Home / 2018

Mi svegliai. Nella luminosa, assolata giornata la campagna era già in pieno fermento quando aprii gli occhi. Ero ancora tutta d’un pezzo. E ero anche energica come un leone. Quel letto bianco, il materasso coriaceo, il cuscino soffice, era come la terra promessa tra i sacchi a pelo, le pulci tra le lenzuola, i letti a castello, i cuscini o duri o flosci, quel russare consistente di chi ha dato tutto nel corso della giornata. L’americano doveva essersi alzato ben prima di me, forse a controllare che ci aspettasse qualche vettovaglia “Su, svegliati! Gli altri sono già andati da un pezzo, e se non andiamo ora la nostra colazione finirà a rimpinzare le galline e ci dovremo incamminare a stomaco vuoto. Paula sta tenendo qualcosa da parte solo per noi ”. Grugnii di rimando. Si andrebbe pensando che i giovani siano vigorosi e voraci di vita e di marcia, quando a guardare noi, e poi quei pellegrini con l’artrosi e i capelli bianchi, c’era una rivoluzione totale dello scorcio su come le cose andavano davvero; chi era vorace di vita e immolato alla marcia era piuttosto chi aveva molti più passi dietro di sé e solo una piccola, contenuta quantità di fronte. Andando il tempo ad esaurirsi in fretta, c’era da stare in guardia e iniziare a marciare già all’alba. Nolente, mi diedi una mossa.

 

“Dormito bene?”  con le mani forti e la terra sotto le unghie, quelle mani da campo, Paula poneva sempre le domande con quel mezzo sorrisetto di chi del mondo ci aveva capito tutto e che gli interrogativi li poneva solo per dare aria alla bocca “Bene, benissimo, una favola” la feci contenta, anche se già Paula sapeva, e mi misi a preparare qualche scorta “E tu? Non ti prepari anche tu un panino? Ne avete di strada da fare” “No, no, già li sta preparando lei”. Paula rise, gutturale “Non credo proprio, bello mio”. Proprio non mi era passato per la mente, arrossii. Certe occasioni passano e basta, e non ci è concesso nemmeno il tempo di rimediare; si fece anche lui i suoi panini e mentre Paula insinuò ancora su noi due insieme, raccogliemmo le nostre poche proprietà e salutammo. Era uno strazio davvero allontanarsi da quel letto e quel giardino segreto, dalla protezione dei cani domestici, dalla tenera bocca sdentata di lui e dalle mani rustiche di lei, dall’abbondanza dell’orto.

 

Camminammo, camminammo e camminammo. Riposati e rinvigoriti, eravamo lo stesso lenti come delle lumache, da non crederci. Perché andare di corsa, del resto, quando già si possedeva tutto e anche un po’ di più? Contai almeno sette o otto pellegrini che ci superarono strada facendo; avevano tutti almeno trent’anni più di noi e trenta volte di più la nostra volontà. Con tutta l’acqua che l’americano mi incitava a bere, c’era da fermarsi dietro un cespuglio di quando in quando a rilasciare la vescica, e poi si bivaccava, e ora si scattava una polaroid per imprimere i ricordi e poi ancora ci si ristorava per incoraggiare le membra a camminare un po’ di più. “Pausa? Mangiamo quello che ci siamo portati da Casa de Paula. Poi via dritti fino a Santarem, più o meno, come si può” “Pausa, pausa. Là dove c’è l’erba”. Quanto sapore, succulento, come la fame rende tutto delizioso da stare male. Si fermarono due ciclisti a controllare che non avessimo bisogno di aiuto “Noie ne veniamo da Lisbona, arriviamo fino a Santarem, e poi ce ne torniamo indietro alla capitale. Una cinquantina di chilometri” la bella, candida Lisbona; la sensazione era quella di averla abbandonata anni prima. Portoghesi a vedersi, occhi scuri, capelli scuri, pelle scura, denti bianchi, il primo parlava come un inglese senza troppo accento e era rumoroso nel fare e ansioso per l’adrenalina in circolazione. Il suo compagno, che era più taciturno, e ci lanciava occhiate di incoraggiamento e respirava a polmoni pieni l’aria, era giusto la copia un po’ più magrolina dell’altro “Anche voi state andando a Santarem, giusto?” “Santarem, giusto, manca molto?” “Na, sei chilometri o poco più” “Sei? Potrebbero essere altre due ore con la nostra andatura. Meglio riprendere. Grazie, grazie”.

 

 

