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6.05.1976, ore 21.00.12. Io mi ricordo

3 minuti di lettura

Sono le nove di una sera qualsiasi che, a causa di 59 interminabili secondi, qualsiasi non lo sarà mai più. Ricordando, da Veneti, il terremoto che si portò via quasi mille persone, consegnò alla storia tremila feriti e 20mila sfollati.

 

Io mi ricordo. Seduta al tavolo del soggiorno, sto disegnando sulla carta millimetrata. Uno strano rumore, fuori, la matita prende vita, traccia una riga a zigzag. Mi guardo la mano. Contemporaneamente sento mamma urlare. Mi si presenta in ciabatte, con mio fratello di cinque anni avvolto in un asciugamano. Realizzo che era in vasca da bagno. Alzo gli occhi. Il lampadario va da una parte all’altra del soffitto. Mamma urla di nuovo, o forse non ha mai smesso, apre la porta di casa, in pianerottolo altra gente grida spaventata. Di corsa giù per le scale così come siamo, tutti.

 

Sono le 21.00.12 quando l’Orcolat colpisce il Friuli e i territori circostanti. 6.5 della scala Richter. Epicentro (ma questo lo scopriamo molto dopo) Gemona del Friuli. A Treviso, Venezia, Padova, Verona, Vicenza, Belluno, Rovigo lo sentiamo tutti. Prima il boato sordo, poi la terra che trema.

 

Il Veneto è sceso in strada, nelle piazze, lontano dagli edifici. Le persone si guardano negli occhi, i cellulari e il teletrasporto sono roba da Star Trek. Per la definizione del protocollo TCP/IP e della parola “Internet” bisognerà aspettare altri sei anni. Resta la televisione. In bianco e nero. La Tv a colori, infatti, debutta definitivamente in Italia il 1° febbraio 1977.

 

Qualche coraggioso è rimasto dentro casa, e aggiorna gli altri dalla finestra. Terremoto. Friuli. Morti. Danni. Pericolo. In quella arrivano i miei nonni e i miei zii, che abitano qualche strada più in là. Nessuno vuole tornare dentro. Nessuno tranne papà, che arriva camminando tranquillamente come niente fosse, di ritorno a Mestre dal lavoro, a Padova. Dice che sul cavalcavia tremava tutto. Va di sopra a prendere le cose che ci servono, ma avvisa che lui ha intenzione di dormire nel suo letto, che il giorno dopo deve andare a lavorare.

 

E mentre ci si appresta a passare la notte in macchina, i più fortunati si organizzano. Noi andremo a dormire, per tre giorni, nella tenda da campeggio degli zii, nel campo dove di solito fanno la Festa dell’Unità.

 

Negli stessi istanti in cui si pensa alla propria incolumità ma anche al disastro a pochi chilometri da noi, a come poter aiutare, scatta la catena della solidarietà. Arrivano da tutte le parti. Più di mille scout da ogni città d’Italia. Studenti, lavoratori, forze dell’ordine, esercito, vigili del fuoco, Italiani, stranieri. Uniti nel pensiero silenzioso che non sia un altro Belice.

 

E non c’è proprio pericolo. Non hanno ancora piena coscienza di cosa sia un furlan, né fatto i conti con gli uomini e le donne del Nord Est: le lacrime dopo, adesso non c’è tempo. Chi può è già al lavoro, nella notte, il passaparola silenzioso è fasin di bessôi, facciamo da soli. Tutto deve tornare come prima, dove si può. Si raccolgono e numerano le pietre. Si deve far ripartire tutto il prima possibile, e meglio.

 

“Prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese”. Mons. Alfredo Battisti, arcivescovo di Udine, 12 maggio 1976

 

A Gemona, oggi, i portici e il Duomo sono gli stessi del 6 maggio 1976 prima della scossa: frantumati dall’Orcolat, sono stati ricostruiti con la tecnica di restauro dell’anastilosi, con la quale si rimettono insieme, elemento per elemento, i pezzi originali di una costruzione andata distrutta.

 

A oggi quella del Friuli resta l’unica ricostruzione completata in Italia.

 

6.05.1976, ore 21.00.12

Aree colpite: 5.500 chilometri quadrati – Popolazione colpita: 600mila abitanti – Morti: 990 – Sfollati: più di 100mila – Case distrutte: 18mila – Case danneggiate: 75mila – Danni al territorio: 4.500 miliardi di lire (oltre 18,5 miliardi di euro del 2010) Comuni coinvolti: 45 comuni “rasi al suolo” come Gemona, Venzone, Forgaria nel Friuli, Buia, Pinzano al Tagliamento, Monteaperta (frazione di Taipana) e Osoppo, 40 “gravemente danneggiati” e 52 “danneggiati”: tutti fra Udine e Pordenone, più tre soli comuni della provincia di Gorizia.

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