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Le”cattive” abitudini

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Sono chiamate anche vizi o nel migliore dei modi vezzi. Entrambe le parole derivanoe dal latino “vitium”

Le abitudini scandiscono il nostro tempo interiore. Sono comportamenti abituali che non sempre sono connotati negativamente. Secondo la tradizione Cristiana i vizi, chiamati anche capitali, non sono peccati come quelli dei Comandamenti. Sono caratteristiche dell’individuo, concepite come contrarie alle virtù. Sono appunto attitudini comportamentali, da cui l’individuo si deve liberare.

Io chiamo le abitudini, “addictions”, proprio ad indicare l’asservimento cui si espone volutamente l’individuo. Le abitudini scandiscono il nostro tempo interiore. Senza le abitudini ci sentiamo insicuri. La necessità di prevedere ciò che ci può capitare, nel bene e nel male, ci consente di vivere, facendo a meno del destino o fato. Questo infatti non possiamo prevederlo né dominarlo.

L’imprevisto secondo gli antichi è in mano agli dei. Non è detto però che l’imprevisto non sia buono per noi. Comunque, anche se ci fa del male, ne possiamo trarre esperienza. Nel nostro cervello la memoria degli eventi ci fornisce una intelligenza naturale con la quale sviluppiamo quella dote che si chiama prudenza e quindi dominio sulle cose che ci riguardano.  Le abitudini pertanto non sono mai nè buone né cattive.

L’attributo etico che assegniamo ad esse dipende da fattori di convenienza sociale, e di equilibrio psichico. “Est modus in rebus” – c’e una misura nelle cose, una traccia definita al di qua e al di là non c’è rettitudine! Così sentenziava il poeta latino Orazio. Questa categoria del mezzo, – “in medio stat virtus”, altra sentenza classica, attribuita ad Aristotele – come punto di equilibrio della persona e di scienza delle cose umane, la si ritrova anche nel concetto di media e mediana in statistica.

E la scienza si fonda sulla statistica, anche se non rappresenta la verità. Un’altra figura che ci dà l’immagine di equilibrio è il punto di Lagrange, in cui le forze di attrazione di due masse vicine si annullano tra loro. Per cui, un corpo resta staticamente sospeso e non viene attratto né dalla Terra né dalla Luna.

Attenzione il corpo rimane fermo, staticamente fermo, sospeso in un limbo innaturale. La canzone di Battiato “cerco un centro di gravità permanente” è ironicamente indirizzato a questa metafora dell’equilibrio, che resta una pretesa impossibile.

L’abitudine è quel centro antigravitazionale che ci consente di prevedere l’imprevedibile e muoverci sicuri nel mondo, perché niente ci accada, niente ci tocchi. Se è vero che l’abitudine ci rassicura, è pur vero che questa dipendenza comportamentale ci rende statici perché prevedibili. Essere vivi vuol dire oscillare costantemente tra i due poli del dubbio e della certezza. Questa impercettibile oscillazione ci consente di calibrare costantemente il nostro punto di equilibrio e di armonia con le cose e gli altri.

“E lasciare che quel che da venire venga. Sì, che venga”, come insegna il poeta Robert Walser. Perché l’abitudine, che buona o cattiva che sia, non ci costringa in limiti mediocri. Al contrario, dobbiamo sentirci liberi di desiderare e attendere le sorprese che la vita ci riserva.

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