Se lo stomaco se la passava meglio ora, le mie gambe e il mio didietro iniziarono a prudermi da togliersi la pelle di dosso; ero un porcospino con tanto di aculei. Mi ero seduta su un rigoglioso cespuglio di rovi, e come pungiglioni se ne stavano bene attaccati alle mie braghe. E alle scarpe. E ai calzini, e dovunque avessero potuto arrivare. Le spine mi fecero passare lunghe ore di puro inferno: ogni passo ve ne era una che mi si conficcava nella carne. “Damnit. Damnit. Non ce la faccio, fermati. Sto impazzendo. Mi prudono da morire, sto dando di matto. Devo cambiarmi assolutamente. Mi puoi coprire mentre mi cambio?” “Mi sembra una buona idea da come te ne stai lamentando” un pizzicare allegro il suo, non come quello delle spine “Non girarti. Coprimi”. Non posso dire se mi guardò, ma se lo fece fu abbastanza veloce da non farsi vedere, notai solo che controllava l’orizzonte e per la legge di Murphy, che dice che se qualcosa deve succedere allora andrà nel peggiore dei modi, tutte le macchine che avrebbero dovuto passare passarono, qualcuno forse strombazzò, chi ci guardò incuriosito e chi forse pensò un oscenità, mentre ero intenta a cambiarmi alla bell’è e meglio lungo la strada. Il prurito, per lo più, se ne andò. Riprendemmo. Una gip corse lungo la strada, un uomo grassoccio, con le mani sporche di olio e la canottiera macchiata, che più che l’inaffidabilità del vestire faceva annusare la puzza di fregatura, con la parlata veloce e le idee furbe, rallentò, e finestrino abbassato “Peregrinos! Ho un posto dove dovete assolutamente fermarvi. Tenete i volantini. Dovete andare a sinistra quando sarete davanti al municipio, all’incrocio a destra e poi sempre dritti fino a quando” si dilungò che mi parve un’ora buona in quelle indicazioni. Cercammo di divincolarci, la parlantina continuò. Fece di tutto per assicurarsi di aver preso su due clienti.

 

 

Santarem doveva essere stata una roccaforte per la popolazione di quella contrada con le sue mura, il castello medievale ben piantato in cima e quella sistemazione strategica in alto sulla collina, tutto disegnato per lo sguardo rapace che avranno avuto i feudatari, ammiccando vogliosi alle pianura fertile che si estendeva tutt’intorno, al bruno rossore dei grappoli d’uva, alla pelle bruna dal sole delle contadine in salute, alla rotondità del grano maturo e ai suoi bagliori dorati. L’americano era sempre bello e d’aiuto, e tra una chiacchierata e l’altra ogni tanto mi toglieva una spina. “Raccontami del tuo ballo di fine anno. Dimmi tutto. Da noi non c’è niente di simile, lo vediamo solo sullo schermo” “Hay, hay, non c’è molto da dire, veramente” che delusione, le fossette del mio sorriso sparirono “Non era tanto un bravo ragazzo allora come sono ora” e parlava come se di acqua ne fosse passata sotto i ponti e non come erano invece solo che pochi anni, ma com’era giovane! “Let’s see, mi ero organizzato con i miei amici, una dannata combricola, e affittammo a insaputa di fidanzate e genitori un paio di stanze in un albergo niente male. Erano le sei del pomeriggio, a tre ore dal ballo e Dani, la mia ragazza, ogni tanto mi dava una chiamata per assicurarsi che fosse tutto a posto, se non fosse che già avrò avuto più alcool che sangue nelle vene e ce ne stavamo ancora bevendo. Due o tre superacolici giù per la gola, uno dietro l’altro. Dico, noi ci credevamo cool sul serio. Dani non mi vide mai quella sera. Se ne andò tra le lacrime al ballo da sola, o meglio, con la tipa del mio amico che era con me, e che vomitò tutta la sera e quasi andò in coma, e che la prese ancora peggio della mia” “Mi stai dicendo che ti perdonò?” “Più o meno, anche se da là a poco mi avrebbe lasciato con la scusa di dover trovare se stessa mentre se la spassava in un campo estivo. Fatto sta che non fu tanto per l’ubriachezza. Più o meno sarei riuscito a stare in piedi, ma qualcuno deve aver chiamato gli sbirri, immagino che avessero fatto due più due e fosse chiaro che non avevamo l’età per scolarci poi tutta quella roba, e che i miei amici molesti invasero la piscina non fu certo d’aiuto. Arrivarono gli sbirri e dovetti dare loro i miei documenti, quelli veri stavolta, ma il peggio fu quando chiamami Boop, mia mamma, e confessai. O ancora quando chiamai Dani, e le detti la notizia. Incredibile come le donne possano imprecare tanto” e debbo ammettere che prima di potermi frenare ponderai quanto dovesse essere carina questa Dani e che tipo fosse, se alta o bassa, mora o bionda, formosa o magra, o meglio quale fosse poi il suo tipo, ma seppi solo che era matta e che era una di quelle che dice cose come “Devo andare alla ricerca di me stessa” e ti lascia bello là con il moccolo al naso a domandarti che cavolo voglia mai significare e perché non si potesse trovare mentre stava insieme a te. Ricordo che la salita della collina era sempre più inclinata, il mio fiato più corto e l’umore alto. Pian piano, le prime casette si fecero spazio qua e là lungo la strada, e fuori dal centro se ne trovavano davvero di carine, tutte colorate, con i portoni in legno, le mura dipinte di ocra e di rosa e l’edera che incastonava gli ingressi.

