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80° parallelo, racconti di viaggio oltre il mappamondo

9 minuti di lettura

Sono le 21 quando l’aereo atterra a Longyearbyen, la capitale delle Isole Svalbard ma la luce è quella di giorno pieno!
Isole nel mezzo dell’oceano artico, a metà strada fra la Norvegia e il Polo Nord e, a queste latitudini, durante la stagione estiva, la notte lascia il posto ad un lungo giorno della durata di oltre quattro mesi.

Longyearbyen è il porto da cui mi imbarcherò su una piccola nave per raggiungere l’80° parallelo. Il villaggio, di poco più di 2000 abitanti, nacque nel 1906 per volere di John Longyear, proprietario della Artic Coal Company interessato a questa parte del mondo perché ricca di carbone.

Le case sono molto colorate, principalmente in legno, costruite a palafitta e sollevate dal terreno, così come le tubazioni, per far fronte al fenomeno del permafrost, il terreno sempre ghiacciato che al cambiare delle stagioni in superficie si modifica, si muove.

Guarda il video su YouTube.

Poco distante dal villaggio raggiungo le vecchie strutture delle miniere di carbone che costituivano un’importante risorsa. Le colline intorno alla cittadina sono tutte scavate! 

L’attività delle miniere è cessata solo qualche anno fa, ma mentre mi incammino fra le grandi torri di legno e le teleferiche penso a quanto debba essere stata dura la vita dei minatori che lavoravano in condizioni davvero difficili e con un clima inclemente! Sembra di girare per un museo! Le basse temperature hanno mantenuto le strutture intatte. I carrelli trasportatori della lunga teleferica sono mossi dal vento che non cessa mai di soffiare. Gli abitanti nei loro trasferimenti sono sempre armati… è facile imbattersi in qualche orso bianco!

Vedo una chiesa in legno con i tetti spioventi ed un campanile ma senza croce. Entro per una visita e scopro essere una chiesa “per tutte le religioni” quindi per tutti i credenti delle diverse fedi. Credo che sia una bella cosa che in un posto così sperduto fra i ghiacci ci sia un luogo di culto per tutti! Guardo l’orologio, è mezzanotte… assisto così per la prima volta, nella mia vita, alla surreale atmosfera del sole di mezzanotte!

Il giorno seguente visito la Banca Mondiale dei semi. All’interno di una montagna è stato costruito quello che potremmo definire un bunker a prova di guerre nucleari e catastrofi naturali che custodisce più di un milione di sementi provenienti da ogni parte del mondo.

Nel primo pomeriggio mi imbarco sulla Nordstjernen o Stella Polare, un battello leggendario che originariamente era un postale, di grande fascino “antico” con i saloni rivestiti di legno e piccole cabine con i letti a castello. A prua sono fissati due gommoni che serviranno per le escursioni a terra. Siamo diretti all’isola di Moffen, all’80° parallelo poco oltre il quale inizia la banchisa polare.

Siamo un piccolo gruppo di viaggiatori tutti mossi dalla grande passione per la natura, quella incontaminata, quella che muove le corde dei sentimenti, che stupisce e ogni volta alimenta il desiderio di non lasciarla, di cercare altri luoghi del nostro meraviglioso pianeta terra che, anche se diversi, trasmettono le stesse forti emozioni.

Prendiamo il largo navigando verso nord. Fa freddo ma sono ben attrezzato e mi siedo fuori assaporando l’aria fresca e profumata dove volteggiano gabbiani artici. Costeggiamo delle montagne con le pareti frastagliate a picco sul mare.

Paesaggio del Nord Polo

La prima sosta è Barensburg, un villaggio minerario prima olandese poi ceduto ai russi negli anni 40 dove tutt’ora continua l’estrazione del carbone. Barensburg, un posto fuori dal mondo che mi affascina. Appena sbarco proprio vicino a quello che fu l’ufficio postale, una bella casetta di legno tinta di verde, un cartello mi prepara ai sogni che avrò dopo aver visto questi luoghi… “Ovunque adesso tu andrai all’alba di ogni primavera le strade polari sognerai, vedendo i sogni tra la neve”. Non ho alcun dubbio in proposito!

