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Il teatro d’Egitto

Quando da grande ti riguardi ci trovi del comico nelle tue esperienze, il danzatore mediorientale e la vacanziera. Un Harmony.

Quando da grande ti riguardi ci trovi del comico nelle tue esperienze, il danzatore mediorientale e la vacanziera.

Un Harmony.

Un locale, i turisti, i lavoratori stagionali abbronzati e stanchi, gli abitanti che cercano, frugano, masticano le vite di quelli che passano. L’Egitto è una sorta di placenta della cultura ai suoi stadi più raffinati, se si sa dove guardare. Per uno sguardo che corre veloce è invece bambini poveri ed immondizia su una terra di deserti e barriere coralline morte da tempo.

Si compiono 18 anni tante volte nella vita, ma lo si scopre solo dopo, solo dopo averli compiuti per la prima volta. Io a festeggiare ero in un club sulla spiaggia di Sharm el Sheik, andava ancora in voga al tempo ed i miei genitori probabilmente sussurravano appena nel respiro profondo del sonno.

Quando mi muovo nella mia esistenza e mi ritrovo a fare cose che altrimenti non farei provo una sorta di galvanizzante soddisfazione, quasi una vendetta personale.

Non lo faresti mai, non oseresti.

Eppure.

Il posto è grande, per grande si intende che non ho la capacità di tracciarne i confini. L’atmosfera è rossa, rosse sono le labbra da mordere.

Non è facile capire da donna, l’impulso sessuale. E’ un galleggiante sul mare, sempre fermo lì, che si fa sbatacchiare dalle onde oppure è una medusa che se ti tocca ti punge?  Lo sai che se ti punge poi devi farti fare pipì addosso. Dai, l’ammoniaca.

Mentre cammino con le mani sudate dalla consapevolezza della solitudine, mi rendo conto che forse potrei ingannarmi pensandomi in quello stato di osservatore, mai perfettamente partecipe ne troppo preda della sua passività. L’occhio svelto degli intellettuali o dei matti.

 

Non c’è molto tempo per la filosofia quando l’adolescenza si sta per mutare in femminilità.

Cerco con gli occhi l’unico viso che mi andava di vedere. Di nuovo le mani sudate anche se so che da fuori regge ancora l’immagine della ragazza sicura. O così spero.

Ah, gli animatori dell’albergo stanno festeggiando la notte.. c’è chi riesce a fingere così bene e così a lungo. Un lavoro per personalità bieche a mio parere. Poco male, mi avvicino e li saluto.

Mi offrono da bere al loro tavolo, gin&tonic. I vezzi sono vezzi anche quando cambi stato.

Lui dovrebbe essere lì in giro. Con il suo passo strano. Quasi zoppicante che sembra un ballerino.

“Vieni qui mio ballerino sexy e siediti sulle mie ginocchia così da sentire il tuo pelo sulla mia coscia”. Sono un vecchio depravato, povera me.

Si beve bene al tavolo dei ragazzi degli alberghi, tanto soprattutto. Così, mi sto persino divertendo a ballare con loro. Si ride per ogni stupida cosa. Per ogni goffo tentativo di abbordaggio di altre turiste, turiste come me che per ora mi trovo dall’altra parte dello stretto.

Alla fine lo vedo, il mio ballerino dalle gambe strane.

Lui non vede me però, poco male. Racimolo il tanto coraggio e la poca lucidità e gli tocco la spalla.

Mi chiedo se capiti anche gli altri, di sentire il presente così forte sulle tempie. Come se ti si schiacciasse dentro te stesso. Sembra un po’ confuso di vedermi, non mi aspettava di certo. Non lì. Eppure so che è contento. Mi accoglie e mi presenta tutti.

Carini anche da fuori, miao.

 

Tiene in mano un bicchiere, pieno di ghiaccio e quando mi parla si avvicina al mio orecchio, così volendo o no, appoggia il bicchiere al mio seno, esposto dall’assenza di reggiseno sotto la camicia estiva. Ed è come quando qualcuno ti accarezza il limitare dei pantaloni, quella striscia di pelle neutra che appartiene alla pancia ma che si collega a quel luogo di santissimi peccati.

Mi parla di tante cose, poesia, musica, di lui, aneddoti.. E lo so che lo fa per corteggiarmi, gliel’ho detto più e più volte in questa settimana di vacanza sotto l’ombrellone che cosa amo e cosa no. Gli ho fornito il materiale. E’ bravo però, insomma ci sa fare.

Mi racconta che questa estate sarà l’ultima di svago. Poi dovrà iniziare l’università. Io dal mio gli ballo attorno con le parole e suggerisco spunti, porto venti diversi e così il ballerino ed io ci parliamo alle tre del mattino in un locale parlandoci della bellezza. Non so quanti della nostra età in una discoteca parlino della Yourcenar o di Wilde.

 

Mi chiede se voglio uscire, dico di sì.

Sapevo cosa stavamo combinando. Sapevo più o meno.

C’è un teatro romano costruito negli anni 80’ credo, uno degli orrori del boom edilizio. Ci sediamo più alto possibile che si vede il mare.

Ci baciamo, sul collo i brividi del calore che da dentro esplode verso una pelle che è inevitabilmente più fredda.

Ci sdraiamo e come le onde nel mare ci dimentichiamo di essere poesia.

Finché mi chiede se lo voglio anch’io ed io arrossisco senza capire perché provassi vergogna, non lo decido io il ciclo.

Confesso e lui ride chiedendomi sardonico se sono davvero così sciocca da pensare che le mestruazioni possano fermare l’amore. Me lo dice come se fossi una contadinella siciliana con la madre che porta il lutto da trent’anni.

 

Quindi mi spoglia ma mi lascia le mutandine, le devo togliere io… fortuna è buio e non si vede l’assorbente.

Si avvicina e si affranca al mio corpo nudo, amatevi gli uni gli altri…mi fa fare l’amore. Senza preliminari senza pause senza fretta ma soprattutto senza dubbi.

Ha gli occhi annebbiati ed io sento solo la vita tutta confluire sotto il limitare del mio pensiero.

E fu così che il sangue della mia verginità si unì a quello del mio peccato originale.

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