 

Eravamo a Santarem, la tappa della giornata. E non mi andava per niente a genio; il centro era grigio, senza carattere e comparato all’ambiente familiare di Casa de Paula mi faceva sentire freddo. A quell’ora eravamo affamati, sudati, impolverati e qua e là avevo ancora qualche spina addosso. Che voglia di birra si aveva. Continuammo, come sempre a seguire le frecce gialle, perché mai bisognava perderle. E quando uno se ne dimenticava, era d’obbligo per l’altro richiamargli alla memoria di non smarrire la via, la strada verso Santiago. L’americano non era più a fianco a me. Mi girai. Una donna lo aveva fermato e gli indicava con il braccio di andare da tutt’altra parte, vidi lui tirare fuori la guida e approfondire le indicazioni. Tornai indietro. “Che dice?” “Si è fermata lei, mi ha detto che stiamo andando nella direzione sbagliata. Dice che c’è l’albergue per pellegrini dall’altra parte, che gentile a fermarsi così, mi sono fatto dare la via. Credo che sia lo stesso che ci consigliava quell’uomo nella gip. Andiamo”. Ma l’albergue era moderno, incolore, con dei divani in pelle e l’odore di pulito di chi usa detergenti chimici e riviste patinate sui tavolini. Persino la ragazza alla reception era troppo carina, con le unghie smaltate e i capelli stirati, per occuparsi di un albergue. Lo tirai per la giacca e sussurrai “Non qui, andiamo via” “Come andiamo via?” “Scusi un momento. Come andiamo via? Vuoi cercare un altro albergue?” “No” “No?” “No, non voglio starmene in questa città” “Capisco” “Andiamocene. Sento che dobbiamo camminare. Dobbiamo continuare a camminare” il mio tono era incontestabile anche se che avrebbe dovuto essere implorante, e il suo, che derivava dalla logica e avrebbe dovuto essere incontestabile, era invece implorante “Non c’è niente, niente di niente, nessuna città o paesino, per almeno dodici chilometri. Dodici. Potremmo rischiare di dover dormire all’aperto. Bene, facciamo così, io ti dico lo scenario peggiore che possa capitarci, e se capita, potrò dire che te l’avevo detto. Non abbiamo una tenda, nemmeno del cibo, però e non è molto, ho un sacco a pelo, con un posto riparato e magari un fuoco potremmo anche sopravvivere”. Uscimmo dal centro della città.

 

Il centro abitato, come quando eravamo entrati, si faceva via via più umano e bianco, e le decorazioni riprendevano il loro posto, prima rubato dalla fascista architettura squadrata. Una freccia dopo l’altra, ci spingevamo sempre più in là. Prendemmo l’ultimo caffè e qualche pasteis de nata in una caffetteria, e fu l’ultimo avamposto della civiltà che vedemmo per un po’ di tempo. Ora che lo scenario era completamente mutato, con lui al bancone che insisteva per pagare i caffè e io seduta al tavolino, mi feci piccola, e ebbi un momento d’imbarazzo; un vero e proprio appuntamento. La città, la civiltà e tutta quella normalità davano tutto un altro tipo di forma, molto più formale, a ciò che eravamo e categorizzavano la nostra simbiosi in modo del tutto scontato. Non vedevo l’ora di andarmene; era tutto così tremendamente normale. Strada facendo entrammo in una chiesa, immensa, moderna, una di quelle con le vetrate geometriche e ipercolorate che mal si adattano a rappresentare le vite dei santi e la crocifissione e il dolore di Cristo e starebbero meglio esposte in un  vernissage tra prosecco e pettegolezzi. “Avete delle credenciales?”. Niente, nessuna fortuna. Feci per uscire dalla chiesa, immensa, spoglia, e la porta completamente spalancata metteva in cornice un graffito profano: v’era dipinta una grande bocca rossa che si apriva languida, e se ne stava là a far fronte alla moralità, proprio in linea con l’altare. L’americano era sugli scalini, a metà strada tra il pagano e il devoto, che mi aspettava “Any luck?” “No mi hanno detto che sicuramente la troverò a Coimbra”. Scendemmo la collina su cui Santerem era abbarbicata. Passammo sotto gli archi murati, sopra un ponte in pietra, e camminavamo ora sulla fortezza sulla quale la città era stata coltivata secolo dopo secolo. Le opere degli umani avevano scalfito appena la fortezza, e qualche spaccatura si intravedeva solo là dove la forza delle radici delle piante e degli alberi avevano rotto qua e là la pietra. Ora le frecce passarono dalle mura agli alberi. Qualche cane di grosso taglio ci abbaiò violentemente contro. Su quella stessa strada che noi pestavamo ora, erano un tempo passati i templari.

 

