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Con vocale uguale o con ogni vocale? Questo è il dilemma

2 minuti di lettura

Ed accortosi che, ad obiezione dei suoi amici, od addirittura dei parenti: non vi si attorciglia la lingua se la pronunciate a voce alta?

Il super lavoro della “d” eufonica, aggettivo derivato dal greco che significa “dal buon suono”, ovvero che rende migliore il suono, è sempre obbligatorio davanti a vocale?

Se lo stesso Alessandro Manzoni, quando nel 1840 riscrisse il suo romanzo, decise di eliminare scientemente quasi tutti gli ad e gli ed dall’edizione precedente, un motivo ci sarà.

Provate a dire velocemente “ad Adamo, ad Adria, ad Iddio, ad Odessa, ad Udine, ad odio, ad udire, ad educare, ad ieri”: vi suona facile?

Spesso la vicinanza di due vocali è vista come un errore, quindi si è portati ad aggiungere (appunto) questa consonante lavoratrice indefessa. Ma serve proprio?

L’abitudine prettamente scolastica che due vocali vicine suonino male è decisamente obsoleta.

Gli scrittori più moderni hanno ormai la tendenza a eliminare la d eufonica praticamente davanti a ogni vocale, comprese quelle identiche. Siamo passati da un proliferare di preposizioni e congiunzioni perennemente accompagnate dalla Nostra Signora “D”, all’eccesso opposto, facendo cadere in disgrazia questa povera lettera dell’alfabeto.

Toglierla del tutto è una scelta che permette al discorso di fluire facilmente, senza intoppi. E non è un errore.

Come dicevano gli antichi, tuttavia, in medio stat virtus, ovvero la virtù sta nel mezzo.  Come spiega la Treccani, “è una sentenza della scolastica medievale che deriva da alcune frasi dell’Etica Nicomachea di Aristotele, esprimenti l’ideale greco della misura, della moderazione, dell’equilibrio: la virtù è nel mezzo, tra due estremi che sono ugualmente da evitare. È talvolta ripetuta per affermare la necessità o la convenienza della moderazione, dell’equilibrio, o come invito a evitare gli eccessi”.

Definizione che calza a pennello, perché la nostra d è ancora utile per evitare il contatto tra due vocali identiche. Ed ecco che la sua funzione assume un valore grammaticalmente corretto.

Secondo le indicazioni del famoso storico della lingua Bruno Migliorini, l’uso della d dovrebbe essere limitato ai casi di incontro della stessa vocale, quindi nei casi in cui la congiunzione e e la preposizione a precedano parole inizianti rispettivamente per e e per a.

Un esempio: Carlo e Antonio, primi e ultimi, fiori e alberi, Francia e Italia.

C’è un però. Dagli esempi citati si potrebbe pensare come sia obbligatorio l’uso della d eufonica quando due vocali identiche s’incontrano. In realtà, l’impiego della d con o rende decisamente pesante la catena fonica invece di alleggerirla, soprattutto quando la vocale successiva è seguita a sua volta dalla d: sarebbe bene evitare, quindi, sequenze come studio ed edizione, suoni od odori.

L’unica regola, alla fine, è quindi quella di evitare la cacofonia, e affidarsi al buonsenso. Un buon trucco è leggere a voce alta il proprio scritto, per vedere l’effetto che fa.

Insomma, se non è errore da riga rossa utilizzare la “d” eufonica anche in presenza di vocale diversa, il suo utilizzo è considerato obsoleto e “bocciato” dalla stragrande maggioranza degli editor. Usarla a sproposito, quindi, secondo i critici più severi è “roba da dilettanti”.

Ora, fatto salvo che chi scrive la usa veramente poco per scelta, l’unico suggerimento valido è seguire l’istinto e ascoltarsi.

Se proprio non vogliamo mandare la “d” in pensione, diamole almeno un po’ di respiro.

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