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27 Settembre, in Etiopia si festeggia il “Meskel” (VIDEO)

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Prosegue la nuova rubrica “Arte, Cultura, Storia e Archeologia” curata da Carlo Franchini. Un viaggio alla scoperta delle bellezza, delle curiosità, del fascino dell’Italia e del mondo, di ieri e di oggi.

Testo, foto e video di Carlo Franchini

Guarda il video direttamente su YouTube.

“Il 17 ‘Meskerrem’ del calendario etiopico, corrispondente al 27 settembre del nostro calendario gregoriano, l’Etiopia festeggia il ‘Meskel’, o ‘Festa della Croce’ che è forse la festa più importante e simbolica dell’Etiopia cristiana. L’origine di questa festa deriva da antiche tradizioni che commemorano il ritrovamento della Croce di Cristo.

Si narra che la Croce di Cristo fu sepolta insieme a quelle dei due ladroni. Con il passare dei secoli sembrava che le croci fossero andate perdute per sempre. Nel 326 d.C. la madre di Costantino il Grande, Flavia Giulia Elena, decise di fare un pellegrinaggio a Gerusalemme per erigere, su richiesta del figlio, una chiesa sul luogo del patibolo di Gesù. Ma voleva essere certa di non sbagliare. Così si mise a cercare fino a che non ebbe, in sogno, una rivelazione: avrebbe dovuto accendere un grande falò e il fumo l’avrebbe condotta sul luogo del patibolo dove era sepolta la croce di Cristo. Così ordinò al popolo di Gerusalemme di costruire una grande pira di legna. Una volta accesa, Elena fece cospargere dell’incenso sul fuoco. A quel punto si innalzò una grande colonna di fumo verso il cielo per poi ricadere nel luogo esatto in cui Elena rinvenne, sepolta, la Croce di Gesù. E su quel luogo fece erigere la basilica costantiniana del Santo Sepolcro.

Gli imperatori d’Etiopia divenuti profondamente cristiani auspicavano di avere parte della croce. Un pezzo della stessa fu portato in Etiopia da Gerusalemme e custodito nel monastero di Gesen Maryam, sull’Amba Gesen, a nord-ovest della cittadina di Dessiè (a nord di Addis Abeba), tuttora meta di pellegrinaggio.

Ma il Meskel ha anche un altro significato importante: è il momento della rinascita. La festa coincide, infatti, con la fine della stagione delle grandi piogge, keremt, e l’inizio del nuovo raccolto, come fosse un nuovo anno. Le colline si adornano di margherite gialle che sbocciano in questo periodo e durano pochi giorni, chiamate ghelghel lemasqal, che, con il contrasto del verde dei campi di granoturco, offrono uno spettacolo meraviglioso; gli uccelli tessitori, chiamati masqal, in questo periodo cambiano il colore del piumaggio da giallo in rosso.

Affascinante è anche la leggenda relativa al legno che fu utilizzato per la croce di Cristo. Ci sono diverse varianti di questa storia, ma la base più accreditata dalla letteratura etiopica narra che mentre Alessandro il Grande volava verso il Paradiso sul dorso di un animale mezzo cavallo e mezzo aquila, dalla sua cavalcatura venne strappato via un tronco dell’albero della Vita identificato con un ficus, che poi cadde su Gerusalemme. Ci furono diversi tentativi di utilizzare questo legno per il tempio di Salomone, ma non ebbero successo. Il pezzo di legno venne, così, dimenticato, ma rivelò un potere soprannaturale guarendo una gamba della regina di Saba in visita a Salomone. Successivamente fu immerso nelle acque del fiume Giordano, dove continuava a compiere azioni prodigiose e fu per questo adornato di monete d’argento da Salomone e dalla regina di Saba, tradizione perpetuata dai successivi 28 regnanti. Durante la Passione di Cristo la trave fu usata per la Sua croce e le monete per pagare il traditore Giuda.