C’era un cavallo lasciato in mezzo alla strada, completamente solo, con le gambe sode e muscolose e il culo alto, completamente grigio. Lo accarezzammo. Mi venne voglia di slegarlo e prenderlo con noi. Nessuno ci avrebbe visto. Pensai solo che se al cavallo non fosse andata a genio, per quanto mansueto, sarebbero stati guai. Non c’era anima viva per chilometri, solo cavalli, questi più belli e slanciati del primo, forse da gara e grandi mulini a vento. La campagna era di nuovo sotto i nostri piedi. Il caldo ci teneva alto l’umore, e continuavamo a marciare, ognuno per la sua perché ora il fiato era prezioso, da tenere fino a destinazione. Ci stendemmo per terra a riposare. Senza ora nemmeno scegliere il luogo di ristoro, ci lasciammo solo cadere vicino alla vigna. Misi il mio capo sul suo petto per non insudiciarmi i capelli. La campagna aveva di nuovo reso l’atmosfera rilassata. E camminammo, camminammo e camminammo. Il sole stava calando sempre più velocemente; mentre noi guadagnavamo terreno tagliando per i campi “Di qua, possiamo guadagnare due chilometri se attraversiamo in mezzo” e sprofondavamo nei cumoli di terra rossa e se ne era completamente ricoperti. “Sai, sono così contenta che non ci sia altro che il canto degli uccelli e niente inquinamento acustico, niente musica” “Musica! Certo, ho una cassa” l’americano non dovette sentirmi bene “Cosa ti va di ascoltare? Scegli tu”, il canto degli uccelli comunque era un tantino noioso e la musica diede ritmo al nostro andare. Misi su una canzone con i sapori di Cuba, lui schioccando le dita e io fischiettando, dalle parole lugubre e il ritmo come una festa dove si richiamava il woodoo e l’amore “I studied evil, I can’t deny, was a hoodoo charm called a Love Me or Die, Some fingernail, a piece of her dress,Apocathery, Devil’s behes’ I will relate, the piteous consequence my mistake, fallin slave to passin desire, Makin’ the dreaded Love me or Die”. Solo qualche trattore ci incrociava di quando in quando e i contadini era subito propensi ad un sorriso e ad un “Buen Camino”. Ma non si fermavano mai per darci un passaggio.

 

Eravamo in mezzo al nulla. Il sole era calato. Iniziai a borbottare, un freddo cane. Ero stanca. Non mi pentivo per niente della mia decisione. Furono un paio di ore di miseria, e di fame, lui sempre pacato e io sempre più di malumore. Già iniziavamo a scrutare il paesaggio con occhi diversi, più pragmatici, e a valutare se questo o quel cespuglio fossero adatti a farci da tetto. Finalmente, un paio di case. Ma più di qualche pecora, non c’era niente che respirava a parte noi due. Lo mandai a chiedere un posto per la notte in un paio di case. Affamati, iniziamo a cercare fortuna suonando qua e là dove si poteva. Nessuno ci aprì. Quando finalmente trovò qualcuno, riportò che era una famigliola, con la moglie che stava insaporendo i piatti, e che ci mandarono da un’altra parte. A quanto pare c’era qualcuno più in là che ogni tanto accoglieva i pellegrini. Era chiuso. “Ho fame” “Lo so, non manca molto. Su, là dovrebbe esseri un altro paese”. Altre porte si chiusero in fronte a noi, e a nessuno sembrava passargli per la mente che avremmo avuto bisogno di riposarci da qualche parte. Finalmente, un altro paese. Piccolo, tutto deserto, che indigenza doveva essere nascere là. Un’insegna luminosa, al neon, scaldò i nostri cuori. “Señora, avete da mangiare?” guardai il cameriere uscire dalla cucina con dei piatti magnifici; altro che carestia e miseria, c’erano delle vere aragoste che colavano sugo sugli spaghetti. “No, no, non abbiamo niente. Cucina chiusa. Non facciamo niente” guardai i piatti. Non scherzo quando ho lo stomaco vuoto “E quei piatti? Qualsiasi cosa, non potete fare un’eccezione? Abbiamo fame” la proprietaria, che la mia mente ricorda come una strega, alta e magra, con i lineamenti duri e un accenno di baffi come tutte le femmine portoghesi negò e negò e poi, rivolta alla figlia, che era la sua copia sputata e le faceva da interprete la udii dire in portoghese “Dì loro che non abbiamo che non abbiamo niente. Deles para ir embora. Mandali via”. Le avrei messo le mani al collo, tra la frustrazione e la fame e l’incomprensione di quella inspiegabile durezza. “Andiamo via, andiamocene” “Ma forse hanno” “No, e se non andiamo giuro che le metto le mani addosso” la necessità di sopravvivenza doveva aver accentuato la mia vena poliglotta, ma non quella dell’americano che mi guardò smarrito. Lo tirai per la giacca, e mentre lui salutava premuroso, sbattei la porta senza rivolgere un saluto. Mi spiegai all’americano. Cercammo un altro bar. Era qui evidentemente che Santiago voleva mandarci. C’era solo gente del posto, qualche uomo che aveva finito di lavorare e buttava giù una birra e fissava il vuoto, uno fumava una sigaretta e qualcuno giocava a dardi. Il proprietario era un ometto gentile che si muoveva veloce dietro al bancone e chiamava tutti per nome, completamente strabico. Ordinammo un banchetto, ricordo ancora le crepes che ci fece sua moglie con formaggio e funghi. E poi la birra, una gioia. Dietro di noi, alla televisione, si sentivano i Queen salmodiare “God knows, god knows i want to break free, i’ve fallen in lovei’ve fallen in love for the first time, and this time i know it’s for reali’ve fallen in love, yeah god knows, god knows i’ve fallen in love”. Lui mi sfregava le mani per alzarmi la temperatura e io lo imboccavo di rimando. Un altro giro di crepes e di birre. “Señor, sa dove possiamo dormire? Conosce nessuno? O lei ha delle camere?” “Un momento, ora faccio un giro di chiamate. Noi no, non abbiamo niente. Abbiate pazienza”. Il sant’uomo ci trovò una casa. Fece venire una donna brasiliana, caschetto bruno e con un vestitino da mercato a fiori, dai modi gentili, che aspettò pazientemente, senza curarsi troppo di conoscere la nostra storia, che ci trattò bene e ci capiva poco o niente, e che rispondeva sempre alle domande in modo inadeguato. Le chiesi da quanti anni si era trasferita in Portogallo e mi disse che aveva sessantuno anni “Perché le hai chiesto quanti anni ha?” “No, non è così”.