Irraggiungibile se non via mare, a Barensburg vivono circa 500 persone, tutti minatori del carbone russi e ucraini, con le loro famiglie.  C’è una scuola con le mura decorate con grandi disegni di trichechi e balene, e poco lontano una scritta scolpita su un masso particolarmente significativa…” C’è la fatica del minatore nella quiete della gente e nei corpi dei missili spaziali, minatore con la mano tua dolente regali a tutti la luce e il calore”. Un omaggio e un amorevole riconoscimento ai minatori, alla loro fatica, al loro duro lavoro. Le case di cemento così come l’unico albergo sono squadrate nel rispetto dello stile razionalista russo. Non manca una grande statua dedicata a Lenin. Sembra una città fantasma. Non c’è nessuno per le strade. Qui il tempo sembra essersi fermato!

Riprendiamo il nostro viaggio diretti sempre più a nord, al Fiordo Magdalena. Willem Barents[1]  fu il primo, nel 1586, ad esplorare questo fiordo che chiamò “baia delle zanne” perché trovo sulla spiaggia diverse zanne di trichechi. 

Scendiamo a terra a bordo di gommoni con la guida armata perché è facile imbattersi negli orsi polari che sono abbastanza comuni da queste parti e talvolta aggressivi. Una camminata fra ghiacci, radure, spazi senza, fine con le sterne artiche che, per proteggere i loro nidi, nascosti da qualche parte, si librano alte nel cielo per poi puntare le nostre teste…arrivano a qualche centimetro per poi rialzarsi e ripetere l’attacco. È un preciso segnale… dobbiamo cambiare direzione!

Sterna antica in volo

Navigare con la Stella Polare è affascinante. Un battello che ti fa vivere il mare da vicino, ascoltando lo sciabordio delle onde sullo scafo. Le cabine sono molto piccole, spartane ma accoglienti. L’oblò, proprio in corrispondenza del mio letto, mi consente di guardare fuori. Evito di chiuderlo di proposito per osservare la natura anche mentre mi concedo qualche ora di riposo. Ma riesco a riposare a fatica!  Dall’oblò vedo piccoli iceberg, o qualche ghiacciaio e ogni due per tre mi precipito sul ponte. Il paesaggio che ci circonda è incontaminato e di rara bellezza! In mare galleggiano lastre di ghiaccio dalle forme bizzarre.

Più navighiamo verso nord e più i ghiacciai si intensificano, sempre più grandi e imponenti.

Ecco Smeerenburg, letteralmente “la città del grasso di balena”, dove due secoli fa le baleniere lavoravano il grasso delle balene sulle spiagge a ridosso di un grande ghiacciaio. I resti di quello che fu un villaggio di cacciatori di balene sono localizzati nella grande baia, proprio a ridosso del ghiacciaio.  Navighiamo molto lentamente in mezzo a una miriade pezzi di ghiaccio. Il mare è particolarmente calmo, le cime dei monti circostanti si specchiano sull’acqua. Con i gommoni che sono a bordo raggiungiamo il fronte del ghiacciaio.

Ci fermiamo con il motore spento, senza parlare per ascoltare lo straordinario rumore prodotto dal ghiaccio che si sposta intorno a noi e dall’ acqua. Una musica straordinaria.

Osservo la distesa di ghiaccio che sembra senza fine. Un deserto di ghiaccio che muove le corde dell’anima come scrisse l’esploratrice Léonie D’Aunet nel suo libro: “Oltre Capo Nord. Viaggio di una donna allo Spitzberg-1855” .”…mi piaceva in certi momenti restare sola in mezzo alla natura; ero invasa allora da quel profondo sentimento religioso che pervade l’uomo nel trovarsi faccia a faccia con l’immensità.
Tutti i deserti hanno la propria poesia: deserti di sabbia, deserti di ghiaccio, si tratta sempre dell’infinito, della solitudine e nessuna voce parla all’anima un linguaggio più commovente…”

Ripreso il largo, un branco di beluga ci accompagna muovendosi a prua ma purtroppo senza farsi avvicinare.