Le citta e i villaggi in tutto il paese da nord a sud sono in festa fin dalla vigilia. Tutti osservano un rigoroso digiuno. I giovani cantando e suonando dei tamburi che portano a tracolla si aggirano per le strade con una torcia realizzata con rami di euforbia secchi. Di tanto in tanto poggiano la fiaccola per terra affinché i passanti possano saltare tre volte sopra il fuoco in omaggio alla Santissima Trinità, ma anche con la speranza di un buon auspicio.

La mente vola a quando da bambini aspettavamo con ansia davanti al cancello delle nostre case i ragazzi che passavano con le torce, per potere anche noi saltare tre volte, sognando la realizzazione dei nostri desideri. Onestamente quando, anche oggi, ho la fortuna di essere lì per la ricorrenza, tre salti li faccio sempre…non si sa mai!

I villaggi sono illuminati dalla luce delle torce e delle lunghe candele gialle che molti fedeli tengono in mano accese. Questa festa richiama tanti credenti che in tutto il paese affrontano a piedi chilometri e chilometri dai villaggi più remoti per raggiungere quelli più grandi in cui ci sia una chiesa e si celebri la festa.  Poco prima dell’alba quando ancora le stelle brillano, a queste latitudini con luce sfavillante, regalando uno spettacolo unico della volta celeste e sembra di poterle toccare, ecco che uomini e donne cominciano a muoversi verso il luogo della cerimonia. Avvolti nei tradizionali abiti della festa, bianchi, candidi quelli degli uomini, bianchi ma inframezzati da croci colorate ricamate, quelli delle donne, sembrano dei fantasmi ed evocano una visione di altri tempi. Poi arrivano a mano a mano i preti vestiti con i tradizionali paramenti bianchi, la fascia rossa e un vistoso turbante, danzando al suono di trombe e tamburi con in una mano il tradizionale bastone per accompagnare la musica, (ma anche come supporto per riposare durante la lunghissima cerimonia) e nell’altra lo tzenatzel, il sistro, antico strumento musicale utilizzato anche dagli antichi egizi.

Tutti prendono posto intorno alla chiesa e all’interno la cerimonia religiosa ha inizio. Preti e diaconi che non officiano portano i grandi tradizionali ombrelli colorati.

La celebrazione dura qualche ora, poi tutti si spostano dove è stato allestito un grande damerà,una pira di tronchi secchi di euphorbia (dalla forma di un cono rovesciato). Preti e giovani diaconi girano intorno ballando al ritmo dei grandi tamburi che alcuni portano a tracolla, a cui fanno da sottofondo i canti religiosi. Poi arriva il grande momento. Il damerà viene acceso e tutti gli spettatori battono ritmicamente le mani e si animano. Il fuoco della pira, in memoria di quello acceso dalla regina Elena,si libra nell’aria e tutti attendono di vedere da quale parte cadrà per capire se i presagi sono di buon auspicio. In caso positivo ci sarà una vera esplosione di gioia.

In ogni caso la festa prosegue con dei grandi banchetti per tutti e si conclude solo a buio. Sarà allora che si osserveranno di nuovo file di persone, che con la loro candela in mano prenderanno la lunga via del ritorno ai loro villaggi illuminando la notte con tanti puntini luminosi che si allontanano.”

La breve rappresentazione del video e le fotografie riguardano la cerimonia del “Meskel” ripresa in due località lontane fra loro: a nord la città santa di Lalibela, Patrimonio Mondiale dell’Umanità per le sue straordinarie chiese monolitiche, e a sud il villaggio di Cencia.

Tratto da: “Le Chiese in Roccia d’Etiopia” Il racconto di un viaggio fra antiche culture, religiosità tradizioni ed arte, di Carlo Franchini (titolo provvisorio del nuovo progetto editoriale)

@tutti i diritti sono riservati.

www.caluma.it

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