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La campionessa europea di maratona, il talento emergente del mezzofondo azzurro e il 3° Trofeo Opitergium con 15 Paesi al via sono tra i motivi di richiamo del doppio evento che domani pomeriggio percorrerà le strade del centro storico della cittadina trevigiana   

 

Inizia il conto alla rovescia per il classico 1° maggio di corsa a Oderzo. Le strade della cittadina trevigiana si preparano ad ospitare, alle 9.45, le gare del Grand Prix Giovani, abbinate al nuovo campionato individuale Nord-Est e al memorial Massimo Tombacco, in ricordo di un grande amico della Nuova Atletica Tre Comuni, società organizzatrice dell’evento.

 

Poi, a partire dalle 15.30, il Trofeo Opitergium-European Road Race Under 20 vedrà ufficialmente al via ben 15 Paesi, con la stella azzurra Nadia Battocletti, e la 24^ Corsa internazionale Città Archeologica, la gara di livello assoluto, avrà come protagonista d’eccezione la bielorussa Volha Mazuronak, campionessa europea 2018 di maratona.

 

 

3°Trofeo Opitergium

Saranno quindici i Paesi protagonisti della terza edizione del Trofeo Opitergium – European Road Race Under 20. Oltre agli azzurrini, al via gli atleti di Armenia, Danimarca, Francia, Grecia, Inghilterra, Macedonia, Moldavia, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Spagna, Svezia Ucraina.

 

Le nazioni in lizza erano sette nel 2017 e dodici l’anno scorso: la crescita è esponenziale. Le donne gareggeranno sui 5 chilometri, gli uomini sulla distanza doppia. Nadia Battocletti, campionessa continentale under 20 di cross e miglior atleta europea ai recenti Mondiali di Aarhus, sarà la star della rassegna. Papà Giuliano nel 1998 è stato il terzo atleta, dopo il keniano Philemon Kipkering (1996) e Francesco Ingargiola (1997) a scrivere il proprio nome nell’albo d’oro della Corsa internazionale Oderzo Città Archeologica. Ma Nadia non ha bisogno di raccomandazioni: a Oderzo ha già corso negli ultimi due anni e in entrambe le occasioni è salita sul gradino più alto del podio nel Trofeo Opitergium. A 19 anni, compiuti da poco, la trentina delle Fiamme Azzurre (reduce dal 16’17”49 sui 5.000 di Milano) lo scorso dicembre si è laureata campionessa europea under 20 di cross. È stata 23^ ai Mondiali di corsa campestre di Aarhus, confermandosi, come nel 2017, miglior europea al traguardo nella gara giovanile. È stata anche la prima “millennial” a vincere una maglia tricolore assoluta: arriverà a Oderzo da campionessa italiana in carica dei 5000 metri, dopo il successo ottenuto a settembre del 2018 a Pescara.

 

L’Italia sarà rappresentata da nove atleti. Cinque uomini: Alain Cavagna (Atl. Valle Brembana), Marco Fontana Granotto (Expandia Atl. Insieme Verona), Francesco Guerra (RCF Roma Sud), Davide Rossi (As La Fratellanza 1874) ed Enrico Vecchi (Atl. Rodengo Saiano Mico). E quattro donne: oltre a Nadia Battocletti, Ludovica Cavalli (S.S. Trionfo Ligure), Elisa Ducoli (Us Quercia Trentingrana) e Angela Mattevi (Atl. Valle di Cembra), campionessa europea juniores 2018 di corsa in montagna, a sua volta reduce dai Mondiali di cross di Aarhus, dov’è giunta 32^, e quarta tra le europee, nella gara under 20.

 

 

24^ Corsa internazionale Città Archeologica: le donne

La gara femminile assoluta avrà una star d’eccezione nella bielorussa Volha Mazuronak, la campionessa europea 2018 di maratona. Lo scorso agosto, quando a Berlino vinse il titolo sui 42 chilometri (dopo il quinto posto dell’Olimpiade di Rio de Janeiro e un record personale portato a 2h23’54” nel 2016 a Londra), divenne suo malgrado una star di web e televisioni, perché corse la prima parte di gara con il volto trasformato in una maschera di sangue a causa di una copiosa epistassi. A Oderzo sarà l’atleta da battere. L’anno scorso, la corsa internazionale vide Giovanna Epis e la romena Roxana Birca protagoniste di una sfida che si decise solo agli ultimi metri: le due atlete saranno al via anche quest’anno. Giovanna Epis, 30enne veneziana dei Carabinieri, è di casa a Oderzo, dove correva già da ragazzina con la maglia della sua prima società, la Venezia Runners Atletica Murano, partecipando alle gare giovanili che da sempre accompagnano il cartellone delle prove internazionali. E’ reduce dall’ottima prova della maratona di Rotterdam, dove il 7 aprile è giunta sesta (e prima delle europee) in 2h29’11”, nuovo primato personale. Birca nel 2018 è giunta dodicesima agli Europei di Berlino nei 10.000 metri e a fine anno ha partecipato alla rassegna continentale di cross di Tilburg, piazzandosi 34^. Mazuronak, Birca ed Epis sono tre candidature pesanti per la vittoria. La quarta potrebbe essere rappresentata dall’ucraina di Roma,Sofiia Yaremchuk, settima in marzo alla RomaOstia, dove ha portato il record personale sulla mezza maratona a 1h11’17”. Da non dimenticare, poi, due aggiunte dell’ultima ora: Isabel Mattuzzi, campionessa italiana e finalista continentale 2018 nei 3000 siepi, e Yusneysi Santiusti, semifinalista olimpica negli 800 a Rio de Janeiro, già quinta a Oderzo l’anno scorso. Entrambe, insieme alla tricolore 2018 di cross, Martina Merlo, hanno le carte in regola per essere protagoniste sino in fondo.

 

 

24^ Corsa internazionale Città Archeologica: gli uomini

Si cerca l’erede dell’ex primatista europeo di maratona Sondre Nordstad Moen, grande protagonista a Oderzo nel 2018. Sul fronte italiano, due novità dell’ultima ora: Marco Najibe Salami, primo all’ombra del Torresin nel 2017 e quarto l’anno scorso, e Nekagenet Crippa, azzurro agli Europei di cross 2018. Da seguire anche Lorenzo Dini, terzo a Oderzo l’anno scorso, Yassin Bouih, finalista nei 3000 metri ai Mondiali indoor del 2018, Giuseppe Gerratana e il maratoneta Francesco Bona. Tra gli stranieri occhio soprattutto al campione irlandese di cross, Kevin Dooney, reduce dai Mondiali della specialità, e all’esperto svedese d’origine somala, Mustafa Mohamed, tre volte sul podio ai Campionati Europei di cross (sino all’argento del 2007), finalista olimpico dei 3000 siepi a Pechino 2008 e nelle ultime stagioni brillante anche su strada (lo scorso febbraio 1h03’02” nella mezza maratona a Barcellona). Pronto a vestire i panni dell’outsider, il diciannovenne romenoAdrian Garcea, reduce dai Mondiali di cross di Aarhus, campione nazionale indoor 2019 nei 3000 metri, ma soprattutto vincitore dell’edizione 2019 del Trofeo Opitergium.

