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80 candeline per il bikini

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La giornata del 5 luglio è dedicata al Bikini, costume da bagno in due pezzi ideato e prodotto per la prima volta con questo nome nel 1946 dal sarto e stilista francese Louis Réard

Quando lo presentò, il 5 luglio 1946, come costume da bagno femminile in due pezzi che lasciava, per la prima volta, la pancia scoperta, il nome che gli aveva dato era premonitore di ciò che avrebbe causato: una rivoluzione.

Bikini è il nome di un’isola delle Isole Marshall, sulla quale in quegli anni  gli Stati Uniti facevano test nucleari, che altro non erano che bombe fatte esplodere. Così, pensò lo stilista, sarà il Bikini, come una bomba! E aveva ragione.

Inizialmente Louis Reard non riuscì a trovare una modella che avesse il coraggio di indossarlo se non una spogliarellista del Casinò di Parigi. Dopo qualche anno di difficoltà, il bikini fu indossato da star come Brigitte Bardot e molte altre e divenne, negli anni ’50, un simbolo di libertà ed emancipazione.

Louis Réard, ingegnere automobilistico e stilista francese, nel 1940 aveva rilevato il negozio di lingerie dalla madre che poi gestì con successo per ben 40 anni.

Per creare qualcosa di nuovo e innovativo forse si era ispirato ad alcuni mosaici antichi che ritraevano le atlete romane con un succinto costume che lasciava libertà di movimento per la pratica dell’atletica. Del resto, gli antichi romani facevano il bagno nudi e dunque non avevano bisogno di inventare un costume!

Bikini e burkini

Questo “due pezzi” di cui oggi si festeggiano gli 80 anni, non può farci dimenticare l’integralismo islamico che  manifesta la repressione della libertà della donna proprio attraverso il suo abbigliamento. Per la cultura islamica, la donna deve essere coperta con abiti per evitare che possa essere motivo di attrazione per l’uomo. E per andare al mare a fare il bagno, la cultura islamica ha coniato un modello chiamato burkini che nasce dalla fusione di due parole che caratterizzano costumi culturali opposti: il bikini e il burqa. Il burkini è una sorta di costume da bagno che copre tutto il corpo femminile.

E’ nato da un’idea di Aheda Zanetti, una designer australiana di origine libanese. Nel 2003 fondò la Ahiida Pty Ltd, la società che oggi lo produce ed è un marchio registrato. In una decina d’anni la domanda è progressivamente cresciuta raggiungendo i cinquecentomila costumi venduti.

Il burkini cominciò ad essere usato dalle ebree ortodosse, induiste e cristiane mormone fino a quando il marchio britannico Mark&Spencer iniziò a venderlo nei propri negozi.

Ma la fama arrivò solo quando, in Francia, tre sindaci decisero di vietarne l’uso sulle spiagge dei loro comuni: un esito alla rovescia per il bikini prima vietato e poi d’obbligo sulla spiaggia!

Dal 2010 la Francia vieta di indossare, per motivi di ordine pubblico e sicurezza il burqa o niqab che copre integralmente il viso di una donna e sono vietati gli accessi alle spiagge cittadine a chiunque non indossi una tenuta corretta, rispettosa delle buone maniere e della laicità, delle regole d’igiene e sicurezza della balneazione. Com’era prevedibile, alle ordinanze di divieto del burkini non sono mancate le reazioni indignate della comunità islamica locale e di alcune associazioni che si sono dette pronte a portare il sindaco davanti al giudice per “islamofobia”. Il Burkini infatti lascia il viso scoperto: questa tenuta non infrange la legge sul velo integrale e sulla morale in genere. Ma la popolazione francese vive il burkini in spieggia come una provocazione sociale.

E allora aveva ragione Louis Réard, morto nel 1984, il suo Bikini sarebbe comunque stato una bomba!

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