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Protesta degli insegnanti diplomati magistrali: sciopero della fame

Nelle giornate di mercoledì 2 e giovedì 3 maggio, il personale docente e non docente delle scuole primarie di primo grado ha scioperato, provocando disagi a macchia di leopardo in tutto il comune di Venezia

Nelle giornate di mercoledì 2 e giovedì 3 maggio, il personale docente e non docente delle scuole primarie di primo grado ha scioperato, provocando disagi a macchia di leopardo in tutto il comune di Venezia e della Città Metropolitana. Giovedì, migliaia di insegnanti si sono recati a Roma sotto la sede del ministero della Pubblica istruzione per manifestare.

 

In Italia sono circa 50 mila i “docenti magistrali” che si sono visti annullare la loro assunzione a tempo indeterminato (avvenuta negli anni scorsi sotto condizione) e la permanenza nelle graduatorie a esaurimento dopo la sentenza del Tar, il quale non riconosce valido il titolo acquisito per l’insegnamento di ruolo.

 

La protesta più clamorosa, come riportato sulla Nuova Venezia, arriva con lo sciopero della fame intrapreso da una trentina di insegnanti, di cui una ventina operanti all’interno della Città Metropolitana, in possesso del diploma magistrale. Due delle fautrici di questa forte azione sono Elenia Boscolo Firi ed Elena Tallon, docenti rispettivamente a Camponogara e Meolo. La stessa Tallon, spiegando il motivo della protesta, dichiara: «La sentenza del Consiglio di Stato, dopo anni di ricorsi, ha negato alle insegnanti precarie in possesso del diploma magistrale di poter accedere alle graduatorie a esaurimento, cioè le graduatorie che permettono di poter diventare maestre di ruolo. Poi qualche settimana fa ci è arrivata la mazzata finale: il parere favorevole dell’Avvocatura di Stato alla sentenza del Consiglio di Stato. Non possiamo che dire no a tutto questo, ieri abbiamo fatto lezione senza toccare cibo da lunedì scorso. Abbiamo ricevuto la massima solidarietà dalle famiglie».

 

I docenti magistrali continueranno lo sciopero della fame con la triste consapevolezza che, nel caso in cui non si arrivasse a una soluzione, rischieranno concretamente il licenziamento.

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