 

 

Dove seguire le gare in TV

Il pomeriggio di gare a Oderzo sarà seguito in diretta streaming su Raisport.rai.it dalle 15.20 alle 19.20. Dalle 17.00 alle 17.30 è prevista una differita su Rai Sport della gara femminile under 20.

Il 2 maggio differita su Rai Sport dalle 14.15 alle 16.15.

Il 3 maggio sintesi su Rai Sport dalle 20.33 alle 21.30.

Continuano gli eventi delle “Città in Festa”, il ricco programma che coinvolge, con svariate iniziative, Venezia, le isole e la terraferma.

 

Questi gli eventi di domani, mercoledì 1° maggio:

 

MESTRE CARPENEDO
– Picnic cittadino – pannistesi a Forte Marghera

CHIRIGNAGO ZELARINO
“Marcia della tartaruga”, corsa camminata evento sportivo all’interno di Maggio Gazzarese, a cura di NOI Gazzera.

 

Foto credit: FB @NoiGazzera

Domani, mercoledì 1° maggio, Europa Verde allestisce in Piazza Ferretto a Mestre (Ve) dalle ore 15.30 un gazebo.

 

Verranno presentate le proposte per cambiare l’Europa e iniziative come l’evento #OndaVerde, in programma a Venezia domenica 19 maggio; ci sarà insieme ai portavoce del territorio anche la candidata veneziana alle europee Eugenia Fortuni.

 

La stagione in pista entra nel vivo e il Gruppo Atletico Aristide Coin Venezia 1949 si prepara a recitare un ruolo da protagonista. L’ultimo weekend ha offerto gli exploit delle astiste Elisa Molinarolo ed Elena Bisotto.

 

La Molinarolo si è migliorata di 1 centimetro, saltando 4.26 nella competizione che a Bovolone (Verona) ha accompagnato i campionati regionali di prove multiple. Elisa, che al coperto ha già saltato 4.35, aveva un primato outdoor di 4.25, realizzato nell’estate del 2017 in occasione della vittoria ai campionati italiani assoluti di Trieste.

 

Mentre la Molinarolo dava slancio alla nuova annata, oltreoceano si è messa in luce la giovane Elena Bisotto che, in gara con i colori della Missouri Southern State University, ha saltato 3.98 a Pittsburgh, piazzandosi terza nel Wendy’s Tune Up.  La 21enne del Gruppo Atletico Coin ha aggiunto 10 centimetri al personale, realizzando una misura di valore per un’atleta che ancora appartiene alla categoria promesse. Ora il prossimo obiettivo, per Elena, diventano inevitabilmente i 4 metri.

 

A Bovolone, nel campionato regionale di prove multiple, bella prestazione di Lorenzo Verrati; argento tra le promesse (e quarto veneto assoluto) al primo decathlon della carriera. Per lui, 4.992 punti (11”53 nei 100, 6.09 nel lungo, 9.22 nel peso, 1.69 nell’alto, 52”84 nei 400, 19”08 nei 110 ostacoli, 30.79 nel disco, 3.30 nell’asta, 33.46 nel giavellotto, 5’53”19 nei 1500).

 

Giovani protagonisti, infine, nel 17° Trofeo Sipe, andato in scena a Scorzè. L’allievo Thomas D’Este ha vinto i 3000 a livello assoluto in 9’04”31, standard di partecipazione per i campionati italiani di categoria. Gradino più alto del podio, poi, per Giulia Raimondi (1.40 nell’alto ragazze), Alvise Tomassini (52.45 nel vortex ragazzi), Beatrice D’Este (12’16”61 nei 2 chilometri di marcia ragazze), Anna Raimondi (34.63 nel giavellotto cadette) e Riccardo Andriolo (40.39 nel giavellotto cadetti).

Fabrizio de Andrè, Luigi Tenco, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Adriano Celentano, Lucio Dalla… tutti noi conosciamo i loro nomi. C’è un nome, invece, che sebbene tutti loro conoscano, ai più è rimasto sconosciuto: Gian Franco Reverberi.

 

Sono riuscita a mettermi in contatto con Gian Franco attraverso una conoscenza in comune e in breve tempo abbiamo fissato una data per l’intervista. Per questo, in una di quelle tipiche giornate di sole romane incastonate nel blu, il compositore e musicista genovese mi accoglie nella sua casa, pur essendo afflitto da una tremenda bronchite. Ci accomodiamo; il clima pungente mi fa preoccupare sulle conseguenze che potrebbe avere sul suo stato di salute. Lui non sembra farci caso. Gian Franco è caloroso e genuino, e con i suoi pantaloncini color kaki e i baffi spruzzati di bianco, a prima vista potrebbe dare l’idea di essere un pensionato qualunque, ma l’effetto dura poco. Basta guardarsi attorno, nel suo reame, per realizzare che quest’uomo non è come tutti gli altri. Nell’anticamera, prima del suo studio di registrazione, c’è la stampa di una fotografia in bianco e nero che lo ritrae nei suoi tardi vent’anni, sempre con gli stessi baffi -in questo caso neri-, insieme a degli amici intimi. Da sinistra a destra: Giorgio Gaber, Gian Franco Reverberi, Pallino Tomelleri, Luigi Tenco e Rolando Ceragioli. La foto venne scattata al Santa Tecla, un club di Milano, dove si trovano a suonare quella sera, dando inizio a un complesso che formeranno in seguito sotto il nome “I Cavalieri”. Per guadagnare qualche lira e partecipare alle feste studentesche, formarono anche un gruppo che accompagnava il cantante. La formazione era composta da Enzo Jannacci, Giorgio Gaber, Pallino Tomelleri, Nando de Luca, Luigi Tenco e Gian Franco. Il cantante era Il ragazzo della via Gluck, Adriano Celentano. Nella foto portano tutti e cinque la stessa camicia bianca e pantaloni della stessa fattura, e se ognuno mostra tra le mani uno strumento musicale, sulla faccia ognuno v’ha un’espressione diversa.