La casa era di quelle che a qualcuno ricorderanno l’infanzia, c’era un sentore di muffa e di vita vissuta e c’erano cianfrusaglie su ogni mobile e merletti per ogni dove e foto ricordo di chi aveva amato e sofferto e infine era pure morto tra le stesse mura, foto incorniciate dove gli uomini sembravano avere tutti un mono sopracciglio a oscurare la fronte e santini ovunque. L’acqua tolse dalle nostre pelli la terra rossa dei campi, che si era infilata dappertutto. I calli dolevano da matti, a turno ci massaggiamo i piedi. Mi addormentai.

«Cosa c’entra D’Alema? La norma del 1999 a cui fa riferimento la Giunta Zaia non c’entra assolutamente nulla, per l’accesso alle prestazioni sociali vale il DPCM n. 159 del 2013 che consente a ciascun ipotetico beneficiario di presentare una dichiarazione sostitutiva unica. Senza alcuna distinzione in base alla nazionalità. Lo conferma del resto la sentenza del Tribunale di Brescia del 4 febbraio 2016, dove afferma: il d.P.C.M. n. 159 del 2013 “non prevede alcuna distinzione di trattamento tra cittadini italiani e stranieri sotto tale profilo, consentendo a tutti indistintamente la possibilità di effettuare l’autocertificazione mediante la dichiarazione sostitutiva unica della propria condizione reddituale e patrimoniale anche con riferimento a redditi e patrimoni esteri”».

Così il consigliere regionale Piero Ruzzante (Liberi e Uguali), dopo le dichiarazioni della Giunta regionale e di alcuni consiglieri regionali della Lega che fanno risalire l’obbligo del certificato prodotto dal Paese d’origine per i cittadini non comunitari al Decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto 1999, n. 394. «Quella norma non si applica al buono libri, perché si tratta di un contributo cui si ha diritto di accedere tramite la presentazione della sola dichiarazione Isee. Ora non si inventino storie, facendo il solito scaricabarile: la Giunta deve riaprire il bando e ammettere i bambini rimasti fuori, punto. Altrimenti – conclude Ruzzante – credo che i genitori dei bambini che dovessero risultare esclusi a causa della “legge razziale” della Giunta Zaia faranno bene a fare ricorso. E sono pronto a scommettere che lo vinceranno».

A grandi passi Mogliano si avvicina all’appuntamento elettorale della primavera 2019 e tutte le forze politiche si stanno proponendo all’attenzione degli elettori con incontri, convegni e proposte.

 

Anche Forza Italia vuole essere presente e propone una conferenza dal titolo molto attuale “Politica e Social Media: correlazione e prospettive future”.

 

L’incontro è fissato per il 3 novembre prossimo alle 16.30, nella Sala Conferenze Level 1 in Piazza Duca D’Aosta 4 Mogliano Veneto.

 

Prenderanno parte ai lavori l’On. Elisabetta Gardini, Capogruppo Forza Italia al Parlamento Europeo, l’Ing. Fabio Chies, Coordinatore Provinciale di Forza Italia, l’On. Raffaele Baratto, Camera dei Deputati, e il Sen. Andrea Causin, Senato della Repubblica.

 

Al termine del convegno sarà servito un rinfresco.

 

Zaia: “Giornata storia, anteprima dell’autonomia”

 

 

I ‘teleri’ del Tintoretto della Scuola Grande di San Rocco a Venezia e un folto e qualificato parterre di autorità regionali hanno fatto da cornice alla firma del protocollo tra il presidente della Regione Veneto Luca Zaia e il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti per l’ingresso della storia e della cultura veneta nei programmi scolastici.

 

L’intesa tra Ministero dell’istruzione e della Ricerca e Regione Veneto prevede percorsi di formazione rivolti a docenti a studenti su temi e didattiche al fine di sviluppare lo studio e la conoscenza della storia e della cultura del Veneto e della storia dell’emigrazione veneta in tutte le scuole del territorio regionale, di ogni ordine e grado.

 

Il protocollo siglato oggi, con la partecipazione degli studenti dell’istituto tecnico turistico “Francesco Algarotti”, prevede che Regione e Ministero costituiscano una commissione paritetica (due componenti espressi dall’Ufficio scolastico regionale e due dalla Giunta regionale del Veneto) che selezionerà i ‘formatori’ e valuterà le proposte formative rivolte agli insegnanti del Veneto.

 

Il Ministero si impegna a mettere a disposizione 5 insegnanti, scelti con procedure trasparenti nell’ambito della quota di potenziamento del corpo docenti, che dovranno elaborare il ‘piano di lavoro’ annuale di proposte formative, in ambito letterario e umanistico, da offrire alle scuole.