Verso mezzanotte osservo il sole circondato da un’aureola di luce rara da osservare.   

Raggiunto il Bockfjorden scendiamo a terra con i gommoni accompagnati dalle immancabili guide armate. Raggiungiamo una sorgente termale non lontano dalla quale ci sono grandi cespugli che grazie alla temperatura dell’acqua circostante vicina ai 30 gradi, per pochi mesi all’anno si riempiono di fiori.


Una volpe artica corre non lontano da noi. Si ferma qualche secondo per osservarci e poi prosegue verso la riva in cerca di qualche crostaceo.

Ripreso il viaggio a nord, ancora vicino alla costa la nave rallenta dirigendo verso terra, poi si ferma: davanti a noi due orsi bianchi stanno cercando del cibo. Sono maestosi. Corrono, camminano, si alzano su due zampe, ci offrono un vero spettacolo!

Mare ancora mare poi in lontananza ecco l’isola di Moffen, l’80°parallelo! Una semplice lingua di terra nel cuore del Mare Artico, ai confini del mondo. Un branco di trichechi ozia sull’isola che è diventata un rifugio protetto per questi animali. Nonostante ci sia spazio, sono letteralmente ammassati uno sull’altro. Non ci si può avvicinare perché la zona è protetta ma il binocolo aiuta ad ammirare questi splendidi animali. Poco lontano da qui, ancora 10 gradi a nord, inizia la grande distesa bianca della banchisa polare. E qui ci fermiamo. La tradizione vuole che raggiunta questa latitudine si debba brindare. Il comandante appare a prua con una grande bottiglia di spumante e in un clima di gioia e tutti insieme brindiamo al Polo Nord!

Questa volta la Stella Polare fa rotta verso sud fino a raggiungere Ny-Ålesund la base di Amundsen[1] per le sue esplorazioni polari e quella da dove partì il Dirigibile Italia comandato da Umberto Nobile che il 24 maggio del 1928 raggiunse per primo il polo nord [2].

Anche il villaggio Ny-Alesund è nato nel nel 1917 per le miniere di carbone ma oggi ospita basi scientifiche di diverse nazioni del mondo tra cui la “Base Artica Dirigibile Italia”. Appena lasciata Ny-Ålesund ecco un nuovo ghiacciaio e su un picco lembo di terra sulla riva un grande orso bianco ci osserva curioso prima di riprendere il suo cammino chissà per dove!

NY-Ålesund Monumentio ad Amundsen

Lasciamo i ghiacci e cerco di elaborare le tante emozioni vissute. Come sempre ci vorrà del tempo perché tutti i ricordi e le esperienze prendano il loro giusto posto.

In lontananza riconosco Longyearbyen, il viaggio volge al termine.

L’esperienza è stata notevole, in un mondo che non conoscevo, anche questo fantastico come tutti quelli che ho avuto la fortuna di visitare. Mi sembra di aver vissuto un unico lungo giorno… perché la luce è sempre forte, ininterrottamente. E sarà così per i prossimi quattro mesi. Certamente un ambiente bello ed emozionante ma, francamente, ho voglia di tornare a rivedere le stelle!


[1] Esploratore olandese (Frisia metà del sec. 16º – Mare Artico 1597). Compì un primo viaggio nei mari artici giungendo a 77º lat. N (Novaja Zemlja, 1594), un secondo fino allo Stretto di Cara (1595) e quindi un terzo toccando l’Isola degli Orsi, le isole Spitsbergen e il capo detto Maurizio nella Novaja Zemlja (1596). Costretto a svernare a 76º lat. N e a lasciare poi la nave bloccata dai ghiacci, morì durante il viaggio di ritorno. Fonte: https://www.treccani.it/enciclopedia/willem-barents/#:~:text=Esploratore%20olandese%20(Frisia,viaggio%20di%20ritorno.