 

Quando accendo il registratore Gian Franco si innervosisce visibilmente. Anche se è evidente che si sente a disagio, non mi chiede di spegnerlo. Per cui, iniziamo. Insieme a suo fratello Gian Piero (il celebrato arrangiatore di Fabrizio de Andrè, Mina e Lucio Battisti, nonché geniale inventore del Rondò Veneziano), Gian Franco fece parte dei fondatori della rinomata Scuola Genovese. Tale scuola fu il movimento culturale e artistico sviluppatosi e radicatosi, a partire anni sessanta dello scorso secolo nel capoluogo ligure e prevalentemente legato alla canzone d’autore italiana. C’è una ragione se fu proprio questa città abbarbicata sui monti a diventare in quegli anni la culla della rivoluzione musicale dello stivale. Genova, che nella sua larga storia non ha mai avuto posto per pascolare il bestiame, per coltivare i campi o sfuggire alle invasioni straniere e dove non s’incontravano lagune romantiche, non v’erano grandi opere, e nemmeno c’è stata una nascita del rinascimento, ha ricevuto un altro grande dono. C’è sempre stato il mare da navigare e dominare, dove liberare le galee che venivano fabbricate in città. Il mercanteggiare, o la pirateria, a seconda della prospettiva, non aveva sempre nobili intenti, ma era fatto con spietata determinazione. E ancora più importante, il Mar Ligure è sempre stato il veicolo per una consistente comunicazione interculturale attraverso il commercio. Gian Franco corrobora tale teoria delucidandomi ancor di più su come la motivazione per cui gran parte della musica post-guerra fiorì proprio a Genova è di tipo geografico. La capitale della Liguria, come d’altronde Napoli, era all’avanguardia in fatto di musica proprio in virtù di essere fronte mare. Grazie all’oceano, entrambi questi porti erano collegati all’America più di quanto lo fossero altre città italiane. E se la città campana, con la sua radicata e forte tradizionale musicale, fece fatica ad assorbire l’influenza oltreoceano prima dello sbarco degli americani, Genova assimilò quel ritmo già in tempo di guerra. Durante le ostilità i marinai statunitensi che sbarcavano in Liguria smerciavano di contrabbando dischi allora proibiti dal fascismo. I musicisti genovesi erano allora costretti a radunarsi in cantine insonorizzate per ascoltare di nascosto note proibite, con la paura che i vicini li denunciassero per oltraggio alla patria. Un’incisiva influenza sull’esecuzione della musica genovese venne anche dalla vicinanza con la Francia e l’attinenza con i poeti francesi. La musica americana, impastata insieme alla poesia francese, sarebbe diventata la ricetta ideale per far lievitare il successo dei cantautori italiani. Parte del merito per la diffusione di queste melodie va dato a un marchingegno tecnologico che ci fu regalato dal nuovo continente: il juke box. Fu una rivoluzione sotto forma di rock and roll e blues. Prima della sua introduzione c’era solo la radio a dettare l’avanguardia, smorzata dall’uso dei soliti noti strumenti musicali e da solfe delicate. Nemmeno a loro piaceva la musica del loro tempo, troppo tradizionale, troppo antiquata, anche se alcune cose erano bellissime. Loro ascoltavano jazz. Erano orientati a un altro tipo di musica da quello offerto. Si trovarono improvvisamente nel vortice di un rinnovamento, ed erano preparati perché desideravo ardentemente che accadesse.

 

 

Un ulteriore vantaggio che alimentò a creare quest’irripetibile era musicale era che nessuno dei futuri cantautori sognava di dedicarsi completamente a una carriera nella musica, c’era piuttosto chi pensava di fare l’ingegnere, o chi si era dedicato alla chirurgia, come Enzo Jannaci. La circostanza per la quale nessuno facesse musica per sopravvivere fece in modo che ciascuno di questi artisti suonò il tipo di musica che gli piaceva di più, senza doversi mai conformare al gusto della massa. Non doverci guadagnarci sopra era una liberazione dalla bramosia per il successo e il denaro. Il privilegio di comporre senza sottomettersi alla moda contribuì a creare forti personalità. In più, si possedeva la tecnica. Il potenziamento tecnologico degli ultimi decenni ha avuto, secondo Gian Franco, la propensione a contribuire a un’ignoranza della sapienza tecnica. La parola qui – in greco τέχνη – assume il significato che aveva per i Greci, ossia la capacità pratica di operare per raggiungere un dato fine, in quanto basata sulla conoscenza e esperienza del modo in cui è possibile raggiungerlo. Il termine di τέχνη, nella sua latitudine di significato, viene con ciò a corrispondere a quello latino di ars. I diretti eredi semantici di ars nel mondo moderno (come ad esempio arte, art, Kunst) sono sempre maggiormente volti a significare l’esperienza artistica nel suo più proprio valore estetico. Nel concetto di “tecnica” viene infatti a riversarsi quanto nell’antica τέχνη e ars dell’artista era propriamente pratico-strumentale, e insieme basato su esperienza conoscitiva e non su immediata ispirazione e genialità. Questo accade perché se prima per fare musica bisognava impadronirsi delle arti e della manualità degli strumenti, ora per compiere lo stesso procedimento basta possedere un computer. Sebbene anche lui si sia adattato ai tempi correnti, assicura di essere ancora in grado di riempire i buchi lasciati da una macchina. Se la tecnologia non sa fare quello che le si chiede, se lo fa da solo. E ammette: “Certo, la macchina sa creare qualcosa tecnicamente migliore di quello che possono essere capaci le nostre mani, ma per un musicista la problematica è che può farlo per chiunque”. Se si fa musica con le proprie mani, invece, si produce il solo esemplare. Tecnicamente peggiore, sicuramente, ma irrimediabilmente originale. Non si aveva grandi attrezzature, in parte perché molte ancora non erano state inventate. Talvolta l’unica camera riflettente che si aveva a disposizione per produrre l’eco era il gabinetto, e se lo si voleva più lungo bisogna tirare su il coperchio della tazza. Quando si registrava nessuno poteva usufruire dei servizi. Per ogni tecnologia mancante, esistevano almeno cento espedienti. Per essere musicista bisogna studiare seriamente. Per queste ragioni, concordiamo, ultimamente sembra di ascoltare per via radiofonica sempre le stesse melodie. Se i cantautori si distruggevano nella finalità di essere per forza unici, oggigiorno non è una priorità. La tendenza è invece quella di prendere della note già orecchiate di un pezzo famoso, unirle a quelle di un altro e un altro ancora e farne un collage. Con il ritmo che rimbomba nella testa della gente inconsapevole, è probabile che la canzone venda. Almeno per una settimana. Più che incolpare gli ascoltatori, i mezzi di comunicazione come la radio sono i veri responsabili. Anziché puntare all’individualità e alla qualità, preferiscono trasmettere qualcosa di orecchiabile. Cosicché, pur avendo il potere di avere a disposizione praticamente tutta la musica del mondo, e dunque la facoltà di poter ascoltare tutto, si finisce per non ascoltare niente: le melodie finiscono per mescolarsi nello stesso calderone.

