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Il Veneto è all’avanguardia sul tema PFAS: “Esempio per molte regioni”

"Sulla questione dei PFAS la nostra Regione si è attivata immediatamente senza perdere un attimo di tempo, diventando oggi un riferimento nazionale ed internazionale, spesso sostituendosi allo Stato sulla definizione dei limiti per acque potabili

“Sulla questione dei PFAS la nostra Regione si è attivata immediatamente senza perdere un attimo di tempo, diventando oggi un riferimento nazionale ed internazionale, spesso sostituendosi allo Stato sulla definizione dei limiti per acque potabili e scarichi industriali”. Lo sottolinea l’assessore regionale all’ambiente ricordando che il tema PFAS viene posto all’attenzione nella sua intrinseca pericolosità per la prima volta nel 2013, dopo che uno studio effettuato dal CNR commissionato dal Ministero dell’Ambiente, fa emergere la preoccupante presenza di tali sostanze in Veneto, Piemonte, Emilia, Toscana, Lazio e Lombardia.

 

Dal 2015, appena insediatosi, l’assessore veneto all’Ambiente oltre a sollecitare una normativa statale ha anche chiesto di conoscere in Commissione Ambiente della Conferenza Stato-Regioni come si stessero muovendo le altre Regioni. Dopo anni e diversi solleciti, finalmente il Ministero dell’Ambiente nel maggio del 2017 ha perciò coinvolto le Regioni per sapere come stessero affrontando la questione e affinché fornissero un report sullo stato delle acque. Richiesta poi rinnovata nel settembre del 2017, non essendo pervenute risposte concrete da gran parte delle Regioni.

 

“A cinque anni dalla segnalazione del problema – evidenzia l’assessore – finalmente rileviamo che anche la Toscana ha iniziato a campionare le sue acque, ammettendo altresì tramite il proprio sito di Arpat che «ad oggi non esiste, né nella normativa europea né nella  normativa nazionale, un limite per questa categoria di sostanze per le acque potabili, se escludiamo quanto previsto dalla Regione Veneto»”.

 

Sempre dal sito dell’Agenzia Toscana si legge inoltre che «la giunta regionale del Veneto, in attesa che si pronuncino l’Organizzazione Mondiale di Sanità (OMS) e l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), ha emanato disposizioni (DGRV n. 1590 del  3/10/2017 e DGRV n. 1591 del  3/10/2017) per regolamentare la presenza – nelle acque destinate al consumo – delle due sostanze più pericolose: PFOS+PFOA non potranno superare i 90 ng/L (nanogrammi per litro), di cui PFOS non superiore a 30 ng/L, mentre per gli altri PFAS è stato previsto un limite cumulativo di 300 ng/L».

 

“Purtroppo in Italia – evidenzia ancora l’assessore registrando le stesse ammissioni fatte dalla Toscana – esistono solo “obiettivi di performance” per le acque potabili indicati nel 2014 dall’Istituto Superiore di Sanità, che consentono l’erogazione di acqua con un livello complessivo di PFAS di 1030 ng/L (500 di PFOA, 30 di PFOS, 500 di “altri PFAS”) e questo non fa che confermare l’assoluta assenza del governo nazionale in questa delicatissima partita fondamentale per la salute dei cittadini”.

 

Analizzando ulteriormente i dati toscani si può constatare che “per il 2017, nella rete di monitoraggio delle acque superficiali, sono stati  programmati 6 campioni l’anno per l’analisi dei PFAS sul fiume Arno”, che “durante il  primo semestre 2017 sono state campionate 51 stazioni” e ancora che “si rilevano per le acque superficiali 139 determinazioni di tutti i PFAS regolamentati quantificabili (superiori al LOQ) su un totale di 204”.

 

“Volendo tradurre questi numeri – prosegue l’assessore veneto – si evince che in Toscana i  due terzi dei campioni hanno rilevato un superamento dei limiti per le acque superficiali. E se al momento invece per le acque potabili non sono stati ancora rilevati superamenti, va sottolineato che sono state finora eseguite solamente due determinazioni”.

 

“Come Veneto siamo ben lieti di essere un esempio virtuoso per molte regioni – conclude l’assessore – anche se a volte cogliamo con stupore il fatto che di una problematica tanto delicata qualcuno, con una cattiva quanto sterile propaganda, ne parli come se esistesse solo in Veneto, quando nella realtà dei fatti il Veneto è la prima Regione che invece si è mossa per risolvere un problema che coinvolge diversi altri territori”.

 

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