 

 

Obiettivo del piano congiunto è – afferma il documento – far conoscere e studiare “il patrimonio storico-culturale nelle sue dimensioni nazionali e locali”, “sviluppare le competenze degli alunni attraverso approfondimenti integrati e interdisciplinari inerenti il patrimonio storico e culturale del Veneto”, valorizzare l’orientamento verso professioni in grado di contribuire allo sviluppo del turismo culturale, sostenere attività di ricerca-azione in musei, biblioteche, archivi, enti ed istituzioni culturali, innovare la didattica e incentivare i rapporti tra didattica e ricerca storico-documentale”.

 

La legislazione nazionale, a partire dal decreto sull’autonomia scolastica del 1999, e quella regionale, in particolare la legge 8 del 2017 sul sistema educativo della Regione Veneto, prevedono che, nell’ambito dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, una quota dei piani di studio sia dedicata ad aspetti di interesse territoriale e alla promozione delle specificità e delle tradizioni delle comunità locali.

 

Oggi è una giornata storica ed emozionante, un’anteprima dell’autonomia regionale che verrà – ha commentato il presidente della Regione Luca Zaia, che alla firma ha fatto seguire la consegna al ministro del simbolo del leone marciano e della bandiera regionale – In Veneto l’identità storica, culturale e linguistica è forte e radicata dopo 1100 anni di governo della Serenissima. Questa non è una operazione ‘amarcord’, ma di valorizzazione di un patrimonio culturale che è vivo e ricchissimo: basti pensare che nella nostra regione sette persone su dieci pensano e parlano in lingua veneta”.

 

Sul “Veneto, museo a cielo aperto” da scoprire, conoscere e valorizzare e sui contenuti di una intesa sinergica che “contribuirà ad arricchire il curriculum scolastico dei veneti in ambito umanistico e letterario” ha posto l’accento il ministro Bussetti, citando il veneziano Carlo Goldoni (“Il mondo è un bel libro ma poco serve a chi non lo sa leggere”).

 

“Questa è una  esperienza che verrà esportata anche in altre regioni perché trova fondamento nel quadro normativo nazionale della scuola dell’autonomia”, ha assicurato il titolare del dicastero della scuola, mettendo in luce il duplice obiettivo del protocollo: favorire il riconoscimento dell’eredità culturale di ogni realtà territoriale; e promuovere la conservazione dei beni culturali, perché “l’identità del luogo dove si vive è il fondamento della cittadinanza culturale”.

Zanoni (PD): “A Vittorio Veneto addio alle tariffe agevolate per l’esercizio terapia degli anziani: la Regione risparmia sulla pelle dei più deboli”.

“Da inizio anno centinaia di anziani non possono più usufruire delle agevolazioni per le attività svolte nella palestra medica di Vittorio Veneto. Già nel 2017 c’era stata una ‘stretta’, con una protesta generalizzata che è però caduta nel vuoto. Adesso, infatti, un ciclo di sedute di esercizio-terapie deve essere pagato a prezzo pieno, 170 euro anziché 70, poiché non è stata rinnovata la convenzione con l’Ulss 2. Al di là degli slogan ecco il risultato delle politiche ‘al risparmio’ di Zaia, si colpisce l’utenza anziana, quella maggiormente bisognosa di sostegno”. A dirlo è Andrea Zanoni, consigliere del Partito Democratico che ha presentato un’interrogazione chiedendo alla Giunta di intervenire per ripristinare le agevolazioni, nel rispetto della Legge regionale 8/2015 ‘Disposizioni generali in materia di attività motoria e sportiva’.

 

“Quello svolto a Vittorio Veneto è un servizio medico fondamentale che riguarda oltre 300 anziani residenti in tutta l’area della Sinistra Piave. Senza agevolazioni per molti di loro è impossibile proseguire con queste attività motorie mettendo a rischio i progressi raggiunti nel tempo, con la conseguenza di doversi rivolgere ai servizi specialistici e con l’automatico aumento dei ricoveri ospedalieri. È stata avviata anche una petizione, che ha superato le 150 firme, per chiedere il ripristino delle tariffe, facendo riferimento proprio alla Legge 8/2015 che all’articolo 21 stabilisce che la Regione ‘promuove l’esercizio fisico strutturato e adattato come strumento di prevenzione e terapia in persone affette da patologie croniche non trasmissibili, in condizioni cliniche stabili’. Chissà che non sia uno degli ‘effetti collaterali’ della Pedemontana per la cui realizzazione la Regione ha già stanziato trecento milioni, che da qualche parte devono pur arrivare. Zaia continua a predicare bene e razzolare male: anche questo è un modo, odioso, di mettere le mani in tasca ai veneti”.

“Anche Mogliano avrà il circolo di Fratelli d’Italia“: ad affermarlo è Sandro Taverna, il portavoce provinciale del partito di Giorgia Meloni.

 

“Mogliano è il Comune più importante nella zona sud della Marca, e come già affermato nei giorni scorsi, continuiamo a crescere e a breve passeremo dalle parole ai fatti, con azioni a beneficio dei cittadini.

 

La presidenza del Circolo di Mogliano è stata affidata all’imprenditore Enrico Lodi, che ha deciso di aderire al nostro Partito convinto della coerenza dei nostri progetti e della comunità d’intenti riscontrata, pertanto nell’augurargli un buon lavoro gli rinnovo tutta la mia stima”, conclude Taverna.