 

Non c’è da stupirsi con il cambiamento finanziario nel panorama della musica. Con i dischi non si guadagna più. La musica ormai si espande e rimbalza solo su internet. Come dimostra la tirata di Thom Yorke e Nigel Godrich contro Spotify e annessa decisione di cancellare dal servizio di streaming i dischi di “Atoms for Peace” e dello stesso Thom Yorke solista. Spotify fa guadagnare una miseria agli artisti e questo blocca il possibile sviluppo di nuova musica, nonostante il servizio di streaming versi circa il 70% dei suoi guadagni in diritti pagati alle case discografiche, che equivale a una media, per ogni artista, cha va dai 0.006 dollari ai 0.0084 dollari per ascolto. Se prima di internet c’era abbastanza torta da poter essere sparita tra il cantante, il compositore, il paroliere, il tecnico, quello che si occupava dell’ufficio stampa, insomma una intera équipe intenta a fabbricare e modellare un dettagliato prodotto, oggi il guadagno basta a malapena per l’artista. Il resto se lo mangia la piattaforma che trasmette. Se il prodotto aveva successo, dava da mangiare a tutti: la collaborazione portava a grandi risultati. Ora un cantante deve fare il cantante, ma anche il compositore, l’arrangiatore, il paroliere, il tecnico e alla fine magari, investirci da solo. Non sono certo dei nuovi assi a mancare, quanto la possibilità di supportare il loro talento. Il tempo è un altro fattore incisivo. L’economia non risparmia Euterpe. Se in passato la bella musa si poteva permettere di camminare a piedi scalzi e bere un bicchiere di vino prima di ispirare i fortunati, oggi anche lei indossa un tailleur e dei tacchi e corre tutto il giorno con il telefonino all’orecchio, intrappolata nella trappola del capitalismo. Come avesse anticipato questa visione, mi risuonano nelle orecchie le strofe di Se ti tagliassero a pezzetti di Fabrizio De Andrè “presa in trappola da un tailleur grigio fumo, i giornali in una mano e nell’altra il tuo destino, camminavi fianco a fianco al tuo assassino”. Potendo dare un nome a quell’assassino, lo chiamerei “rapidità”. È questo l’argomento principe di cui mi interessa discutere con Gian Franco: cos’è successo alla musica italiana? Con tutto rispetto per i nuovi artisti, perché non si intende fare di tutta l’erba un fascio, è improbabile che le canzoni moderne sboccino in classici. Invece di produrre elefanti musicali, produciamo farfalle. Quest’ultime nascono, vivono e muoiono rapidamente. Per questa ragione alla radio è più comune ascoltare ancora Cara di Lucio Dalla che un qualsiasi brano uscito solo l’anno scorso.

 

Questa situazione mi ricorda Italo Calvino quando precisa, nel suo saggio Lezioni americane, una differenza acuta sulla parola “leggerezza” nella letteratura, che può anche venire applicata alla musica: esiste una leggerezza della pensosità, così come esiste una leggerezza della frivolezza; e ancora, la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca. Il tema è così scottante, o forse talmente evidente, che quest’anno il premio Oscar alla miglior canzone originale è andata a Shallow di Lady Gaga, in cui rimbombano languidamente le parole “dimmi qualcosa ragazza, sei felice in questo mondo moderno? Oppure hai bisogno di qualcosa altro? C’è qualcos’altro che stai cercando?”. Il solo titolo porta il significato di “superficie”; in sintesi, i cantanti sono stufi di un mondo superficiale e vogliono lasciarsi cadere nelle profondità delle loro emozioni. Contrariamente ai cantautori degli anni Sessanta e Settanta. Esternamente, mi racconta Gian Franco, ci si destreggiava per apparire musicisti maledetti, ma poi, internamente, non si poteva fare a meno di essere dei commedianti. La propensione si è inserita nella corrente contraria, come pesci che nuotano verso la montagna e si allontanano dal mare. I cantanti danno l’impressione di portarsi addosso una grande tristezza interna che, quando emerge, indossa una maschera allegra. “Sebbene si volesse essere quel tipo di cantante dannato, alla fine non c’era mai la tristezza, veniva sempre fuori qualcosa di ridente”, ricorda. Senso dell’umorismo e ironia sono riconosciuti come tratti tipici dei liguri. Tanto che si vocifera che quando gli inglesi sono venuti a Genova, loro hanno insegnato agli italiani il gioco del calcio e in cambio i liguri hanno insegnato loro l’umorismo inglese. Per questo, sostiene lui, in tutte le opere dei cantautori, anche le più drammatiche, c’è sempre stato un lato ironico, nonostante fosse l’epoca di James Dean e si faceva a gara per giocare agli introversi, principalmente per piacere alle ragazzine. Cantare non era certo facile nemmeno a quei tempi, eppure v’alleggiava una grande allegria post-guerra. Gian Franco ammette che sono stati fortunati: si sono trovati al momento giusto, nel posto giusto. E aggiunge che un periodo come quello degli anni sessanta e anni settanta non verrà mai più: i cantautori furono i prodotti della loro epoca. Un’approccio che ricorda quello della “scuola storica”, di cui faceva parte Wilhelm Dilthey, in cui si crede che le culture, le istituzioni, le visioni umane non sono eterne, ma costituiscono il prodotto della coscienza collocata in un determinato contesto storico. Oltre alla fortuna, l’altro ingrediente essenziale è la passione. Gian Franco mi confida di come suo padre lo spinse a cercarsi un lavoro serio una volta diplomato. Per accontentarlo, lavorò per un’azienda come venditore per ben tre mesi. Il primo mese fece un bel po’ di grana. Già dal secondo mese, però, riprese a andare alla Piccola Baita con Giorgio Gaber e Luigi Tenco per mettere su una specie di piano bar. Ghigna ancora, tornando al ricordo dei tentativi dell’uomo che abitava al piano di sopra per chiamare la questura per gli schiamazzi fino a tarda notte, al fine di lamentarsene. Peccato che il numero che gli avevano dato era quello del locale, e non dei carabinieri. Quando telefonava, regolarmente, si udiva il proprietario chiedere loro “Ragazzi, non si può fare un po’ più piano?”, e sempre si sentiva rispondere “No, ci spiace”, seguito da un “Ah, pazienza”. Morale della favola: il terzo mese sbottò con suo padre, dichiarando che avrebbe preferito vivere sotto i ponti con la musica piuttosto che diventare ricco facendo l’imprenditore. La risposta, forse, vi suonerà familiare: “La vita è la tua. Fai quello che ti pare”; ma dopo questo breve scontro il padre fu sempre di sostegno, a lui, e anche a suo fratello, nella loro carriera. Del resto, anche il loro babbo era un appassionato di musica. Quando tornava a casa dal lavoro, ancor prima di mettersi a tavola, usava sedersi al piano e suonare un pezzo, malissimo. Solo dopo si riunivano per mangiare un piatto di pasta.

