1947. L’Italia aveva perso la guerra, e, col Trattato di Parigi perdette tutto ciò che aveva acquisito da vittoriosa nel precedente trattato del 1919. Venezia Giulia, Istria e Dalmazia furono annesse alla Yugoslavia, e la città di Trieste, già occupata dall’esercito yugoslavo, fu considerata Territorio Libero
ITALIA. La città in cui avevano per secoli convissuto in pace diverse culture, ricordo lo scrittore Italo Svevo, pseudonimo che metteva insieme due matrici quella tedesca e quella italiana, non sarebbe stata più la stessa. Trieste, territorio di confine e non più grande porto e centro culturale, ponte tra ovest ed est, venne a perdere quella caratteristica che la rendeva una delle città più interessanti e vivaci di ciò che restava del grande impero austro-ungarico.
Mia nonna si chiamava Isler. Veniva da una numerosa famiglia di origine svizzera che si era trasferita da Davos a Sebenico in Dalmazia, per gestire affari commerciali legati al porto. Fu proprio a Sebenico che conobbe mio nonno, romagnolo, che con le truppe italiane nel 1918 erano sbarcate. Gli italiani, vincitori, non erano stati accolti bene dalle popolazioni dalmate, che si sentivano profondamente legate all’Austria.
Infatti, negli ultimi mesi di guerra, l’Imperatore Austriaco Carlo aveva concesso l’indipendenza ai popoli slavi. Per favorire questa integrazione tra slavi tedeschi antiitaliani e italiani, furono incoraggiati i matrimoni misti, tra ufficiali italiani e signorine della borghesia locale. Fu così che i miei nonni si sposarono nel Duomo di Sebenico nel 1919, alla presenza del Generale Comandante delle truppe di occupazione, che fece da testimone.
Nel 1945, quella che doveva essere la grande Italia, con l’adriatico che faceva delle due sponde il tanto agognato “mare nostrum”, da sogno si trasformò in tragedia. Nella diaspora di quelle popolazioni miste venne operata una frattura mai sanata del tutto.
La mia famiglia si divise in una parte che rimase in Yugoslavia, tra Sebenico, Zagabria e Zara e una parte che riparò a Trieste. Mia nonna non parlava italiano correttamente, ma un misto di dialetto veneto dalmata. Le lingue che parlava erano il tedesco e il croato. Il 10 febbraio di ogni anno celebriamo il giorno del ricordo. Ricordiamo appunto ciò che avvenne dopo quel giorno di tanti anni fa. Il ricordare è importante soprattutto per noi veneti.
I traumi della storia non devono essere mai né rimossi, né dimenticati. Non fu facile per quei profughi, italiani di nascita e veneti di cultura, abbandonare case e campi, parenti e amici, per un viaggio senza ritorno. Non fu facile per loro integrarsi in luoghi e habitat così diversi da quelli lasciati. Non possiamo dimenticare i morti, uccisi con cattiveria solo perché italiani. Quelli rimasti in Istria e Dalmazia si adattarono al nuovo regime, che non fu tenero con loro. Comunque continuarono a fare il loro dovere, da cittadini laboriosi, onesti e rispettosi e si fecero apprezzare per il loro ingegno e la loro buona volontà. Non dobbiamo dimenticare!
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