 

“Ho accettato una nuova sfida politica – dichiara Enrico Lodi – “che come il mio solito affronterò con il massimo impegno. Ci metteremo subito a lavoro per dare le risposte politiche che i moglianesi attendono da tempo, e ringrazio Sandro per la fiducia”.

Proiezione del film di Ken Loach “In questo mondo libero”, domani, mercoledì 17 ottobre alle 21.00 al cinema del Collegio Astori, ingresso libero

 

Anche Mogliano vivrà un momento della dodicesima “Giornata Europea Contro la Tratta degli Esseri Umani”.

Nell’ambito del Progetto N.A.Ve (Network Antitratta Veneto), cui il Comune aderisce, sarà proiettato il film “In questo mondo libero”, realizzato nel 2007 dal regista britannico Ken Loach, che lo presentò in concorso alla 64ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, ottenendo l’Osella d’oro per la migliore sceneggiatura.

 

La proiezione, con ingresso gratuito, si svolgerà domani mercoledì 17 ottobre alle 21.00 presso il cinema del Collegio Salesiano “Astori“.

 

Il film racconta la storia di Angie, una giovane donna che, licenziata in tronco da un’agenzia per cui procurava manodopera proveniente dai paesi dell’Est, decide di mettersi in proprio e crea un’agenzia di reclutamento. Il confronto con la realtà dell’immigrazione, clandestina e non, le imporrà delle scelte che non andranno tutte nella stessa direzione. Ken Loach, regista che si potrebbe definire ‘necessario’,  ricorda anche in questa pellicola, che questo mondo occidentale non è il paradiso e che qualcosa si può e si deve fare per migliorarlo.

 

Il Comune di Mogliano Veneto ha aderito al progetto Nave, Network Antitratta per il Veneto, di cui condivide gli obiettivi di combattere lo sfruttamento e avviare l’inclusione sociale di persone vittime di tratta.

 

“Non vogliamo stare a guardare, né girarci dall’altra parte, ma essere attori della lotta allo sfruttamento e alla tratta, e nel contrasto alla prostituzione, anche con questo progetto, perché riteniamo che la tutela della dignità umana sia un obiettivo primario di una comunità civica e solidale”, commentano il sindaco Carola Arena e l’assessore alle Politiche sociali, Tiziana Baù.

 

Il progetto, avviato dalla Regione Veneto, in continuità con uno analogo durato 15 mesi fino al novembre 2017, è uno dei 21 progetti italiani finanziato dal Dipartimento pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri. Capofila è il Comune di Venezia e in Veneto ci sono 28 partner. Il primo progetto Nave ha contattato 2500 persone tra le persone considerate a rischio, con oltre 500 valutazioni puntuali e l’avvio di 120 programmi di assistenza e integrazione. A seguito di questa attività, numerose sono state le denunce effettuate dalle vittime, con conseguente azione giudiziaria e penale.

 

Il Progetto intende implementare il consolidamento di un sistema unico e integrato di emersione e assistenza di vittime di tratta e grave sfruttamento, che sia attivo 24 ore e 365 giorni l’anno. Le persone a rischio tratta sono contattate e prese in carico a prescindere dal loro status giuridico, dall’età, nazionalità, genere e tipo di sfruttamento.

 

Oltre allo sfruttamento sessuale, il fenomeno riguarda anche l’ambito lavorativo, l’accattonaggio, le economie illegali forzate, i matrimoni combinati, dietro ai quali c’è sempre un’organizzazione criminale che il progetto tende a colpire e possibilmente neutralizzare.

 

Riceviamo e pubblichiamo la lettera inviata al sindaco Carola Arena dal Comitato a difesa delle ex cave di Marocco, in data 25 settembre 2018

 

Sono passati quattro anni dalla visita alle cave di Marocco, quando alcuni membri del Comitato accompagnarono la neoeletta Sig.ra Sindaco a prendere conoscenza di quell’ambiente; era l’ottobre 2014.

 

Speriamo ancora che tutto il tempo trascorso abbia ormai convinto questa Amministrazione sull’urgenza di procedere senza indugi per attivare le necessarie procedure affinché quest’area venga salvata dalla situazione di degrado in cui si trova. Una situazione che corre il rischio di far perdere alcune delle precipue qualità ambientali di quest’ultimo ambiente moglianese ricco di biodiversità.

 

Il PAT che ci è stato presentato sembra rispondere, almeno in parte, alla necessità di salvaguardare le componenti ambientali e paesaggistiche da noi studiate e segnalate. Purtroppo però la Natura non attende i tempi amministrativi e in quest’ultimo anno si è assistito a un depauperamento delle superfici umide che sono quelle più ricche di specie (anche quelle tutelate dall’UE).

 

Sarebbe perciò importante attivare quanto prima la procedura per il riconoscimento dell’area come SIC o ZPS affidandone l’elaborazione a un professionista che abbia l’esperienza necessaria. Si tratta di immaginare anche un rapporto stretto col Consorzio Acque Risorgive per riattivare un flusso d’acqua che ripristini le aree di transizione tra bacino acqueo e bacini in via di interrimento che corrono il rischio di trasformarsi tutti in aree boscate.
Lasciando proseguire questo “naturale” decorso infatti, si corre il rischio di perdere una serie di specie vegetali e animali che qualificano questo ambiente come meritevole di tutela in base alle direttive HABITAT e UCCELLI che hanno originato la rete ecologica europea NATURA 2000.