 

 

In sintesi, Gian Franco chiama la sua vita un trionfo. Pur con i suoi momenti tristi, in particolare quello che lo ha segnato di più, ossia la perdita del suo amato amico Luigi Tenco. Quando gli dicono che Tenco era triste, gli viene in mente la brillante risposta che ha Bruno Lauzi ha dato a un giornalista che gli chiese perché tutte le canzoni che scriveva erano lacrimevoli: “Perché quando sono felice esco”. La sua relazione con il cantante, in seguito alla sua morte, si potrebbe nominare quasi “paranormale”. Quando accade Gianfranco abitava con sua moglie e la loro bambina di due anni in una favolosa casa sopra Monte Mario. Era un idilliaco luogo isolato in mezzo al verde. Gian Franco, essendo nato dentro il Museo Civico di Storia Naturale di Genova, predica sicuro di non aver avere mai avuto paura di niente. All’età di cinque anni i suoi compagni di giochi si risolvevano essere feti, scheletri, animali feroci imbalsamati e tutte quelle peculiarità che lo circondavano nella pinacoteca. Pur con il suo cuor di leone, dopo la tragica serata al Festival di Sanremo del 1967, diventò ansioso, e tutte le sere, come rientrava, controllava se le porte fossero chiuse anche tre o quattro volte, ispezionando ogni angolo. Aveva la semplice percezione di non essere solo.

 

E tutte le notti, era lo stesso sogno: il suo caro compagno appena mancato veniva a fargli visita e si chiacchierava fino all’albeggiare. Durò così per almeno sei mesi. parlavano, scherzavano e poi, cantavano. Qualche volta Tenco gli dava ragione, altre volte lo prendeva in giro, come era solito fare in vita. Nel frattempo, durante le sue giornate Gian Franco doveva sbrigarsela con i suoi problemi finanziari alla R.C.A. Anche se produceva Lucio Dalla, non si vendevano i suoi dischi, e lui finiva per pagare tutto. Fino a che una notte, sconsolato, confidò a Tenco che non aveva più idea di che cosa fare per poter rimediare ai suoi debiti. Era rovinato. L’amico lo rassicurò, dicendogli che presto avrebbe risolto tutto. Proferendosi, gli diede una gomitata sulla nuca. Gian Franco ancora rammenta come percepì fisicamente quel colpo. Fu questa l’ultima notte che Tenco approdò nella sua visione onirica. Un mese dopo La prima cosa bella fece 1.750.000.000 copie, che gli permisero finalmente di pagare i debiti e pure godersi un po’ di lusso. Durante quelle nottate con Tenco non citarono mai la sua morte, che rimane ancora un mistero, anche se ormai dichiarato suicido. Gian Franco ha ancora nella mente lo scenario di quella tremenda notte a Sanremo quando entrò nella camera dell’amico, e ne vide il cadavere. L’immagine che gli si presentò era scioccante e amara: sotto la sua camicia aperta notò la “famosa maglietta di lana” tanto raccomandata dalla mamma, per la quale spesso avevano bonariamente riso di lui, e gli prese un nodo alla gola pensando che lei non era ancora a conoscenza della perdita del figlio. Anche se non era più tormentato da questi incontri notturni alla fine decise di cambiare casa. Traslocò nel centro della capitala romana, e funzionò. Ogni tanto, ancora a questi giorni, gli capita di sognarlo.

 

Mi viene spontaneo chiedergli se non gli abbia mai dato fastidio non diventare famoso come alcuni dei suoi compagni. Risoluto, nega ogni invidia. Se lo avesse desiderato, la fama sarebbe stata a portata di mano. Come ad esempio quando Luigi Tenco scrisse Quando con l’intento che fosse Gian Franco a cantare, ma non sono mai riusciti a convincerlo. Il suo motto è: “I cantanti muoiono, i produttori rimangono”. Per questo ha sempre preferito mandare avanti gli altri sul palcoscenico. Non a torto, dato che lui è ancora qui, a dirigere dietro le quinte. Da bambino prodigio fino a dei salutari ottantacinque anni, è ancora immerso nei suoi progetti. Non ha mai smesso di fargli piacere aiutare gli altri, far raggiungere loro la cima quando racchiudono tra le mani qualcosa che valga la pena. Semplicemente, lo entusiasma. Certe volte il suo ardore lo ha portato alla deriva, come quando lavorava al R.C.A. e investiva su Lucio Dalla e Nicola di Bari, che erano buoni a vendere nemmeno una copia. Solo lui credeva in loro. “Sono brutti e alle ragazzine non piacciono!”, gli ripeteva l’addetto vendite, “In più Lucio ha la voce del vecchietto del West”. Non certo una bugia. Gian Franco riconobbe solo che era un jazzista formidabile. Gli domando come se la cavava a riconoscere il talento in questi artisti emergenti. “Il talento è chiunque riesca a darmi un emozione. Se non accade, è magari un buon professionista, ma non talentoso”. In molti gli hanno portato i propri figli per indagare se avevano propensione alla musica. Pensa di avere il pregio di essere sincero, per questo spesso era costretto a proferire “Se non ha talento, no, non glielo faccia fare, piuttosto qualsiasi altra cosa, altrimenti sarà un infelice per tutta la vita, mentre potrebbe diventare un talento in un altra disciplina, anche fosse il migliore degli elettricisti. Perché tutti abbiamo un dono. Tutti abbiamo qualcosa più di un altro, bisogna solo capire in quale settore”. È convinto di avere risparmiato a molti un gran tormento. Magari si sono dedicati a qualcosa che piaceva loro di meno ma in cui erano davvero bravi. Mi interessa sapere se gli è mai capitato che qualcuno a cui aveva detto “no” diventasse famoso. Che ne sa lui, dice che non è accaduto, e aggiunge che se lui si può sbagliare, suo fratello mai. Quando ha dei dubbi e non vuole chiedergli esplicitamente una mano, gli fa sentire il pezzo su cui sa di dover lavorare e esulta con un “senti che bella”, solo per sentirsi rispondere “fa schifo, e ti spiego anche perché!”.

