprime di fatto le avversità della famiglia rumena, i Gheoghiu, ferventi cristiani evangelici, refrattari ad ogni tipo di cambiamento, alle prese con la realtà norvegese, una dicotomia culturale che diventa una sorta di match, di disfida dove tutto si complca. Con lo sfondo dei fiordi, della tolleranza e dell’atavica incapacità di incontrare. Ma il messaggio di Mungiu non si limita a questo, e vuole scavare nell’intimo, quasi a voler scalfire anfratti remoti. Nel segno di un esistenza velocissima nel proporre e imporre cambiamenti, ma al contempo relativamente pronta al confronto.
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