 

Incitiamo il Sindaco e la sua Giunta ad agire senza ulteriori indugi.
La maggior parte delle aree SIC e ZPS esistenti in Veneto e in Italia sono di proprietà privata, ciò significa che anche il Comune di Mogliano Veneto, se vuole, può attivare da subito la procedura necessaria.

 

Ci attendiamo una risposta rassicurante e in tempi brevi che dimostri che questa Amministrazione vuole passare dalle carte e parole ai fatti.

Per la conclusione della 62esima edizione della manifestazione, svoltasi a Pieve di Soligo, in occasione dell’inizio dell’autunno, il 14 ottobre è stato allestito e cucinato uno “spiedo gigante” composto da ben 1500 quaglie, a seguire l’edizione dello scorso anno, che si è vantata di essere entrata nel Guinness dei primati per questa specialità.

 

Simili manifestazioni vanno in controtendenza con i segnali di pericolo che lanciati da istituzioni internazionali di tutela della salute e dell’ambiente.

 

Il grave impatto ambientale provocato dal consumo di carne e dai prodotti di origine animale in generale è ben noto, come lo è anche l’effetto sulla salute, ma nonostante i dati siano alla portata di tutti, il problema sembra non sussistere sia per la pro-loco di Pieve di Soligo che per i partecipanti.

 

Il riscaldamento globale, con i cambiamenti climatici ormai percepibili da tutti,  è tale che proprio la scorsa settimana l’IPCC (Inter Governmental Panel on Climate Change – ONU) ha lanciato un allarme fortissimo e ha suggerito, come fondamentale per tamponare i danni, anche il cambio di alimentazione dei singoli, per diminuire l’influenza nefasta degli allevamenti in termini di emissioni di gas serra, come riportato nel sito.

 

È sufficiente pensare alle aree selvaggiamente disboscate per la coltivazione delle monoculture destinate ai mangimi – il 50% dei cereali e il 90% della soia prodotti a livello globale servano a nutrire gli animali degli allevamenti. Poi si devono considerare le enormi quantità d’acqua utilizzate per l’irrigazione dei terreni, per abbeverare e mantenere puliti gli animali e gli ambienti e per le altre attività relative al ciclo di produzione di carne, latte e uova: servono circa 15.000 litri d’acqua per produrre un solo chilo di carne. Per non parlare dell’inquinamento delle falde acquifere causato dai liquami e dagli scarti che devono essere smaltiti, dell’elevato tasso di CO2 prodotta e così via.

 

In considerazione del futuro del Pianeta, delle condizioni in cui lo lasceremo ai nostri figli e degli avvertimenti accorati degli scienziati, non sarebbe meglio assumere un atteggiamento responsabile e lungimirante, cominciando col festeggiare insieme sì, ma senza stragi di animali, come quella compiuta per la sagra di domenica 14 ottobre e delle due settimane precedenti?

 

Ognuno di noi potrebbe contribuire a rallentare la distruzione del Pianeta adottando un’alimentazione 100% vegetale, meno violenta con gli animali e più rispettosa dell’ambiente e della salute. LAV invita tutti ad accedere a questo sito per approfondire questi punti, trovare golose ricette vegetariane e locali dove mangiare verde fuori casa.

La stagione concertistica d’Autunno di Preganziol giunge, nel 2018, alla quarta edizione. Un traguardo importante che ci permette di considerarla un appuntamento culturale irrinunciabile che la nostra città dedica alla “Musica Classica”.

 

Come negli anni scorsi, tra ottobre e novembre, ascolteremo artisti di fama che, con varietà d’organico e interessanti programmi musicali, ci doneranno quattro piacevoli appuntamenti da non perdere.

 

Dopo il primo concerto del 5 ottobre alle 21.00 con il Duo flauto-pianoforte formato da Francesca Salvemini e Silvana Libardo, arriverà sul palco il Duo violino-pianoforte formato daSilvano Minella e Flavia Brunetto, che si esibirà il 19 ottobre: ascolteremo un grande virtuoso dello strumento, ospite dei più importanti teatri, dalla Carnegie Hall al Teatro alla Scala. Il programma, con sonate di Mozart, Grieg e Debussy, integra nel miglior modo il suono dei due strumenti, in perfetto equilibrio tra loro.

 

Il 9 novembre sarà la volta della pianista Sabrina Lanzi, una raffinata ma tecnicamente agguerrita interprete, prima donna ad aver affrontato l’integrale per pianoforte e orchestra di Rachmaninov. Interessante la sua proposta di accostare l’elegante Bach originale della Prima partita al Bach trascritto da Ferruccio Busoni nella poderosa Ciaccona.

 

Chiude la Stagione, il 23 novembre, il Trio Frank Bridge, formato da Roberto Mazzola, violino, Giulio Glavina, violoncello e Mariangela Marcone, pianoforte, che ci proporrà pagine poco note di Bridge e Lalo accanto a una rarità come il Trio Anhang 3 di Beethoven.

 

Tutti i concerti sono a ingresso libero e si terranno nella sala consiliare del Comune di Preganziol.

RIMANI SEMPRE AGGIORNATO SULLE ULTIME NEWS
ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER!

Notizie da Venezia, Treviso, Mogliano e dintorni