 

Certi lavori che lo annoiano, li rifiuta. “Mi sono divertito tutta la vita, non vedo perché devo cominciare a lavorare ora”. Oggi è tornato al suo primo amore, i musical. Il principio è che “se non c’è Ziefield non si possono fare, non si possono mandare in scena”. Il successo ormai c’è stato, e se non viene più, sarà per i suoi nipoti. I figli si sono dedicati a tutt’altro. È tipico dei Reverberi, anche se hanno sempre creato qualcosa che potesse essere sicuro per i loro figli. Il sogno è sempre stato “Ditta Reverberi & figli”, ma ci fosse stato uno che seguisse le orme del padre. Forse è meglio così, non è facile mettere il piede nella stessa impronta. Contando anche che quando lui viveva a Milano la Ricordi era nel suo momento di gloria. Ora non esiste più, quel che ne resta è mezza cinese e mezza americana. Gian Franco racconta di cosa provava ogni mattina quando andava allo studio di registrazione, e saliva su questo scalone enorme, e all’ingresso v’era un’austera statua di Verdi che ti fissava e ti faceva sentire importante. Gli uffici, ora, sono tutti in cristallo, le pareti hanno lo stesso colore spento, “Ho alzato la testa e c’era Giuseppe Verdi che appariva triste. Ci sono rimasto male”. Quando Nanni Ricordi se ne è andato, i maggiori azionisti soprannominati “Gli scarpai di Varese”, a cui non importava granché della cultura, lo sostituirono con uno di loro. A poco a poco, se ne sono andarono via tutti. Quando Gian Franco produceva alla Ricordi, il vice direttore, Franco Crepax, si comportava da filtro. Gian Franco proponeva nuove idee a lui, che le sottoponeva a Nanni, che si esaltava e le portava avanti. Con un filtro pulito tra gli artisti e la direzione, i successi accadevano facilmente. L’ambiente era molto bello. Quando Gian Franco si coricava per dormire alla sera, non vedeva l’ora di svegliarsi per andare a lavorare. In seguito seguì Franco Crepax come direttore artistico quando questo si trasferì alla CGD. Presto scoprirono che non era lo stesso. Là si sentiva a disagio a proporre le proprie canzoni ai cantanti. Poi Gino Paoli, che lui aveva portato alla Ricordi, lo convinse a spostarsi al RCA e tentare la sorte come produttori indipendenti, “In questo momento è quella che sta vendendo di più”. Da poco sposati, è partito con sua moglie. Insieme a Gino Paoli iniziò a produrre Lucio Dalla. Per i troppi impegni del socio la società si sciolse e lui rimase solo a seguirlo. Di Dalla, gli sovviene che era geniale in tutto, compresa l’arte della bugia, improvvisava continuamente e aveva un gusto sadico e molto raffinato. Nonostante facesse molte serate, non riusciva a sfondare. Pur curando i dischi in tutti i particolari, non c’era verso di farli passare né alla radio, né alla televisione. Solo molto tempo dopo Gian Franco venne a sapere che durante un provino televisivo, allora indispensabile per poter apparire in video, il suo protetto aveva fatto una pernacchia alla commissione, decretando così il suo bando nazionale. Se glielo avesse accennato, forse avrebbero potuto riderci insieme, ma non essendone a conoscenza i tentativi furono uno spreco di sforzi. Finché non arrivò l’edizione di Sanremo del 1966. Con la necessità di farlo notare, si inventarono qualcosa di spettacolare, che l’organizzatore di allora Gianni Ravera bocciò. L’idea era troppo all’avanguardia. La soluzione di ripiego fu Paff…Bum, un brano che Gian Franco scrisse in un’ora, divertendosi. E venne il successo…“all’improvviso”. Lo interrogo se tra i suoi 1456 pezzi registrati, c’è ne uno che gli sta più a cuore di tutte. E mi sento rispondere, “È sempre l’ultima quella mi sembra la migliore. Faccio la canzone, la registro, la metto da parte e la riascolto dopo tre mesi. Se dopo tre mesi mi piace ancora vuol dire che era bella, se non mi piace più vuol dire che era l’euforia del momento”. Quando gli domando quale crede fosse la chiave del successo per ottenere un buon pezzo, mi dà la risposta senza soffermarsi a pensare: “non c’erano SMS, si comunicava davvero”. Questo tipo di comunicazione interpersonale aiutò tutti loro musicisti a capire come si scrivevano i testi. Ognuno componeva per proprio conto ma poi si collaborava, come per gioco. “Come i cani, ci si annusava per vedere se ci si piaceva l’un l’altro”, prima di saldare un’amicizia. Le persone si incontrano, si annusano e infine si scelgono, secondo Gian Franco. Come Michele, nome d’arte per Gianfranco Maisano, che gli introdusse Nicola di Bari. Quando Nicola cominciò a esibirsi era tutto vestito di nero dalla testa ai piedi, con una cicatrice che cercava di coprire con un lungo ciuffo, e con tanto di occhiali neri. Prima di tutto, lo spinsero a passare a degli occhiali trasparenti, e finirono per rifargli l’intero guardaroba. Il produttore allora aveva anche questo compito. Cominciarono facendogli cantare un repertorio nobile, anche se non avrebbero venduto, solo per far notare questo cantautore che canticchiava bene su belle canzoni. Ne valse la pena: fu Nicola a sfondare a Sanremo con La prima cosa bella. Queste dolci parole “La prima cosa bella che ho avuto dalla vita è il tuo sorriso giovane, sei tu” fecero loro guadagnare il secondo posto e poi un record di 1.750.000.000 copie vendute. Se non c’era Luigi Tenco a dargli una gomitata, mi confida Gian Franco, forse non si sarebbe nemmeno preso la briga di andare a Sanremo.