[2] Amundsen, Roald Engelbert. Esploratore polare norvegese (Borge 1872 – presso le is. Svalbard 1928); partecipò alla spedizione antartica del De Gerlache (1897-99) e poi in tre anni (1903-1906), con una piccola nave, la Gjöa, superò il Passaggio di Nord Ovest, dalla baia di Baffin allo stretto di Bering. Il viaggio fu ricco di risultati scientifici; tra l’altro fu determinata la posizione del polo magnetico boreale. Partito con la nave Fram (che era stata di F. Nansen) verso l’Antartico (1911) e spintosi fino alla barriera di Ross, proseguì con cinque uomini; il 14 dic. 1911 raggiunse il Polo Sud e vi rimase due giorni; ritornò ai compagni della Fram il 12 genn. 1912. Dopo la prima guerra mondiale l’A. riprese l’antico progetto di una spedizione artica che si proponeva di spingersi, con i ghiacci in deriva, verso il Polo Nord, ma il tentativo non riuscì pienamente e la spedizione si limitò a ripercorrere il Passaggio di Nord Est (1918-20). Tentò poi con due aerei di raggiungere dalla Baia del Re il Polo Artico (1925), ma le condizioni atmosferiche lo costrinsero al ritorno. Ideò quindi una trasvolata polare per mezzo di dirigibile, che fu da lui effettuata con il Norge, comandato da Umberto Nobile, in 71 ore di volo dalla Baia del Re all’Alasca (1926). Giunta nel 1928 la notizia del disastro dell’aeronave Italia condotta da Nobile, l’Amundsen s’imbarcò subito su un aeroplano francese di soccorso, ma, partito da Tromsö il 18 giugno, scomparve nell’Artide. Fonte: https://www.treccani.it/enciclopedia/roald-engelbert-amundsen

[3] Il Dirigibile “…Italia partì per il Polo Nord il 23 maggio 1928. L’ambito limite geografico fu raggiunto alle 00:24 del 24 maggio 1928; dalla verticale del punto furono lanciate una croce benedetta da Pio XI e una bandiera dell’Italia. Il dirigibile non poté effettuare un atterraggio come previsto a causa delle avverse condizioni climatiche e dopo due ore sopra il polo iniziò il viaggio di ritorno… A tragitto quasi del tutto completato, quasi in vista delle isole Svalbard, il dirigibile Italia si schiantò sui ghiacci per cause mai completamente accertate. La cabina di comando rimase incastrata sul ghiaccio con dieci uomini … e Titina, la cagnetta del generale, mentre il resto del dirigibile …, reso più leggero, riprendeva quota portando con sé altri membri dell’equipaggio destinati a scomparire per sempre…. I superstiti, fortunatamente, si trovarono circondati di materiali caduti con l’impatto o gettati eroicamente da Arduino (Ettore Arduino )dall’aeronave, tra i quali cibo, una radio e la famosa Tenda Rossa (che in realtà era di color argento, colorata di rosso con dell’anilina, sostanza usata per le rilevazioni altimetriche, entro la quale si adattarono a vivere per sette settimane .Fortunatamente un radioamatore riuscì a captare un segnale radio di soccorso dei superstiti e venne lanciata una vasta spedizione internazionale di soccorso polare, finché un idrovolante pilotato da Umberto Maddalena avvistò la Tenda Rossa. Poco meno di un mese dopo l’incidente Nobile fu il primo superstite ad essere portato in salvo con un piccolo aereo svedese comandato dal tenente svedese Lundborg. Quando il pilota ritornò a prendere gli altri, precipitò egli stesso, rimanendo a sua volta imprigionato tra i ghiacci. In totale perirono otto persone dell’equipaggio dell’Italia; lo stesso Amundsen morì, scomparendo per sempre, mentre volava su quelle gelide isole per prendere parte alle ricerche dei dispersi. Solo il 12 luglio 1928 il rompighiaccio sovietico Krassin raggiunse gli altri superstiti e li trasse in salvo.” Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Umberto_Nobile

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