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3 dicembre 2018, Giornata Internazionale delle persone con disabilità

Si celebra oggi, 3 dicembre, in tutto il mondo, la Giornata internazionale delle persone con disabilità. La Redazione de Il Nuovo Terraglio pubblica una riflessione di Mario Paganessi, direttore di Fondazione Oltre il Labirinto, associazione

Si celebra oggi, 3 dicembre, in tutto il mondo, la Giornata internazionale delle persone con disabilità. La Redazione de Il Nuovo Terraglio pubblica una riflessione di Mario Paganessi, direttore di Fondazione Oltre il Labirinto, associazione di Treviso che dal 2009 si occupa di assistenza a ragazzi affetti da autismo e alle loro famiglie

 

“Il 3 dicembre, in tutto il mondo, verranno organizzate diverse manifestazioni ed iniziative per celebrare la Giornata internazionale delle persone con disabilità, proclamata nel 1992 dalla Risoluzione 47/3 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

 

Dopo 26 anni è ancora importante porre il focus sul progetto iniziale che prevedeva il “rafforzare le persone con disabilità e garantire l’inclusione e l’uguaglianza”, ponendo al centro della riflessione e dell’azione globale il potenziamento delle persone con disabilità, nell’ambito di uno sviluppo che sia inclusivo, equo e sostenibile, come previsto dall’Agenda 2030, che si pone l’obiettivo di “non lasciare nessuno indietro” (leave no one behind).

 

Questo anno si parla di resilienza, ovvero di quella capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità. È possibile? Qualcosa è cambiato? Persistono sacche di stigma e discriminazione verso i disabili? Siamo una società dove i governi, le persone con disabilità e le loro organizzazioni rappresentative, le istituzioni accademiche e il settore privato sono in grado di lavorare  come una “squadra” per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile?

 

Sono tutte domande semplici ma estremamente complicate per i perimetri che racchiudono a livello politico, geografico e di natura. 

 

Un’Europa a misura di disabile: ecco come l’Ue vuole garantire servizi accessibili per tutti.

 

In Europa circa 80 milioni di persone hanno un certo grado di disabilità. A causa dell’invecchiamento della popolazione si stima di arrivare a 120 milioni entro il 2020.

 

In Italia ci sono circa 4.360.000 di persone con disabilità, il 7,2% della popolazione italiana, la maggior parte dei quali ha più di 65 anni, con oltre 3 milioni di persone con gravi disabilità. Di queste solo un milione e centomila fruiscono di indennità di accompagnamento. Il 70% delle famiglie con persone con disabilità non fruisce di alcun servizio a domicilio. Meno di 7 disabili su 100 contano su forme di sostegno presso la propria abitazione. Ciò significa che nella maggior parte dei casi le famiglie gestiscono da sole ciò che i servizi non offrono, rinunciando a molto, spesso anche al lavoro. Meno di un disabile su cinque lavora. La spesa in protezione sociale per funzione disabilità in Italia è pari a 27,7 miliardi ovvero 1,7% del PIL contro la media europea che è di 2,1%.

 

Numeri, idee, proposte, paure, ostacoli, opportunità. Un calderone che rischia a volte di farci dimenticare la vera essenza, il vero obiettivo ovvero quello di garantire il diritto che ha ogni uomo e ogni donna disabile, in qualunque Paese del mondo, a una vita dignitosa garantendo di vedere riconosciuto il proprio desiderio e diritto di accoglienza e di autonomia.

 

In questo percorso ancora oggi gli ostacoli nascono dagli stessi attori; da un lato un legislatore e governatore incapace di gestire una progettualità avvalorante, condivisa e programmatica. Dall’altra un numero infinito di Enti autoreferenziali. Il 94,1% delle organizzazioni non profit italiane è stato costituito dopo il 1971 in risposta alla compressione delle funzioni svolte dallo Stato, raccogliendo l’eredità solidaristica dello Stato stesso. Interessante l’analisi di Giovanni Moro, sociologo, nel suo Contro il non profit (Laterza, 2014) ci racconta come è andata a finire. È successo che il terzo settore dell’economia, approfittando dell’alone di benemerenza che vi aleggia e del fatto che “non si spara sulla Croce Rossa”, si è strutturato in un magma economico che in tanti casi nulla ha a che vedere con l’interesse generale.

 

In varie parti del mondo esistono controlli a carico del non-profit ad esempio in UK troviamo la Charity Commission, in USA oltre all’equivalente inglese denominata Internal Revenue Service troviamo anche il Better Business Bureau che valuta le organizzazioni non-profit.

 

In Italia siamo ancora lontani e vediamo il prevalere di situazioni contrastanti ed illogiche, dove oltre al fiorire di Enti inutili da un punto di vista sociale, se non addirittura in contrasto con una missione non-profit, manca una vera rete progettuale in cui superare interessi di parte e poter essere attori di un cambiamento.

 

Purtroppo, ancora oggi, dobbiamo ripartire dal 1963 e da quanto espresso da John Fitzgerald Kennedy che dichiarava: “Se non siamo in grado di porre fine alle differenze, alla fine non possiamo aiutare a rendere il mondo sicuro di tollerare le diversità”.

 

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