 

Il Festival di Sanremo era inizialmente condotto nel Salone delle Feste, che contribuiva a creare un’atmosfera dionisiaca. Tra una prova e l’altra era s’uso giocare, d’altronde il Festival stesso nacque proprio per rilanciare il casinò. Alle prime edizioni c’erano soltanto le sedie del ristorante, con annesso un Casinò. Ogni anno otteneva sempre giù attenzione, fino a che i pezzi diffusi a Sanremo non solo andavano in voga, ma determinavano l’ascesa o meno di una canzone. Più che una rassegna della canzone, Sanremo è ora uno spettacolo del sabato sera che dura per una settimana e dove la musica sembra essere assolutamente marginale. Sapreste essere in grado di citare quali sono i brani che hanno vinto a Sanremo negli ultimi dieci anni? Però Volare (che ottenne il primo posto nel 1958) se lo ricordano tutti. Perché fare uno spettacolo sulla musica quando la musica non si vende più? Perché anche se non ci si fa più soldi, è indispensabile, ci vuole sempre. Le nuove generazioni dovrebbero poter ascoltare tutti i generi di musica e avere la possibilità di scegliere. “Se ti faccio sentire solo porcherie penserai che sia solo quella la musica, finirai per abituartici, ma se a un ballerino fai vedere un video di Gene Kelly la sa riconoscere la bellezza. Il problema è quando non si è più circondati dalla bellezza, e quindi non si può più eleggere. Fare le corse oggi per vendere cinquanta copie è umiliante. Bisogna avere un riscontro”, è l’opinione di Gian Franco. Di nuovo, torniamo a argomentare sulla comunicazione. C’e n’era di più in passato proprio in virtù di avere meno mezzi. È quello che manca oggi, ma i giovani che dialogano tra di loro non possono fare a meno di stare attaccati allo smartphone. Addirittura, Gian Franco suggerisce che uno che scrive un testo dovrebbe prodigarsi a farlo a matita, giusto per il gusto di ascoltare il rumore della grafite che fa nascere l’arte sulla carta. 

 

Molta della musica italiana che amiamo non esisterebbe, senza Gian Franco. Fu lui a portare tanti dei grandi nomi a Milano per introdurli, se non alla Ricordi, a un’altra casa discografica. Prendiamo una canzone ad esempio, e anticipiamo solo che tale brano conserva un posto d’oro nel nostro panorama artistico, e non solo, essendo stato trasmesso in numerosi paesi e tradotto in diverse lingue. La cronaca della sua nascita è esilarante: Gian Franco sta facendo carriera alla Ricordi, quando invita un certo Gino a Milano.

Qui accade che Gian Franco sta facendo ascoltare La notte a Mina nell’Ufficio delle Edizioni. Poiché anche Gino si trovava lì, decide di farle ascoltare anche Il cielo in una stanza, quando d’improvviso la porta sbatte e qualcuno urla feroce: “Basta con queste lagne da chiesa!”. È l’editore, il Maestro Mariano Rapetti (padre di Giulio Rapetti, meglio conosciuto come Mogol), che sta sbraitando. I due brani uscirono sullo stesso 45 giri. Il cielo in una stanza fu il trionfo dell’estate 1960. Il brano, entrato al sesto posto, rimase in classifica fino all’inizio dell’anno successivo, dopo che ebbe raggiunto il primo posto per quattordici settimane, registrandosi come il 45 giri più venduto dell’anno, sfiorando nel tempo i due milioni di copie vendute. Quindici giorni dopo avere inciso la canzone, lo stesso Mariano Rapetti confidò per telefono a un giornalista: “È sicuramente il pezzo più bello degli ultimi dieci anni”. La notte invece proseguì per una strada curiosa, dato che venne eletta come la canzone di punta per gli striptease. Per leggere altri di questi aneddoti, vale la pena leggere la sua autobiografia La testa nel secchio. Sfogliandone le pagine vi capiterà di scoprire com’è stata creata una delle vostre canzoni preferite di sempre. L’altra caratteristica affascinante delle sue storie è la normalità dei geni dei quali raccontano. Ci ricordano che anche loro hanno avuto bisogno di una combinazione di talento e fortuna per poter sfondare. Mi fa salire la pelle d’oca quando Gian Franco mi narra come scoprirono uno dei cantautori più apprezzati dagli italiani; è come ascoltare Jack Kerouac leggere personalmente un brano da Sulla strada

 

Fermo il registratore, ho interrogato Gian Franco abbastanza a lungo. Una volta che l’ho spento, si è finalmente rilassato. Ora ride e scherza, molto più a suo agio. Al contrario di quanto credevo, continuiamo a chiacchierare per almeno un’altra ora di musica, di politica e più in generale della vita. Ma non prendo appunti; posso percepire che lui abbia voglia di parlare senza farsi ascoltare, chi gli dà torto, con un pubblico come quello di oggi così critico e attento al politically correct. Per di più, lui è un personaggio ben lontano dalla tentazione dell’auto-celebrazione. Decido di lasciare questa parte della nostra conversazione all’oblio della mia memoria, come forma di rispetto. In fin dei conti, medito, Gian Franco Reverberi ci ha lasciato un’eredità musicale che va oltre l’inimmaginabile. Sarebbe da avidi chiedergli di più.

Questa mattina gli operatori del Nucleo Attività produttive Terraferma della Polizia locale di Venezia, in collaborazione con la Guardia di Finanza, hanno notificato la cessazione dell’attività produttiva e apposto i sigilli ad un appartamento in via Fagarè, in quartiere Piave a Mestre, abusivamente adibito a B&B già da giugno del 2018 e già sanzionato in passato per la stessa attività.

 

All’arrivo degli operatori del Corpo il locale, gestito da una coppia di nazionalità cinese, era occupato da 8 cittadini cinesi residenti in Italia; la proprietaria ha cercato di spacciarli per amici in visita. Messi alle strette, gli ospiti della struttura alla fine hanno ammesso di aver pagato 10 euro a notte per il soggiorno nell’appartamento.

 

Da tempo i residenti della zona avevano segnalato il continuo via vai di persone nell’appartamento, a tutte le ore del giorno e della notte; alcuni posti letto erano stati allestiti persino nella terrazza del locale.

 

Sono state contestate ai proprietari le violazioni dell’articolo 650 del Codice penale e dell’articolo 109 del Tulps.

 

     

È stata inaugurata questa mattina la pista ciclabile realizzata sul tracciato dell’ex ferrovia Venezia – Trento (Valsugana). Il percorso, lungo 2,4 chilometri e largo 3,5 metri, rivestito di asfalto drenante, collega Asseggiano a via Miranese. Un progetto atteso da molti anni dalla cittadinanza, che questa mattina ha partecipato alla cerimonia insieme al sindaco di Venezia e a una nutrita rappresentanza della Giunta comunale; tra questi: l’assessore ai Lavori pubblici, alla Mobilità e trasporti, all’Ambiente, alla Coesione sociale e alla Sicurezza urbana. All’appuntamento hanno preso parte inoltre il presidente della Municipalità di Chirignago e Zelarino e numerosi consiglieri comunali e di Municipalità.

 

I presenti

 

All’inaugurazione erano presenti anche i volontari della Fiab (Federazione italiana amici della bicicletta) e i piccoli studenti della scuola primaria Povoledo di Asseggiano, con i loro insegnanti; coinvolti da diversi anni nei progetti del Comune di Venezia sulla mobilità sostenibile, come ad esempio quello denominato “La mia scuola va in classe A”.

 

 

L’intervento

 

Il nuovo percorso ciclopedonale, finanziato per 300mila euro con fondi regionali e altrettanti con risorse PonMetro, è stata realizzato in un anno esatto. Nel mese di dicembre del 2017 RFI ha consegnato ufficialmente le aree della vecchia ferrovia della Valsugana, nel tratto finale della linea; che da Asseggiano punta dritto alla stazione di Mestre attraversando l’abitato di Chirignago e della Gazzera.

 

 

L’intervento ha previsto la realizzazione di un percorso spazioso e sicuro, non solo per le biciclette, ma anche per i pedoni; con attività di pulizia dalla selva degli alberi che negli anni erano cresciuti disordinatamente, quasi a creare una giungla. Sono stati recuperati i fossati, risagomandoli, sono stati posizionati cavidotti e pozzetti per la fibra ottica e studiati gli incroci per garantire la massima sicurezza nei nove punti d’ingresso. In via Risorgimento è stato inoltre posizionato un semaforo a chiamata.

 

L’opera

 

La nuova opera, aperta al pubblico dallo scorso Natale, è stata completata negli ultimi mesi con l’impianto di illuminazione, costato 72mila euro, perché fosse sicura anche nelle ore serali. Sono stati recuperati 47 pali ferroviari, memoria storica dell’ex Valsugana, trasformati in punti luce. Con materiale di recupero sono state realizzate anche le panchine allestite lungo la ciclabile.

 

“La pista è stata realizzata rispettando i criteri ambientali con materiali compatibili in questo contesto e senza sprechi. La stessa attenzione verrà utilizzata per gli altri percorsi della rete ciclabile comunale in via di realizzazione. Vedi: la pista di via Altinia, che la settimana prossima sarà conclusa; quella che collegherà via Torino al parco di San Giuliano passando davanti a Forte Marghera (i cui lavori partiranno fra un mese) e nei percorsi che collegheranno la Gazzera a Zelarino e poi fino al fiume Dese e al Terraglio”. Ha spiegato l’assessore ai Lavori Pubblici.

 

Le parole del sindaco Brugnaro

 

“Questa pista è dedicata a voi – ha aggiunto il primo cittadino rivolto agli scolari – perché è il risultato del risparmio dei vostri genitori e delle tasse che vengono pagate, utilizzate per migliorare la vita delle persone. Se non si risparmia e non si efficienta, le belle idee restano solo sogni. Quest’opera è realizzata con i soldi dei cittadini, con il lavoro degli operai e la inauguriamo perché anche questo luogo senta la dignità di essere a Venezia e l’attenzione che per troppo tempo, ingiustamente, non è stata data alle periferie. Troppe volte ci dimentichiamo che i bambini ci ascoltano. A loro dobbiamo dire: siate creativi perché Venezia è la città del futuro. Agli adulti il compito di fare le cose, dimostrando che siamo una comunità, per lasciare alle nuove generazioni una città migliore”.

Riceviamo e pubblichiamo un comunicato da Fratelli d’Italia in merito ai contributi elargiti dal sindaco uscente ad alcune associazioni

 

Assistiamo in questo ultimo periodo, con l’avvicinarsi delle elezioni, a situazioni e realtà vergognose e fuori da ogni ragionamento politico ed etico.

 

Il sindaco uscente negli ultimi 6 mesi ha elargito fondi pubblici a pioggia, ciò che noi definiamo vergognoso e sfacciato è l’assoluta noncuranza avuta anche in questo caso, per tutto il periodo del suo mandato, solo oggi si accorge di tante realtà che fino ad ora si sono rimboccate le maniche e hanno contribuito alla vita sociale di Mogliano senza chiedere nulla in cambio.

 

Nel programma della coalizione di Centro-Destra di cui facciamo parte è prevista l’approvazione di un regolamento chiaro per l’assegnazione dei contributi comunali.

 

Oggi l’assessore Minello si affanna per incontrare gli operatori turistici che sono stati completamente lasciati soli, lo fa solo dopo che il problema è stato sollevato dal nostro candidato Davide Bortolato, provando a mettere una pezza al suo mandato assolutamente sterile, tanto è vero che moltissimi albergatori ancora non erano a conoscenza del MogArt.

 

Troviamo anche fuori luogo e molto grave il fatto che il presidente dell’ACRA di Mogliano, dopo aver ricevuto con una Determina dirigenziale datata il 05/04/2019, 18500€ di contributi pubblici e con 800.000€ versati per la sistemazione del Centro Anziani, scelga di schierarsi nella lista Il Ponte all’interno della coalizione di Arena.

 

Ci auguriamo che tutto questo possa far capire l’importanza di una amministrazione presente dal primo giorno del mandato e che non si affanna solo negli ultimi 4 mesi prima delle elezioni in contributi a raffica e opere pubbliche di pura natura elettiva.

Basta tasse!
Una città che funziona offre ai suoi cittadini e ai suoi operatori commerciali servizi e possibilità.
In questo quinquennio, al contrario, Arena e la sua Amministrazione si sono completamente dimenticati dei commercianti e la situazione del centro, e non solo, purtroppo, è evidente: serrande chiuse, negozi sfitti e un generale stagnamento economico preoccupante.
I prezzi dei plateatici sono fuori da ogni logica di lavoro e sviluppo; gli affitti dei locali commerciali sono alti e poco accessibili; le possibilità di portare benefici alle attività commerciali di Mogliano sono venute meno per dare spazio e favorire eventi gestiti da operatori non moglianesi.
Forza Italia, che sostiene il candidato sindaco Davide Bortolato, si impegnerà per ridurre le tasse sui plateatici; abbassare l’IMU per rendere gli affitti più accessibili e introdurre canoni calmierati tra proprietari e commercianti per favorire l’insediamento di nuove attività; abbasserà, inoltre, la tassa sui rifiuti che oggi è spropositata per molte tipologie di attività commerciali.
Sono proposte concrete, realizzabili e che daranno nuova linfa al centro e a tutte le piazze di Mogliano.
Chiara Di Giusto
Forza Italia

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